SPETTACOLO/Verne, largo ai sogni

Franco Borrelli

I fantastici viaggi invita quest'anno il cartellone dello Shakespeare Theatre of New Jersey (giunto alla sua 47ma stagione consecutiva). Libera l'immaginazione, infatti, quanto accade sulla scena. Ci si può o meno ritrovare poi con i personaggi, partecipare o meno alle loro passioni e ai loro drammi, qualunque cosa accada nel rapporto con chi mette in scena qualcosa dinanzi a noi, un fatto resta comunque certo e indiscutibile: si scopre una forma inusitata di verità e di libertà, sia seguendo le strade indicate dagli attori sia prendendone di diverse, sperimentando e dando tuttavia corpo a propri pensieri, a proprie immaginazioni.

Non si poteva, quindi, iniziare meglio di così un viaggio simile se non con «Around the World in Eighty Days» di Jules Verne, in un'adattazione di Bonnie J. Monte (direttrice artistica ormai da molti anni della compagnia che opera al Kirby Theatre della Drew University di Madison, NJ), che l'ha anche diretto. Cosa ha a che fare Verne con il teatro, ci si chiederà, con tanti testi favolosi concepiti e scritti appositamente per essere portati su un palcoscenico? E i dubbi iniziali in gran parte restano anche alla fine della rappresentazione, perché, pur se ricco di idee immaginifiche e con tantissime suggestioni per sogni favolosi, questo capolavoro di Verne certo non non sembra essere opera nata per esser messa in scena.

Tantissime e assai varie sono infatti le avventure di questo viaggio che da Londra, passando per l'Italia, porta attraverso Suez e l'India fino in Giappone e poi, attraverso gli Usa e l'Atlantico, di nuovo a Londra. Non mancano i momenti drammatici, e non mancano neppure i momenti (tantissimi) per sorridere o addirittura ridere a situazioni comiche. Non mancano, insomma, momenti di teatralità innegabile; eppure quest'edizione non convince propriamente del tutto.

E' la prima riduzione teatrale al mondo del "Viaggio" di Verne, e quindi la cosa di per sé andrebbe applaudita, ma si sente che l'ingranaggio è piuttosto pesante qua e là, e necessariamente si deve cedere al didattico quando a una scena in un continente bisogna collegarne un'altra in un altro continente. Ma i sei attori che si sobbarcano all'impari compito di presentarci una trentina di personaggi meritano, comunque, tutto l'appoggio e il plauso che si possa ad essi dare.

In questa incredibile e sorprendente corsa contro il tempo, si passa infatti da una civiltà ad un'altra, ci si trova a fuggire dal fanatismo religioso indiano che non disdegna il sacrificio umano, e ci si ritrova poi nel Far West a pazientare per un branco di bufali che ritarda il viaggio in treno verso New York o a combattere contro i pellirosse che mal sopportano la presenza dell'uomo bianco. Ma non v'è troppo tempo per soffermarsi a fremere, soffrire o temere per i pericoli o gioire per esserne scampati. Altre urgenze premono, altre avventure da tenerti col fiato sospeso.

Non c'è tempo nemmeno di rilassarsi un po' con qualche ora di sonno che ci si deve rimettere in moto per affrontare nuovi ostacoli e non sempre piacevoli imprevisti. Ma con la flemma del protagonista (che intende vincere una scommessa con i suoi amici del circolo londinese) ogni problema trova sorprendentemente immediata soluzione, fino alla scena finale quando il viaggio impossibile viene addirittura completato in... anticipo.

Un capolavoro, quindi, per tutte le età, anche se gli spettatori più piccoli son penalizzati qui dal fatto di trovarsi dinanzi ad una scena quasi nuda, ridotta com'è all'essenziale e che ti costringe a lavorar davvero di fantasia nel passar da una geografia all'altra, da un'umanità all'altra. Robert Krakovski è impareggiabile in quest'arduo compito di "legare" fra loro le varie fasi della vicenda. Il suo Phileas Fogg è l'unico punto di riferimento, con la sua olimpica calma, nel turbinìo di emozioni e di contrastanti personaggi. E, con lui, merita gli stessi consensi il comico Kevin Isola nelle vesti del bravissimo servo Passepartout (la sua mimica, a tratti, ricorda persino quella del nostro Totò). Suggestivo, nelle vesti della voce narrante, è poi Edmond Genest; e bravi, nei travestimenti rapidi e convincenti e nel cambiar parti e voci, sono anche David Foubert, Jay Leibowitz e Maureen Sebastian.

«Around the World in Eighty Days», pur con le innegabili  riserve e difficoltà d'adattamento, resta comunque una buona messinscena. Al Kirby fino al 24 p.v. (tel. 973\408-5600), questo Verne, dopo tutto, non tradisce la sua funzione stimolatrice ad usare il cervello e a dar corpo alle più incredibili delle fantasie; e questo, per i bambini d'ogni età, non è certamente poco.

Che anche la musica sia... fantasia, ne ha dato prova lo stesso Shakespeare Theatre che l'altra sera, al Dorothy Young Center for the Arts della stessa Drew University, ha ospitato un recital della pianista Xiayin Wang, giovane virtuosa dotata di un'incantevole tecnica e di una poeticissima capacità interpretativa della "parola" di Chopin, Busoni-Bach, Haydn, Liszt, Scriabin, Piazzolla, Greshwin e Ravel. Il concerto (e speriamo non resti cosa isolata) era destinato a crear fondi, dato il momento di magra nell'ambito delle arti nazionali, per i programmi educativi di cui il Theatre di Monte & Co. si fa fautore durante tutto il corso dell'anno e nei quali sono costantemente impegnati gli studenti delle Junior e della High School del Garden State

Tra le stelle giovani in circolazione, la Wang continua in maniera impeccabile e brillante quella tradizione cinese che con Lang Lang e la sua omonima Yuja Wang sta "sconvolgendo" (in maniera decisamente positiva) il mondo della classica internazionale. Dopo aver completato gli studi presso il conservatorio di Shanghai, Xiayin Wang si è poi trasferita a New York (Manhattan School of Music) e sinora ha tenuto già applauditissimi e convincenti (per pubblico e critica) concerti un po' ovunque in Europa e in Asia. Qui negli Usa si è già esibita alla Carnegie Hall e il recital di Madison è stato preludio a quello nella restaurata Alice Tully Hall del Lincoln Center.

L'altra sera alla Drew la Wang ha messo in mostra un colore e un'abilità capaci di spaziare con naturalezza e spigliatezza da un repertorio all'altro, da un'atmosfera all'altra, dal classico vero e proprio (Chopin e Liszt, tanto per fare un paio di nomi) al tango (Piazzolla), dalla tradizione di Bach riveduto da Busoni alle arie jazzistiche di Gershwin, dai valzer di Liszt e Scriabin allo sperimentalismo di un Wild e alle novità rivoluzionarie d'un Ravel. Testimonianza d'un eclettismo e di una vivacità interpretativa sorprendente e coinvolgente - oltre che di un tocco assai poetico -, che fanno della Wang una gran bella realtà nel mondo delle arti contemporanee.