TRE GIOVANI ITALOAMERICANI SUL FILM DI MATTEO GARRONE/Con Gomorra si dimentica Goodfellas

Cristina Colasanto

Sono stati usati veri atti criminali per assegnare le parti agli attori napoletani e questo ha spinto Gomorra, il film pluripremiato di Matteo Garrone anche con il David di Donatello, un passo ancora oltre nella relazione tra arte e vita.

La scena iniziale apre con un giovane membro di una gang malavitosa steso beatamente in un lettino abbronzante quando all'improvviso un proiettile gli sfigura il volto. Il pubblico è scosso e pronto per la prossima carneficina. Scena dopo scena il rispetto per l'essere umano si disintegra e viene rimpiazzato dall'opportunismo, fino a quando raggiunge il culmine e vediamo i due giovani corpi di Marco e Sweet Pea (Marco Macor and Ciro Petrone)  spazzati via e ammassati come un cumulo di rifiuti.
Lo spaccato della Camorra veicolato da Gomorra ha riscosso una notevole attenzione dalla critica, includendo il Grand Prix al Film Festival di Cannes, il premio Nastro D'Argento e ora anche i David di Donatello.

A questo punto, abbiamo avuto la curiosità di sapere qual è stata la reazione tra gli  italo-americani al film. Così lo abbiamo chiesto a tre giovani che avevano visto recentemente il film negli Stati Uniti.
Tim D'Agostino,  artista trentenne di New York con radici in Campania e Sicilia, ci racconta la sua reazione a Gomorra.

D'Agostino: «Il primo scoppio m'ha colto senza difesa. È così immediato che sembra di guardare un documentario. Non c'è nulla di stilizzato nel film. Io penso che sia stato veramente recitato bene e gli attori sembravano reali.
Quando il sarto (Salvatore Cantalupo) decide di aiutare il cinese, si vede come i tentacoli della Camorra possono estendersi molto lontano nella società. Inoltre penso che il film prenda vita in una frangia molto precisa dellla sotto cultura meridionale.

Mi hanno sorpreso le statistiche sullo schermo- 4000 morti negli ultimi 30 anni per mano della Camorra e Scampia, la città con il più altro traffico di droga nel mondo».
Qualche mancanza?
D'Agostino: «Più dialoghi e un sottofondo sarebbero stati necessari per spiegare i diversi clan e come tutto quel mondo funziona. Essendo un Italo Americano che vive a New York City sono ignorante di come vanno le cose lì. Anche quando vivevo fuori Napoli anni fà, non avevo idea di come i tentacoli della Camorra potessero insediarsi in questa maniera. I bambini sono intrappolati e hanno bisogno di essere salvati.
Mi piacerebbe anche sapere quali sono gli effetti di questo a livello di governo. Non ho colto il senso generale del film fino a quando non ho visto le statistiche apparire solo alla fine. Quello penso sia avvenuto troppo tardi. La celebrazione della mafia in film come "Goodfellas" o "Godfather" è oramai cosa passata.Vedere gente sparata in faccia da una così corta distanza è reale. Odio l'immagine del Mafioso italo-americano. Penso che questo film rappresenti molto più di quello che credevo fosse la mafia: denaro in tasca di qualcuno e strizzatine d'occhio. La corruzione è molto più reale e cruda che un gruppo di vecchi con catene d'oro».
 
Teresa Pietravalle, studentessa ventenne di Los Angeles, cresciuta da una famiglia di prima generazione di Italo Americani con radici campane, ci racconta della sua reazione.
Pietravalle: «Non è "Goodfellas" o "Casino". C'è spazzatura, dure realtà e condizioni squallide nella stagnante Scampia. La mafia non è stata celebrata assolutamente.
Gli italiani sono ritratti come primitivi e immorali. È una lotta per la soppravvivenza che mostra come tutti si tradiscono per il denaro. Crescendo l'avevo già sentito da mio padre, mi diceva che I napoletani si svegliano al mattino pensando a come fregare il prossimo».

Cosa ti ha sorpreso di più del film?

Pietravalle: «Mi disturbava vedere i bambini coinvolti nelle attività della mafia. Nei  tradizionali film di mafia non si vedono ragazzi così giovani.
E questa è gente ordinaria, non appariscente. È stato difficile credere che questo crimine stia accadendo nell'Italia di oggi e non trent'anni fa. Con tutta quella povertà e disperazione sembra di essere in un paese del terzo mondo».

Tiffany Cavallaro, una marketing manager di trentanni di New York, con radici campane ha espresso il suo dissenso per Gomorra.

Cavallaro: «Non ha catturato la mia attenzione. È come se si fosse sviluppato in una maniera ciclica ma senza mai raggiungere un climax. Avevo bisogno di un contesto più forte. Per me non c'è stato nulla di unico nel modo di ritrarre la mafia. Mi è parso più un piccolo ghetto che la vera mafia. La tragica parte dei due ragazzi (Marco Macor and Ciro Petrone) che si proclamavano i "padroni del mondo" quella è stata buona. E mi è piaciuto l'oramai condannato ragazzino Toto (Salvatore Abruzzese). Ma nulla veramente mi ha affascinato. Le donne in tuta da ginnastica erano volgari, sembravano del New Jersey, lo stereotipo del gangstar di basso livello. La parte più potente è stata quella delle statistiche della Camorra.
Gomorra incita parte della comunità Italo-americana a parlare invitando a fare il primo passo verso una realistica consapevolezza del problema. E la stretta alla gola della Camorra nella lotta contro le comunità locali meridionali sta forzando il governo italiano a guardare da più vicino la radice del problema. Senza la possibilità di lavoro o futuro per queste famiglie la mafia continuerà a prosperare.