LETTERATURA/GIOIA TIMPANELLI ALLA ZERILLI MARIMO’/What Makes a Child Lucky”, romanzo siciliano

Alfonso Francia

Gioia Timpanelli è, secondo i critici letterari americani, una storyteller, una scrittrice che desidera prima di tutto raccontare storie ai suoi lettori, come una volta gli anziani facevano alla fine di una giornata di lavoro, quando la famiglia si riuniva in cucina.

Sta qui il fascino particolare di "What makes a child lucky", ultimo libro dell'autrice presentato martedì alla Casa Italiana Zerilli Marimò della New York University. Un breve romanzo che potrebbe essere raccontato ad alta voce, e non perderebbe nulla del suo significato. E infatti la Timpanelli si diverte a leggerne alcune pagine alla platea, accompagnando le parole con dei gesti ampi, che ricordano un'attrice sul palcoscenico. Non sembra insomma una di quelle scrittrici restie al contatto con il pubblico; non a caso la sua attività l'ha portata in varie occasioni a lavorare per la televisione. Ha vinto due Emmy Awards per aver ideato, scritto e prodotto otto serie di programmi sulla letteratura apparsi sulla Pbs.

Ambientato in Sicilia, terra dalla quale tutta la sua famiglia proviene, "What makes a child lucky" esibisce anche qualche frase in siciliano stretto, che lei chiama medievale, ormai quasi del tutto perduto. "Io sono nata negli Stati Uniti, ma quando ero piccola in casa si parlava solo il dialetto siciliano, del quale mio nonno era molto orgoglioso. Quello stesso dialetto che durante il fascismo si cercava di far sparire", spiega lei.
Il protagonista del libro, e le sue avventure, sembrano seguire proprio lo schema delle antiche novelle siciliane. I banditi che compaiono nel romanzo ricordano molto gli orchi delle storie della tradizione italiana. "Gli orchi spuntano sempre in questo genere di racconti, perché sono la rappresentazione della fame che in quella terra è stata una dannazione per secoli". Forse per questo alcuni dei brani più ispirati riguardano la preparazione dei cibi, che in alcune parti d'Italia rappresentavano una festa, perché la cena alla fine della giornata era l'unico lusso che ci si poteva permettere. Le tradizioni che emergono, e che ricordano un'Italia senza tempo, non sono però legate solo al passato: "Al contrario, io sono interessata solo al presente", chiarisce lei. La Timpanelli vuole semplicemente omaggiare la tradizione e la cura tutta italiana "per quel che è genuino", che non viene rovinato da complicazioni successive.

La scrittrice cerca poi di scavare nella sensibilità dei suoi personaggi, con una profondità che mancava ai vecchi racconti. "Il lettore potrebbe anche non condividere il mio intento, ma non è un problema - spiega lei -.  Male che vada, resta sempre la storia da condividere".

Ma quel che ha reso Gioia così apprezzata negli Stati Uniti è una capacità speciale nel trasmettere immagini vive con pochi tratti, abitudine facilitata forse dalla seconda sua grande passione, la pittura. "Seguo sempre delle immagini quando scrivo, delle impressioni visive che appaiono all'improvviso nella mia mente, che poi traduco in parole. È una maniera di scrivere nella quale mi trovo a mio agio, perché non impone una interpretazione rigida". Così è possibile leggere il libro con occhi sempre nuovi, come quelle storie raccontate dagli anziani: erano sempre le stesse eppure sembravano cambiare ogni volta.