EVENTI/CONVERSAZIONI FMR/Bellezza irraggiungibile

Olivia Fincato

Può sembrare scontato parlare di bellezza. Tema su cui filosofi, scrittori, artisti, si sono sempre addentrati, sprofondando nell'eden delle forme, dello spirito, e inseguendo affannosamente quell'ideale classico di cui spesso si sono perse le tracce, come accecati da un miraggio.

«La bellezza è qualcosa d'irraggiungibile. Più ti avvicini più s'allontana» dice l'architetto Renzo Piano invitato insieme allo scultore   Mark di Suvero al primo di una serie di incontri, "Dialoghi sulla bellezza", parte del ciclo Le Conversazioni FMR, curate da Antonio Monda, scrittore-giornalista, con il supporto di Marilena Ferrari-FMR casa editrice d'arte e fondazione.
«È una ricerca verso l'illusione» continua Mark di Suvero «la verità nella struttura di una scultura o di un'architettura ne è l'opposto. Abbiamo bisogno di trovare la bellezza nel nostro spirito per osservare un'opera».

Alle questioni lanciate da Monda, i due noti architetto e scultore, si confrontavano amichevolmente, entrando in uno scambio sempre più spontaneo e naturale, quasi il pubblico sparisse nella gremita Gilder Lehman Hall della Morgan Library di New York, recentemente ristrutturata proprio dall'architetto genovese.
Spunto iniziale per rompere il ghiaccio la relazione tra architettura e scultura a cui i due, premettendo che sono venticinque anni che cercano di lavorare insieme, hanno dato una visione molto poetica dell'intreccio tra le arti: «Tutte le sculture vogliono essere architetture e tutte le architetture vogliono essere sculture» esordisce di Suvero seguito e completato da Piano «entrambe cercano di definire lo spazio per le nostre emozioni».

 Ma se osserviamo le loro opere da subito notiamo una grande differenza: il grado di libertà dello scultore è di gran lunga maggiore di quello dell'architetto. Quest'ultimo deve relazionarsi e confrontarsi con tutta una serie di elementi estranei allo scultore, Piano la definisce come l'arte più contaminata: bisogna far fronte non solo a tempo e spazio, ma al cliente, alle dinamiche sociali, al potere politico.

«Io penso che Renzo non sia soltanto un gran architetto ma un visionario, il suo modo di definire lo spazio è sempre in dialogo creativo con tutto il resto» rivela di Suvero riferendosi al Centre Georges Pompidou di Parigi disegnato da Piano negli anni settanta, «lui ha concepito il museo inside-out, facendoci vedere attraverso la struttura, spogliando il palazzo, e mostrando un enorme rispetto per l'arte che ne è contenuta».
In questo sta dunque il talento dell'architetto, riuscire a trovare la propria libertà espressiva nella delicata gestione delle dinamiche sociali e politiche del committente, per creare uno spazio dove la gente cammina, vive, si emoziona, uno spazio che incuriosisca, non intimidisca il passante.

E la percezione viva del rispetto reciproco tra i due ha accompagnato tutta la conversazione raggiungendo momenti intimi di scambio e d'amicizia come quando Piano ha descritto le sculture di Mark di Suvero allo Storm King Art Centre nell'Hudson Valley simili a dei "giganti rossi senza gravità che flirtavano con gli alberi del parco" o quando amichevolmente lo chiamava un "crain artist", l'artista che non usa le dita ma la gru per sollevare e far comunicare i gran massi di metallo che poi magicamente sembrano volare senza gravità.
Ciò che li accomuna è la ricerca di senso nello spazio, la volontà di unire tutti i vari diversi pezzi e trovare il modo di articolarli grazie a quei punti di giuntura inaspettati, perfetti. Punti che risolvono poeticamente un calcolo matematico, una ricerca logica tendendo a quella bellezza che come dice di Suvero, trasforma un bruco peloso in una farfalla.

La serata è continuata con la proiezione di 4 clips presi da i loro film preferiti.
Per Renzo Piano una scena di I Clowns di Fellini (1970) e una di Zabriski Point di Antonioni (1970); per Mark di Suvero una di Belle de Jour di Buñuel (1967) e una di Rashômon di Kurorosawa (1951).
Interessante la scelta, molto esplicativa delle due personalità. Per Piano instintiva, senza ragione:«Mi piace l'azione in entrambi i clip, bellezza malinconica in Fellini e distruttiva in Antonioni. Amo l'idea dei singoli pezzi che volano al suono dei Pink Floid. L'ordine nel disordine, la contraddizione, l'ubbidienza sovvertita, l'inatteso. Sono quadri viventi».

Per Mark di Suvero una scelta più ragionata, interiore:«M'interessa la confusione tra sogno e realtà, le dinamiche che questa può creare nella ricerca della credibilità. Il film di di Kurosawa propone diverse versioni della stessa storia. Dov'è la verità? Sono tutte così convincenti che è impossibile saperlo».
La sala gremita non ha dato segno di stanchezza dopo le quasi due ore di conversazione e tra i visi noti come non scorgere quello delle gemelle Rossellini, Ingrid e Isabella, Geremy Iron, Gay Talese. Attenti e divertiti anche l'Ambasciatore d'Italia all'ONU Giulio Terzi con il Console Generale Francesco Maria Talò e le rispettive consorti.