SPECIALE/PERSONAGGI/Le pietre che proteggono i ricordi

di Alfonso Francia

Castelvecchio Calvisio è uno di quei paesi che attraggono sempre i turisti stranieri. Una massa compatta di case costruite a spirale una accanto all'altra, come se il paese formasse un unico grande edificio che dal centro si estende verso l'esterno. Ognuna delle case condivide almeno una parte delle mura con l'abitazione che le sta a fianco. Chi non è del posto non riesce a credere che in quell'intrico di viuzze e passaggi costruiti nel Medioevo vivano ancora persone in carne e ossa, legate tra di loro come le case che li ospitano. Nella sua storia secolare, Castelvecchio è sopravvissuta a parecchi terremoti, compreso quello del 6 aprile, che ha danneggiato, per fortuna non in maniera irreparabile, molti dei suoi edifici. Padre Dante, sacerdote in servizio a Newark da oltre cinquant'anni, è nato proprio a Castelvecchio. Gli abbiamo chiesto come ha vissuto, a migliaia di chilometri di distanza, il dramma capitato al suo paese natale.

Padre Dante continua a chiedere informazioni sui danni inflitti dal terremoto. Ricorda i nomi di tante piccole parrocchie della provincia aquilana, e vorrebbe sapere esattamente quali danneggiamenti ha sofferto ognuna di esse.
«Sono sempre rimasto legato a Castelvecchio, anche se vivo negli Stati Uniti da oltre cinquant'anni», racconta. «La mattina successiva al terremoto mi ha telefonato mio nipote, che si alza sempre presto la mattina e aveva appena letto la notizia su internet. Ci siamo immediatamente messi al telefono per chiamare i nostri cari. Per fortuna stavano tutti bene, anche se erano sconvolti; sono state necessarie settimane prima che le loro voci tornassero a essere vivaci come le avevo sempre conosciute». Ci vuole poco però perché la preoccupazione per il futuro lasci spazio al passato, al tempo in cui Dante aveva nove anni e faceva le commissioni per i nonni.
Il suo racconto fa venire in mente quei ritmi di vita raccontati in "Fontamara" da Ignazio Silone. Ma in questi ricordi non c'è l'amarezza e lo scoraggiamento che spuntano di continuo nelle pagine dello scrittore marsicano. Qui anche la povertà e i disagi vengono ricordati con un certo affetto, come se non pesassero tanto, perché anche le difficoltà erano condivise.

«Il paese era come una famiglia», ci spiega. «Avevamo un solo forno, e si faceva il pane tutti insieme. Chi aveva delle pecore le affidava a un pastore che passava casa per casa e portava tutto il gregge al pascolo. Anche l'acqua si prendeva in compagnia, alla fonte. Castelvecchio era come un'unica, grande casa. Lo si poteva attraversare da un estremo all'altro in pochi minuti. Dalla finestra della mia stanza potevo vedere l'ingresso della scuola. Anche per questo motivo le famiglie erano tutte quante unite, difficilmente ci si rinchiudeva in casa e si stava per conto proprio. In estate, con le lunghe giornate, ci mettevamo a sedere sui gradini davanti alla porta d'ingresso, e si chiacchierava da un uscio all'altro».
Ma Castelvecchio è famosa anche per le sue nevicate, e per la temperatura che spesso scende sotto lo zero. «Certo -  ammette Padre Dante - in inverno la vita era dura, faceva freddo ed eravamo bloccati dalla neve. Mio nonno nei mesi freddi si trasferiva in una casetta più a valle, dove il clima era meno rigido. Trascorsi un inverno intero con lui in quella casa».

Nessun dubbio, comunque, che la vita fosse dura per i bambini, ai quali veniva chiesto aiuto nelle faccende di casa e anche per il lavoro nei campi. «A volte mi toccava portare a pascolare da solo una pecora che aveva avuto un agnellino e non poteva andare con le altre. In estate, invece, tornavo dal seminario per le vacanze, ma non c'era tempo per riposare. Ci alzavamo alle due del mattino per battere il sole e arrivare nei campi prima dell'alba. Io avrei voluto dormire, ma mio padre mi teneva allegro raccontandomi storie». Un particolare che fa tornare in mente al sacerdote una serie di ricordi della sua famiglia. «Papà era una persona molto intelligente, ma aveva dovuto lasciare la scuola presto, dopo la terza elementare, per aiutare in casa. Ma era così desideroso di imparare che a volte si appostava sotto la finestra dell'aula dove gli altri ragazzi facevano lezione, per imparare qualcosa. Spesso mi chiedeva di leggere mentre lui era impegnato a lavorare. Mi dava degli enormi testi di diritto civile dei quali non capivo una parola, ma mio padre ascoltandomi riusciva a memorizzare tutto. Invece mia madre, figlia di una maestra elementare, amava scrivere. Non è vero, come molti pensano, che a quei tempi in Italia le donne non sapessero leggere. Questa sua capacità le tornò molto utile quando io andai in collegio, e le lettere erano l'unica forma di comunicazione disponibile».

Tutti questi pensieri legati a persone che non ci sono più restano ancorate alle pietre di Castelvecchio e non si fanno dimenticare neanche a decenni di distanza.
«Ripenso al mio paesello ogni giorno - conclude padre Dante -, rivedo ogni angolo del paese nella mia memoria, anche se l'ho abbandonato presto. Posso ripercorrere tutte le strade col pensiero». Strade che, si spera, verranno rimesse in sesto prima possibile.