SPECIALE/PERSONAGGI/Preservate le mie foto antimafia

Laura Caparrotti

Avete visto le sue foto per anni, sui giornali, in televisione. Il suo occhio ha parlato della terribile stagione dei delitti di Mafia a Palermo, quella di Falcone e Borsellino, per meglio intenderci. Le sue foto di Andreotti con i fratelli Salvo sono state acquisite agli atti durante il processo Andreotti. Insomma, le sue immagini hanno raccontato un pezzo scomodo dell'Italia. Eppure Letizia Battaglia è più stimata all'estero che nel suo stesso paese, tanto che a New York, martedì scorso, è stata premiata con il prestigiosissimo Infinity Award-Cornell Capa Award. Un premio che si va ad aggiungere ai tanti ricevuti in tutto il mondo, negli anni. Letizia Battaglia ci riceve con la sua macchina fotografica al collo e due occhi che ci scrutano come un obiettivo.

Letizia, un premio del genere qui a New York che significato ha per te?
«Io un premio del genere non lo capisco, non capisco perché mi abbiano premiato. Perché siccome vivo in un posto dove non mi si concede niente che sia riconoscimento o affetto o rispetto per la mia esperienza e la mia età, un premio così,  dato in un posto lontano da dove vivo io, da Palermo, mi suscita veramente inquietudine. Gente che non mi conosce personalmente, in un luogo dove io non ho fatto niente, mi da un premio alla carriera; sono stupefatta e inquieta e mi chiedo perché in Italia non ho nessun riconoscimento, a parte qualche mostra che faccio ogni tanto. Pensa che hanno fatto, in Italia, un'antologia di donne fotografe e io non c'ero. Ho chiamato la curatrice, con la quale poi ci siamo anche incontrate,  e lei mi ha detto  che credeva che io non volessi più comparire: anche se io volessi non volere più, la storia racconta che io sono una fotografa, dunque se fai una antologia devi metterci dentro una persona come me. Nello stesso periodo, in Svezia facevano un libro sulla fotografia europea dagli inizi e le italiane eravamo io e Tina Modotti. Insomma, la mia vita l'ho vissuta, e nell'ultima parte della mia vita vorrei ricevere le carezze di mia madre che è la mia terra».

È un discorso che tocca molti di noi che ce ne siamo andati dall'Italia: in una intervista tu dicevi che era quasi codardo andarsene, e mi chiedo se la nostra sia codardia o invece forza di migliorare il nostro paese da lontano.
«Non lo so, le ragioni sono tante, l'importante è essere coerenti con se stessi. Io quando sono andata via, sono andata via per intollerabilità della situazione, la volta più lunga a Parigi per un anno e mezzo, ma stavo male, perché io che sono a NY, ricevo il premio, vedo i musei più belli del mondo, giro per una città fantastica, però voglio tornare a Palermo e devo resistere per non tornare prima. C'é anche che ho giovani nipoti che trovo doveroso seguire e amare. Sono molto attaccata alla famiglia e a Palermo, anche se in questi ultimi anni non vado più ad inaugurazioni, non amo più frequentare la gente che una volta amavo frequentare. Faccio solo un giornale di donne, che si chiama "Mezzocielo" che facciamo dall'anno prima che ammazzassero Falcone e Borsellino -sono passati 16 anni- e questo è un impegno con un piccolo gruppo. Poi sono sempre più invitata dai giovani all'università; però la città la vorrei diversa, vorrei che l'agricultura tornasse a essere viva, che il cielo fosse pulito. C'e' uno struggimento che mi attanaglia rispetto alla mia terra».

