Cinema & Scuola /Il Cristo di Eboli sale... in cattedra

Maricla Sellari

Sempre più utile (e necessario) il cinema a scuola, soprattutto quando lo si vuole usare non solo come strumento per apprendere una lingua ma anche per comprenderne meglio, "vedendole", le realtà storico-sociali delle quali essa si fa interprete. Jean Farinelli [www.edizionifarinelli.com], ad esempio, ne è religiosamente convinta, tanto da arricchire continuamente la sua collezione abbinata di testi e Dvd (i primi forniti di introduzioni, esercizi, suggestioni vocabolarie, attività grammaticali, consigli per ricerche e conversazioni, nonché suggerimenti per ulteriori letture, visive e non, e ricerche; i secondi per insegnare attraverso l'immagine e la parola pronunciata con dizione impeccabile).

Ultimo della serie è «Cristo si è fermato a Eboli», il capolavoro dello scrittore Carlo Levi da cui è stato tratto l'omonimo film di Francesco Rosi (1979), interpretato - fra gli altri - da Gian Maria Volontè, Lea Massari ed Irene Papas. Il volume della Farinelli, presentazione-dibattito-suggerimento in classe (pp. 50 - divisione della pellicola in spezzoni di 15-20 minuti ciascuno per "far vedere" e poi discutere ed esercitarsi su ciò che si è visto), è curato con essenzialità e attenzioni impareggiabili da Chiara Mazzucchelli (Università di Catania).

«Cristo si è fermato a Eboli» è il libro più famoso di Carlo Levi, scrittore, pittore, medico che attraverso quest'opera racconta la sua storia di confino in Basilicata sotto il regime fascista. Un libro che è diventato anche film grazie all'abile regia di Rosi e all'efficace interpretazione di Volonté & Co..

«La complessità di questo film - faceva notare "Segnalazioni cinematografiche" nel '79 - sta non tanto nelle forme espressive adottate da Francesco Rosi per rendere le reazioni interiori del protagonista a contatto con una realtà ancestrale di cui non aveva mai neppure immaginato l'esistenza, quanto nella esteriorità ed interiorità di questo mondo desolato, immobile, apparentemente atono e disperato ma non privo di luminosità insospettabili: la vita dei contadini legata al fluire dei ritmi della natura, la religione vissuta spesso come superstizione, la magia venerata al posto di una scienza non conosciuta o male presentata, le necessità vitali a provocare le emigrazioni e i lucani naturali a determinare vacue nostalgie o fallaci ritorni, il senso di emarginazione rispetto all'altra Italia in cammino su strade di falsi imperialismi o avviata a sviluppi non adottabili, la tragica percezione di un fenomeno di dissoluzione della terra e della vita insieme.
Come sempre, in casi analoghi, la critica può essere fatta con severi raffronti all'opera letteraria che ha dato origine al soggetto o con paragoni ad opere analogamente impostate su realtà corali viste socialmente, etnicamente, politicamente, moralmente (e in questo caso "L'albero degli zoccoli" e "La terra trema" sono i titoli che per primi si impongono). Ma il film è quello che è: forte, sobrio, impressionante, eloquente, ben interpretato e ben diretto. Le critiche comparative, come certe analisi pignole ne sminuirebbero la portata di documento appassionante, purtroppo ancora di attualità, tutto da meditare».

Perché Eboli? Eboli come limite storico, non solo geografico, di un mondo. Perché Eboli è il paese dove la strada e il treno abbandonano la costa, e si addentrano nelle terre aride, desolate della Basilicata. Un libro pubblicato da Einaudi nel 1945 dopo la liberazione, in un'edizione dalla carta grigiastra. Da subito incontrò il favore della critica e del pubblico, in Italia e all'estero, tanto da diventare un classico della letteratura italiana, grazie alla capacità di Levi di raccontare quel mondo chiuso, con la consapevolezza che sarebbe rimasto uguale a se stesso.

Rocco Scotellaro disse: «"Cristo si è fermato a Eboli" è il più appassionante e crudele memoriale dei nostri paesi», mentre Asor Rosa in "Scrittori e popolo" afferma: «Levi giudica la realtà secondo gli schemi semi-mitici dell'Uomo e della Storia. Ma l'Uomo a cui guarda, e la Storia, secondo cui giudica, non restano opinioni generali, volontaristiche affermazione di verità. Egli non esce dal campo del Mito, anzi per lui la realtà descritta tende sempre a diventare anch'essa mito ma come accade talvolta, il Mito s'incarna in lui in una figura concreta».

Un libro di guerra, fino a quando l'autonomia e la libertà saranno la ragione d'esistenza di molti. L'atteggiamento di Levi è quello di colui che per passione di vivere si trova bene in qualsiasi luogo, e cerca di tenere tutto insieme. Quel suo parlare di un paese ignoto, di linguaggi ignoti, problemi antichi non risolti, di alterità presente, dell'individuo come luogo di tutti i rapporti e di un mondo immobile di chiuse possibilità, ne è la dimostrazione.

Ci si accorge, prendendo quel treno, tornando a Eboli, osservandone la stazione martoriata, per incuria, inciviltà, percorrendo questo paese ancora lontano dal Tempo e dalla Storia, andando per i paesi da lui descritti, come Senise ad esempio, che quel mondo è ancora tutto lì: racchiuso in un dolore che non può essere lenito.