FUMETTI/Impastato: un giullare contro Mafiopoli

Elisabetta Stefanelli

La vicenda del ragazzo che sfidò il capomafia Gaetano Badalamenti a colpi di sfottò su Radio Aut diventa un fumetto. È la storia di Peppino Impastato, ucciso 31 anni fa su ordine dei capi di Cosa Nostra, che prende vita grazie ad una matita: «Peppino Impastato, un giullare contro la mafia» (pp. 128, Becco Giallo Edizioni, 14 euro), sceneggiato dal trapanese Marco Rizzo e disegnato dal giovane talento messinese Lelio Bonaccorso, con la prefazione di Lirio Abbate.

Un libro a fumetti in cui i due giovani autori siciliani disegnano il modo con il quale Impastato puntava il dito contro le collusioni politico-mafiose nel palermitano, che lo hanno portato la notte dell'8 maggio 1978 al suo omicidio. Gli autori riportano la storia di un eroe naturale. Una storia che mescola nostalgia e sentimento, in cui emerge il conflitto tra figlio e padre, individuo e ambiente, obbedienza passiva e rivolta vitale.

La rivolta di Peppino, contro i mafiosi e i politici collusi con Cosa Nostra, nasce e si sviluppa negli anni Settanta nel paese siciliano di Cinisi, accanto all'aeroporto che è stato poi intitolato a Falcone e Borsellino. Il protagonista di questa storia vera cresce negli anni Sessanta in una famiglia legata alla mafia da rapporti di parentele e d'interesse, in una comunità dominata dalla mafia ("Mafiopoli", la chiamava Peppino) e per questo si ribella. «E lo fa - scrive Lirio Abbate nella prefazione - usando l'arma più odiata dai boss: l'ironia, la beffa, lo sfottò, il sarcasmo contro il capomafia della zona, Tano Badalamenti, contro il "Maficipio" comunale, contro l'illegalità sistematica. Lo fa con la radio, con un mezzo d'informazione che entra in ogni casa, grazie all'impegno sociale di un gruppo di giovani».

È Radio Aut, che con la satira trasmessa nel programma Onda Pazza non risparmia accuse e denunce alla mala amministrazione. Quando Peppino viene ucciso ha trent'anni. Lo assassinano in modo atroce, piazzandogli sul petto - dopo averlo sistemato sulle rotaie della ferrovia - una carica di tritolo.
«Fece rumore, l'esplosione - si legge nella prefazione - un grande fragore ruppe il silenzio, la notte dell'8 maggio 1978. Eppure nessuno volle sentire: Cinisi, già famosa per aver dato i natali a Badalamenti, rimase impassibile, con i suoi uomini d'onore dislocati nei punti strategici del paese a sorvegliare lo svolgimento delle indagini, non senza ostentare un ghigno di soddisfazione. Gli investigatori non vollero sentire neppure la società civile siciliana e italiana.

Certi giornali, certa magistratura, catalogarono immediatamente quel delitto di mafia, il primo della lunga mattanza, come un "incidente" occorso a un "terrorista" che stava per compiere un attentato nello stesso giorno in cui le Brigate Rosse restituivano agli italiani il cadavere di Aldo Moro. Già, perché Peppino Impastato aveva almeno due "peccati d'origine": non era un uomo delle istituzioni, ma un semplice privato cittadino, ed era comunista, e poco importava se la sua attività di militante, di giornalista che faceva controinformazione dai microfoni di una piccola radio, era rivolta esclusivamente a denunciare lo strapotere dei mafiosi, di don Tano e dei suoi accoliti politicanti travestiti da amministratori».