A modo mio

Incontro di culture/Il Papa in Medio Oriente

Luigi Troiani

Può fare tragicamente sorridere l'identità dei toni usati dall'oltranzismo ebraico e islamico verso Benedetto XVI, pellegrino in Medio Oriente. La minaccia di "gravi conseguenze" avanzata dai taleban afghani per il presunto "proselitismo" cristiano, ha fatto il paio con l'accusa al papa tedesco di essere un "ex giovane nazista" formulata dall'emittente radiofonica dei coloni "Israel national radio". Sono, gente così, i protagonisti di quello che, nel suo saggio dell'estate 1993 in Foreign Affairs, Samuel Huntington definì il Clash of civilizations, precisando la sua ipotesi. "...la fondamentale fonte di conflitto in questo nuovo mondo non sarà né primariamente ideologica né primariamente economica. La grande divisione tra la specie umana, la fonte dominante di conflitto sarà culturale... Lo scontro di civiltà dominerà la politica globale."

Nell'epoca del realismo e del sistema bipolare, contava quasi esclusivamente il numero dei missili e dei silos che li contenevano, insieme alla potenza e alla trasferibilità delle ogive armate pronte per l'esplosione nucleare. Le nazioni erano ingabbiate nella logica dello scontro bipolare: da un lato Mosca, dall'altro Washington, con tutti gli altri collocati da una parte o dall'altra. In quello schema, i conflitti interni e le specificità etnico-religiose erano sepolti sotto le motivazioni dello scontro ideologico, oltre che militare, tra i due blocchi. Le cose, da un decennio, non stanno più così, e nei margini di movimento che il rompete le righe del vecchio sistema ha generato, anche le nazioni del Medio Oriente muovono con maggiore libertà le loro pedine. Il confronto vede, come sempre, Israele contro tutti gli altri, ma è cresciuta in molti paesi arabi la flessibilità della risposta alla cosiddetta minaccia israeliana.

In questo clima, risultava importante acclarare quale tipo di messaggio sarebbe stato in grado di offrire il pontefice, esposto al dialogo con interlocutori ed esigenze diversi e spesso conflittuali. In quest'ambito, tre appaiono i punti che hanno qualificato il viaggio apostolico. Benedetto XVI ha innanzitutto chiesto di porre fine ai conflitti mediorientali, pregando, da solo e insieme ad esponenti di altre religioni, per la pace e la fratellanza tra palestinesi, israeliani, arabi in genere. Ha chiarito, si spera definitivamente, il suo rapporto con le persecuzioni patite dalla famiglia ebraica in Europa durante gli anni del nazismo, denunciando che "l'antisemitismo continua ad alzare la sua ripugnante testa". Durante la sua visita nei territori palestinesi, ha gridato forte che sia dato uno stato al popolo che vive accanto a Israele, abbandonato a se stesso e alle sue feroci contraddizioni, nella presente crisi del sistema internazionale.

L'elemento principe del viaggio papale concluso venerdì sera, è stata l'imposizione della necessità di far ripartire il dialogo fra culture e fra religioni, il rifiuto dell'ipotesi che il conflitto tra culture sia un obbligo ineludibile dei nostri tempi. E, all'interno di questa posizione, la negazione della "violenza che stronca le vite innocenti" come strumento di politica internazionale. Cominciò Giovanni Paolo II ad esaltare la cultura e le religioni come strumento efficace di relazioni internazionali. Benedetto XVI, in quel solco, ha condotto tra Giordania, Palestina e Israele, un gioco diplomatico fine, i cui risultati potrebbero condurre molto lontano.