Tutto il lavoro che hai fatto anche a livello politico, avrebbe un senso oggi?
«Io mi butterei sempre in qualcosa che serve ad aiutare le cose ad andare meglio, soltanto credo di essere troppo vecchia. Ho avuto l'esperienza meravigliosa di poter mettere alberi e fiori nella mia città, tenerla pulita, incontrare ragazzi per dire loro che si può fare un mondo migliore. E' stata una esperienza molto forte con Leoluca Orlando, Sindaco di Palermo, che ci ha permesso di sognare. Penso che ora dovrebbero attivarsi i giovani, io sono sempre disposta a fare da figura che rimane nella fantasia dei ragazzi, delle nuove generazioni, forse perché suscito in loro speranza. Io incontro molti ragazzi che mi chiedono  se si può essere legali, cosa significa. Io spiego che quella che cerco è la giustizia, che ha a che fare con i valori più profondi che sono dentro di noi. Sembra che oggi siano presenti altri valori che hanno a che fare con l'apparire, specialmente in televisione, che è una specie di ossessione ormai. Una ragazza mi diceva che tutti chiedono la raccomandazione, che è normale. Ecco, non deve esserlo, bisogna convincere i ragazzi che devono essere diversi, devono sapere gestire la libertà che hanno e la loro vita in maniera giusta. Io so che sto per chiudere la vita, ed è giusto che sia così, ma vorrei chiuderla sapendo che c'è una inversione di rotta, perché mi dispiace tanto che questa mia terra non trovi una strada della bellezza, che è armonia, rispetto, amore».

Tu avrai conosciuto, visto molte donne della Mafia. E' cambiato il loro rapporto con i mariti? Se sì, come?
«Ti rispondo con qualcosa che dicono tutti. Le donne sono sempre state complici dei loro uomini di Mafia, però non venivano fuori. Le donne hanno sempre saputo di omicidi, di traffici, sempre, e sono state lì a coprire i loro uomini. Oggi che molti sono stati incarcerati e molti di questi che avevano beni e traffici non volevano perdere questi beni e questi traffici, molti uomini - per la prima volta in questi ultimi anni nella storia della Mafia - hanno incaricato le mogli di portare avanti gli affari. Molte donne ci sono riuscite ed altre ci sono addirittura riuscite in proprio. Io avevo sempre creduto per anni che le donne non sapessero niente e questo era molto confortante per me e invece no, le donne hanno sempre saputo e sono sempre state complici. E continuano ancora oggi ad essere complici sia della Mafia ma sia della corruzione politica. Non possiamo parlare di Mafia se non parliamo di politici corrotti e connessi con la Mafia. C'è poco da fare, perché altrimenti in 150 anni di storia di Mafia lo stato sarebbe riuscito a metterli in silenzio; fra l'altro, la mancanza di lavoro, fa molti più proseliti, perché un giorno la Mafia chiederà cose terribili in cambio, ma intanto riescono a lavorare. No, le donne non sono più belle degli uomini di Mafia».


Cosa ne pensi dello scrittore-giornalista Roberto Saviano?

«Ho grande stima. Ha annullato la sua vita privata, completamente, è una persona secondo me molto bella, dentro, con il desiderio di giustizia bella. Purtroppo essendo solo può diventare anche troppo presente, la sua figura può diventare troppo emergente, ma è così nonostante lui. Lui ha scritto un libro incredibile, con numeri, cifre, fatti, come non tutti fanno. Io stessa ho fotografato la Mafia, parlo contro la Mafia, ma indubbiamente io non la danneggio. Ma la Mafia ha paura di una cultura antimafiosa».

Mentre l'occhio di Letizia si concentra sempre più sulle nostre vite a New York, la fotografa siciliana accenna ad un suo film, "Fine della storia", che sta tentando di produrre, e  fa un appello, forte e passionale come lei.
«Io ho vissuto una vita piena, intensa e mi preparo a non esserci più. Oltre agli affetti, mi lascio dietro un archivio di fotografie e il mio cruccio è che è come se lasciassi dietro di me un figlio ammalato, chi lo curerà? Ho raccontato per anni Palermo, con foto pubbliche e private, con le cose belle e le cose brutte. Dovrei trovare una fondazione, un luogo dove delle foto storiche vengano rispettate. Posso in America trovare un luogo, un Museo che abbia i frigorifreri per tenere dentro i negativi, ma anche per valorizzarli, per raccontare attraverso le mie foto un periodo della storia italiana che è stato quello che è stato? Chiedo: c'è qualcuno che può accogliere le mie foto?»