SPECIALE/EVENTI/Quando il genio ospitò l’eroe

Alfonso Francia

Sulle case nelle quali Garibaldi sarebbe stato accolto nel corso delle sue avventurose peregrinazioni tra Europa eAmerica esistono decine di leggende, ma nessuna può vantare le incredibili serie di peripezie affrontate da un semplice villino bianco di Staten Island, dimora per oltre cinquant'anni di Antonio Meucci, il misconosciuto inventore del telefono. La storia viene ora raccontata da una mostra, intitolata If only these walls could talk! allestita proprio in quella casa, oggi sede del Garibaldi-Meucci Museum.

L'Eroe dei due mondi soggiornò a Staten Island per qualche mese, dopo il fallimento della Repubblica Romana e la morte dell'amatissima moglie Anita. Meucci, da poco trasferitosi negli Stati Uniti, invitò l'amico a trascorrere un po' di tempo con lui. Furono questi forse gli unici mesi che Garibaldi dedicò al riposo prima del ritiro nell'isola di Caprera. I due passarono l'inverno del 1852 pescando e cacciando (a quel tempo l'isola era in buona parte disabitata), e lavorando alla produzione di candele, al tempo la principale attività di Meucci. La mostra ripercorre con fotografie, disegni e articoli estratti dal New York Times la convivenza tra i Meucci e Garibaldi, e l'insolita celebrità conquistata dalla casa quando cominciò a spargersi la voce che lì l'Eroe aveva riacquistato le forze in vista delle sue imprese seguenti.

La stanza allora occupata dal condottiero è ancora visitabile. Sono stati conservati il suo letto, lo specchio che usava per radersi, una sedia e lo scrittoio sul quale avrebbe cominciato a scrivere le sue memorie. Alcuni mesi più tardi Garibaldi, ormai ripresosi, trovò lavoro come capitano e cominciò a fare la spola tra Stati Uniti e Brasile conducendo navi da carico fino al 1854, quando tornò in Italia per partecipare finalmente alla nascita della tanto desiderata Unità d'Italia.

La casa di Staten Island doveva però aver ricevuto l'influsso avventuroso e irrequieto del suo celebre ospite, tanto che cominciò essa stessa a spostarsi. «Nel marzo del 1881 in effetti - ci racconta Melissa Ferrari Santlofer, curatrice della mostra - il terreno sul quale sorgeva la casa venne comprato, e l'edificio venne spostato dall'altro lato della strada. Nel trasferimento, nessuno pensò di far ruotare la villetta, così quello che una volta era il retro divenne il frontale della casa». L'impresa dovette divertire parecchio il vicinato, anche perché la moglie di Meucci si rifiutò di uscire durante il trasporto: «Se la casa crolla, voglio morire nella mia stanza», avrebbe detto.

L'anno successivo i Meucci ottennero il diritto di restare nella loro casa per il resto della loro vita, ma le peripezie della casa non erano concluse. La Ferrari Santlofer ricorda che «nel 1891, alla morte di Meucci, la maggior parte degli oggetti d'arredo, compresi quelli usati da Garibaldi, vennero venduti all'asta, e la casa venne convertita in un hotel dove i visitatori avrebbero potuto provare l'emozione di dormire nella stessa stanza del generale. A quel tempo la genialità di Meucci non veniva riconosciuta neanche dai suoi connazionali», che lo ricordavano solo come il gentile oste dell'Eroe in camicia rossa.

Così nel 1898 le associazioni italiane cominciarono a raccogliere fondi per dare una destinazione più consona a quelle che erano considerate delle vere e proprie "sacre mura". Nel 1905 venne comprato un nuovo appezzamento di terreno poco distante, e la casa venne trasferita nuovamente, in quello che è il suo indirizzo attuale. Nel 1907, per celebrare il centenario della nascita dell'Eroe, venne costruito una sorta di Pantheon in legno che circondava la casa. Praticamente tutta la comunità italiana di New York andò a festeggiare l'inaugurazione del monumento. Pare che in quel giorno la compagnia che gestiva il servizio di traghetti tra Staten Island e Manhattan totalizzò il record di biglietti venduti.

Sembrava finalmente che la casa avesse trovato un po' di quiete, ora che era diventata il "santuario laico" della devozione degli italoamericani per il loro eroe nazionale. Ma proprio per il suo significato simbolico e patriottico, la villetta finì nel mirino degli anarchici e rischiò di venire distrutta.

«Nel maggio 1914 - ricorda la Santlofer - un gruppo di anarchici tentò di dare fuoco alla casa durante un'incursione notturna. Il 4 luglio dello stesso anno, invece, interruppero le celebrazioni annuali del compleanno di Garibaldi stracciando le bandiere italiana e americana e issando al loro posto la bandiera rossa. Nel 1956 si decise di dare alla casa il nome Garibaldi-Meucci Museum, riconoscendo finalmente la grandezza del vero inventore del telefono, a lungo dimenticato dai suoi stessi connazionali».

«Mi spiace molto che nessuno si ricordi mai di Meucci - ci dice Bonnie McCourt, publicity coordinator del museo -. Eppure fu qui, in queste stanze, che venne installato il primo telefono. Meucci lo utilizzava per comunicare con la moglie dalla cantina dove lavorava alla camera da letto di lei, impossibilitata a muoversi». Ma il divo è Garibaldi, non c'è dubbio. «Se lui non avesse soggiornato qui, oggi questa casa non sarebbe in piedi», ammette lei. Quel che interessa ai visitatori è osservare il letto dove il condottiero aveva dormito in quei mesi difficili, quando il dolore per la morte di Anita era ancora una ferita fresca e l'Italia sembrava condannata a restare sempre una "espressione geografica". Ma l'aria di Staten Island dovette fargli bene, perché pochi anni dopo Garibaldi organizzò la spedizione dei Mille e divenne il più grande condottiero del suo secolo. «Forse fin troppo grande per i suoi tempi -  conclude Bonnie -. Penso si sarebbe trovato più a suo agio vivendo tra i condottieri romani».