SPETTACOLO/Un universo musicale

Lorenza Cerbini

L'impatto con la città è stato difficile. Ma provate ad attraversare l'Oceano con una moglie e cinque figli piccoli la cui vita è tutta da riorganizare, dalla scuola, alle abitudini alimentari, al tempo libero. "E' stata dura" confessa Antonio Ciacca (nelle foto), pianista jazz giunto due anni fa a New York voluto dal "Jazz @ Lincoln Center" come direttore della programmazione. Un lavoro a stretto contatto con un'icona del jazz mondiale: Wynton Marsalis.

Ingegnere mancato, questo pugliese nato in Germania, ha costruito la sua carriera con un'impronta manageriale che gli ha permesso di competere nell'ambiziosa industria americana dell'"entertainemet". E non è roba da tutti. "Amo la serietà di questa città che non ammette errori", sottolinea Ciacca. E continua: "Se arrivi in ritardo sei finito. Se alle promesse non seguono i fatti sei finito. E' un luogo che dà tanto e pretende molto: il tempo. Non mi piace che New York non dorma mai. Uccide la possibilità di decidere. Per questo tanti grandi jazzisti vivono in California o in Florida".

 Quando hai scoperto il jazz americano?
«A Bologna 20 anni fa. Frequentavo ingegneria e un mio amico mi portò al Palasport per il Festival Jazz. E lì ho sentito per la prima volta Wynton Marsalis. Ho scoperto un universo musicale e umano sconosciuto».


Vi siete parlati con Marsalis?

«Sì, nel back stage, insieme ad altre 300 mila persone che conosce ogni giorno... Comunque, da quell'incontro ho riesumato i tre anni di pianoforte fatti alle scuole medie».

E poi?
«Il sassofonista Steve Grossman si era da poco trasferito a Bologna, dove tutt'ora vive, e ho iniziato a studiare musica jazz con lui. Quattro anni dopo ero un musicista di professione».

E il primo incontro "live" con il jazz a stelle e strisce?
«Nel 1993 a Detroit, invitato da amico con mamma bolognese e padre del Michigan. Detroit era ancora una potenza economica, la General Motors dava lavoro e la città era piena di locali. Lì ho imparato cosa sia la cultura afro-americana. Per tre mesi ho frequentavo i jazz club alla ricerca dei grandi maestri ancora in vita: Eddie Russ, Marcus Belgrave, Larry Smith. Per loro era molto strano essere approcciati dall'unico bianco del quartire e commentavano: "Se è così pazzo da essere qui, ci sarà pure una ragione!"».


A Detroit però hai pure lavorato. Vero?

«Non posso dimenticare l'incontro con Larry Smith che mi ha davvero cambiato la vita. Sono salito sul palco per suonare un pezzo con lui. Il giorno dopo facevo parte del suo gruppo. Larry non esitò a licenziare il pianista per avermi. Rimasi senza parole. Col tempo mi sono reso conto che i grandi jazzisti non guardano al colore della pelle dei loro colleghi. Luis Armstrong, quando gli chiesero di non usare un batterista bianco per un concerto a New Orleans, si rifiutò. Cancellò il concerto e in quella città non ci tornò più».


Cinque album all'attivo. Quando hai iniziato la tua carriera come solista?

«Il primo cd come leader risale al 1996. Avevo appena concluso il secondo tour europeo con Larry Smith. Il Comune di Bologna stava supportando i giovani artisti con il progetto Iceberg e avevo ottenuto un contributo. Per la produzione mi sono avvalso di Alessandro Bosetti al sax e di due musicisti cecoslovacchi che avevano suonato con Larry. Gente più anziana, con molta esperienza, solida, mi assicuravano la stabilità di cui avevo bisogno».

Il tuo ultimo cd si intolola "Rush life". E' strettamente autobiografico?
«Decisamente. "Rush life" rappresenta il ritmo della mia vita in questo momento. E' il primo lavoro da quando mi sono americanizzato completamente. Fino a due anni fa vivevo in Italia, insoddisfatto, perché con la mente ero proiettato verso gli Stati Uniti».


Hai mai suonato in metropolitana?

«No».

La tua esperienza più strana, ma al tempo stesso formativa, qual è stata?
«Per tre mesi ho suonato in un'orchestra di liscio. Volevo capire quella realtà che è una grossa fetta della musica in Italia. Ne è nato un grande rispetto per i musicisti che suonano quella musica e per la gente che la balla. Ho scoperto formidabili fisarmonicisti».


Inseriresti la fisarmonica in un gruppo jazz?

«Perché no? Non solo. A marzo 2010, all'Allen Room, avremo in concerto Richard Galliano che è un fisarmonicista eccezionale. Per l'occasione ci sarà anche Curt Elling».


Quando vi siete rivisti con Marsalis?

«Nel 1997. Insieme ad alcuni amici e alcuni professionisti, avevo avviato un'agenzia di booking per artisti, una no-profit chiamata C-Jam. Ero determinato a far ascoltare agli italiani il vero jazz americano rispetto ai prodotti "pseudo" che venivano spacciati in giro. E così importammo Larry Smith e Steve Wonder, passando per Wynton Marsalis e Ray Charles. Poi, due anni fa, al Jazz @ Lincoln Center si è liberato il posto di direttore della produzione. Ho inviato l'"application" e mi hanno scelto».


Quali sono i tuoi compiti?

«Marsalis decide le idee da promuovere, io le realizzo. Attraverso ricerche, conoscenze e l'analisi dei repertori, decido quali artisti saliranno sul palco».

Già definita la stagione 2009-2010?
«Sì. Infatti, siamo in prevendita. Si esibirà Ornette Coleman il 26 settembre, Wynton Marsalis il 29 ottobre, John Hendricks con i Manhattan Transfer il 12 febbraio, Mike Stern il 29 aprile. Poi, tra gli eventi, il 13 novembre celebreremo il centennale di Mary Lou Williams».  


Ma la tua attività come pianista è stata confinata in un angolo?

«Assolutamente no. Questo lavoro mi consente di gestire il mio tempo. Attualmente, suono due volte la settimana: il martedì a Spanish Harlem nel "Creole Restaurant" e il giovedi nell'Upper West Side, da "Roth Steakhouse". Lo scorso febbraio mi sono esibito al Blue Note. A marzo, invece, ho festeggiato il 40mo compleanno suonando proprio al Dizzy's Club. Tra pochi giorni, il 27 maggio, sarò allo Smoke».


E hai iniziative nuove in programma?

«Passo periodi con suoni diversi nella testa, dal quintetto al piano trio, e adesso la big band. Ho appena registrato un cd che si intitola "Bouncing with Benny", dedicato a Benny Golson. Mi sono fatto accompagnare dalla Jazz Heritage Orchestra della Cleveland State University.  L'album uscirà in autunno. Inoltre, sempre in autunno, uscirà il mio secondo cd per la Motema Music realizzato in quintetto con Steve Grossman come special guest, dal titolo "Lagos Blues"».

I jazz club cittadini da suggerire a chi ha pochi soldi da spendere?
«Elencherei "Smalls", che si trova nel West Village. "Smoke" e "Roth Steakhouse" nell'Upper West Side. E il Dizzy che nell'afterhour delle 11 pm costa dieci dollari».


Il tuo peggior difetto?

«Sono "outspoken". Dico quello che penso in faccia. E questo mi ha creato non pochi problemi. La mia condanna viene dal mio nome. In latino, Antonio significa quello che ti parla in faccia. Per fortuna, Wynton ha lo stesso problema e con lui ci capiamo con lo sguardo».