SPECIALE/I LUOGHI/Visita alla leggenda della boxe

Gina Di Meo

Tra ring, attrezzi, scaffali pieni di guantoni, asciugamani... pareti piene di foto di pugili che hanno fatto la storia. Benvenuti alla Gleason's Gym, Front Street, Brooklyn, a pochi passi dall'omonimo ponte. Qui inizia la leggenda della boxe. La Gleason non è una semplice palestra, è La palestra, ovvero la più antica palestra di pugilato negli Stati Uniti. Qui sono passati Mohammed Alì, Mike Tyson tanto per citare il passato più recente, ma dall'anno in cui stata fondata, nel 1937, la Gleason ha dato i "natali" a Jake LaMotta, soprannominato  The Bronx Bull o The Raging Bull, dal film di Robert Scorsese con Robert De Niro, che ne racconta le vicende.

LaMotta, peso medio, è stato il primo campione del mondo uscito dalla Gleason. Divenne professionista a soli 19 anni, dopo che il padre lo costringeva a combattere con altri ragazzini per intrattenere gli adulti per poi raccimolare gli spiccioli che il pubblico lanciava per lo spettacolo. Tra gli altri campioni il peso piuma Phil Terranova, il panamense Roberto Duràn, soprannominato Manos de Pietra e considerato uno dei più grandi pugili del mondo. In 72 anni dalla palestra di Brooklyn sono usciti 129 campioni del mondo, due medaglie olimpiche e centinaia di campioni a livello amatoriale. La Gleason è metonimia della boxe, è un luogo leggendario, così come leggendari sono anche alcuni dei suoi allenatori, Hector Roca, che ha insegnato a boxare a  Hilary Swank, attrice in Million Dollar Baby (film che ha vinto quattro premi Oscar, ndr), Bob Jackson, Tommy Gallagher.

Abbiamo visitato la Gleason qualche settimana fa, alla vigilia dei Golden Gloves, una delle kermesse amatoriali per eccellenza, potenziale trompolino di lancio verso il professionismo per tantissimi pugili. Così incontriamo l'attuale proprietario, Bruce Silverglade, che ha rilevato la palestra circa trent'anni fa. Non appena gli diciamo che siamo italiani ci dice: «Come, I want to tell you a story!. Il proprietario originario di questo posto era un italiano, si chiamava Robert Gagliardi, era sia un allenatore che un gestore». E come mai la palestra ha un nome inglese? - gli chiediamo quasi in modo spontaneo. «Lui aprì la palestra nel 1937 - ci spiega - poco prima della Seconda Guerra Mondiale e quando in Italia c'era il governo fascista. All'epoca nessuno voleva avere a che fare con gli italiani e così lui, prese in prestito il nome da uno dei pugili che veniva ad allenarsi lì.

Nel giro di pochi anni la palestra divenne famosa e lui alla fine cambiò definitivamente anche il suo nome, da Robert Gagliardi a Bob Gleason». Silverglade ci dice anche che per lo più il successo della sua palestra è dovuto alla presenza dei migliori allenatori del mondo e a boxer che vengono ad allenarsi qui da ogni parte del mondo. E ci tiene anche a sottolineare una cosa. «Sapete perché ci si avvicina al mondo della boxe? Di solito i motivi sono di natura socio-economica. La maggior parte di questi ragazzi proviene e proveniva da ambienti poveri, sono per lo più immigrati. Sulle pareti di questo posto è scritta anche la storia dell'immigrazione verso gli Stati Uniti. Prima ci sono stati gli italiani e gli irlandesi, poi gli ebrei, poi i neri, i latinos e ora è la volta dell'Europa dell'est. Questa gente viene qui, non ha soldi, non ha istruzione e cercare di diventare pugili professionisti è un modo per far soldi subito. Una volta raggiunto un certo status sociale, sono quelli che mandano i loro figli al college per grantirgli un futuro».

Usciamo dalla stanza di Silverglade e ci prende per il braccio un signore, ignoriamo all'inizio chi sia. Ci porta in un'altra stanza, scopriamo che è Hector Roca, che in un inglese stentato ci mostra la sua foto con Hilary Swank. Continuiamo a curiosare nella palestra e c'è una sorpresa dietro l'altra. Ci imbattiamo anche in due italiani, Andrea Galbiati e Martina Vernile.  Andrea ha una palestra a Monza, è un pugile professionista ed è stato campione del mondo di Full Contact. Ci dice che viene qui da due anni e fa la spola con l'Italia. La Gleason gli serve sia per allenare se stesso, sia per portare i suoi allievi. «La Gleason - spiega - ti dà la possibilità di confrontarti in un'unica palestra con tanti pugili diversi. Un giorno combatti con un giapponese, un altro con un coreano, un altro ancora con un ispanico. In Italia devo girare invece in lungo e in largo per trovare la diversità. Il tipo di allenamento che si svolge qui è completo».

Con lui c'è una giovane leva, Martina, 23 anni, di Novara, che ha iniziato a boxare da un anno e mezzo ma ha alle spalle un passato di boxe francese. Il suo sogno sono le Olimpiadi del 2012. «Ho iniziato a praticare la boxe sia per difesa personale sia per scaricare la tensione e sono venuta alla Gleason un po' per curiosità un po' per vedere come funziona la migliore palestra di pugilato del mondo».

Ognuno alla Gleason ha una storia personale. C'è quella di Nicole Dean, 24 anni, italiana da parte di madre di terza generazione e cresciuta senza un padre. Nicole ha scelto la boxe per togliersi dai guai, per sfogare sul ring la sua rabbia. Il pugilato le è servito a lasciarsi il passato alle spalle e ora aspira a diventare un'insegnante. Motivi più futili per Lisa Marie West, 24 anni, italo-brasiliana che ci ha detto che per lei il ring è come un palcoscenico, serve a mettersi in mostra e non a caso nel suo futuro si vede nel mondo dello spettacolo. Tante storie, ma alla fine il coro è unico. Per tutti la Gleason è un luogo dove regna il talento, dove si trovano gli stimoli per andare avanti e sfondare nel mondo del professionismo e magari un giorno poter vedere anche la loro foto appesa al muro tra i grandi campioni.