DIBATTITI/Monda/Starnone: la parola contro le differenze

Silvia Cipriano

Lo scorso weekend, il direttore dell'Istituto Italiano di Cultura Renato Miracco ha introdotto una conversazione fra Antonio Monda e Domenico Starnone in  un evento organizzato con la collaborazione di "Pen World Voice Festival",  per presentare l'ultimo libro di Starnone, tradotto in inglese,  «First Execution» ("Prima  esecuzione") [cfr. Oggi7 di domenica scorsa, pag. 22].

Il protagonista, il professore Domenico Stasi, viene a sapere che un suo ex alunno è coinvolto in un'inchiesta di terrorismo e non riesce a capacitarsi di come, in qualità d'insegnante, possa aver  generato un mostro attraverso i suoi  insegnamenti.  Scoprirà poi che il suo ex alunno si trova coinvolto in quanto amico di un personaggio attore invece della vicenda.  Il romanzo si svolge come un racconto nel racconto, attraverso la storia del protagonista e quella dell'autore che compie un viaggio introspettivo nella coscienza dell'umanità attraverso lo studio degli avvenimenti del prof. Stasi.

La conversazione Starnone/Monda più che essere incentrata sul racconto della trama del libro di cui viene accennato quanto basta,  è stata una discussione su temi filosofici tratti dal romanzo, ovvero una riflessione sul contenuto dei princìpi espressi, attraverso il racconto. Starnone ha esordito  dicendo che il racconto nasce dall'idea di fondo che la parola sia una forma di agire politico e alla domanda di Monda, "C'è qualcosa che le parole possono cambiare?", ha risposto dicendo che le parole servono a rendere coerente il "Non uccidere" per esempio, ovvero a dare congruenza a ciò che esse di per sé già esprimono.

Domenico Stasi è un buono ma scopre con disincanto che la pura bontà non è possibile. L'uomo nasce buono e tende al bene ma si scontra con il  male, con gli ostacoli, con la violenza, del resto. "Nessuno è buono come mio padre che è nei cieli", ne riassume laconicamente il significato. Opinione discutibile in quanto Monda sostiene invece che l'uomo nasce cattivo, tendente al male.

Ora come si pone il rapporto tra morale e intervento? Confrontati con il male, con il cattivo, con l'abuso di potere, qual è la responsabilità di noi cittadini? Siamo responsabili delle nostre inazioni quanto lo siamo delle nostre azioni? E gli scrittori hanno una speciale responsabilità attraverso la parola, con cui sono portatori, di opinione e correnti di pensiero?

Questo l'oggetto della discussione che sottintendeva un'esortazione, uno stimolo per la società, alla  riflessione e all'interpretazione delle opinioni diffuse attraverso la parola, il cui uso talvolta, strumentale dei potenti per il mantenimento dei propri privilegi, suffraga le diseguaglianze nell'illusorio scenario della verità. In conclusione, un messaggio:  considerare  la parola volta positivamente ad abbattere le differenze e ad elevare gli animi per consentire capacità di discernimento e non di compiacimento del potere.