SPECIALE/TEATRO/Il Teatro per salvare certe verità

Laura Caparrotti

Marco Baliani è un attore, un autore, un regista, un insegnante, un ex militante e un racconta-storie. I suoi gesti sono precisi, la voce è piena di vibrazioni quasi impercettibili, ma incredibilmente presenti. I suoi occhi guardano la platea mentre le parole si muovono, le sue pause sono forti, difficili da sostenere, belle da vivere. Marco Baliani incarna quel tipo di teatro che, lo diciamo subito e a voce forte, vorremmo si vedesse più spesso anche a New York, perché fa bene al teatro e perché svecchia tante concezioni sbagliate sul teatro di casa nostra. Marco Baliani, che ha presentato una versione ridotta dello spettacolo "Corpo di stato" alla Casa Italiana Zerilli-Marimò della New York University, non ha fatto scuole, né tantomeno accademie. Lui faceva politica, negli anni 70, e il teatro era visto come un mezzo per fare arrivare il messaggio più rapidamente.

"Noi abbiamo imparato a fare teatro per strada, niente accademie o scuole. Certo, poi abbiamo seguito dei corsi; il nostro primo lavoro è stato con i bambini e i ragazzi. Noi pensavamo ad un uso sociale, politico del teatro in realtà. Politico non nel senso che devi convincere la gente di una idea politica, politico nel senso che deve essere una cosa concreta da usare. Noi dunque andavamo a fare teatro con i ragazzi, ma con quelli più difficili, disagiati, nelle periferie romane, piuttosto che  genovesi, nelle carceri, coi portatori di handicap. Per sei anni, abbiamo fatto questo lavoro. Quando abbiamo iniziato a fare teatro personalmente, avendo successo come attori o registi, l'imprinting è rimasto. Noi continuiamo a pensare ad un teatro da usare, con tutta la bellezza che però serve. E questo anche quando facciamo teatro tradizionale."

Quello che Marco Baliani ha portato a New York, però, non è teatro tradizionale, fatto di tanti attori, scenografie e costumi. Questo è teatro di narrazione in cui un personaggio racconta una propria esperienza, che racconti anche di altre esperienze, di un'epoca, di una società. E Marco Baliani, attraverso "Corpo di Stato", ci racconta uno dei momenti più tragici - nel senso anche propriamente teatrale del termine - che la società italiana abbia vissuto: il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate Rosse. Però chi crede che vedendo lo spettacolo assisterà ad una cronaca di quei 55 giorni, rimarrà un po' deluso.

 

Nelle due ore e passa, diventate in America un'ora e qualche minuto per facilitarne la visione, Marco Baliani ci riporta a quei giorni, anzi meglio, a quegli anni, ai lacrimogeni, ai giovani poliziotti coi mitra spianati per le strade di Roma, alle cariche della Polizia e a quelle degli studenti. A Lotta Continua, Potere Operaio, i fascisti, i servizi segreti, i finti studenti che altro non erano che poliziotti provocatori che  - in borghese - sparavano ad altezza uomo, uccidendo ragazzi come loro. Baliani ci racconta degli ideali di quegli anni, che forse non erano ideali, e che forse ad un certo punto erano diventati "l'odio generato da odio." Le immagini che cadenzano i quadri dello spettacolo sembrano venire fuori dalla scatola dei ricordi, pregni di un umore che chi non l'ha vissuto non può capire. Sono immagini confuse, niente di preciso, niente di riconoscibile, piazze, vie, poliziotti, manifestanti col volto metà coperto, di una città non definite (anche se nello spettacolo si parla di Roma, ndr.).

Come fosse un ricordo lontano, impregnato di altri ricordi, impregnato di sapori, di odori, di voci, di dolori. E' insomma il racconto di una generazione, quasi un grido soffocato, a nostro parere, per una sconfitta quasi annunciata e che infatti si chiude con il silenzio Eravamo costretti al silenzio, tutti però dello stesso 68, dello stesso grande sogno...  

Pensare che "Corpo di Stato" non era nato per essere uno spettacolo interno. "Questo nasce come spettacolo televisivo, grazie a  Carlo Freccero direttore allora di Rai 2 che mi chiese di creare una mia interpretazione di cosa ha significato il delitto Moro, in diretta televisiva, davanti alla scalinata dove era morto Giulio Cesare accoltellato, ai Fori Imperiali, a Roma. I primi tre mesi abbiamo fatto tutta la raccolta materiali ed ero molto in dubbio se ci sarei riuscito o no, perché veniva fuori l'ennesima inchiesta giornalistica, anzi alla fine quasi stavamo rinunciando, ci sembrava di fare un teatro politico come a me non interessa, didattico, didascalico. Poi Maria (la sua compagna e sua partner artistica, protagonista di tutti i plurali che Marco usa nell'intervista, ndr.), un giorno che stavo davvero per rinunciare definitivamente, mi chiese ‘Ma tu quel giorno dov'eri, che stavi facendo quando è arrivata la notizia?' E lì è stata la chiave di volta, invece di parlare dall'esterno degli accadimenti, abbiamo fatto tutto dall'interno. Questa è una cosa abbastanza unica, anche per me che non ho mai fatto spettacoli in cui parlo in prima persona, c'è sempre un personaggio nei mie spettacoli, mentre qui ci sono io, con tutto me stesso. E parla di quei 55 giorni da un punto di vista molto piccolo, cioè non per illustrare la grande storia, ma per raccontare la storia di uno dei tanti in mezzo all'inferno di quei 55 giorni. Quindi poi si è evoluto, lo spettacolo nato in un modo è diventato un altro. Poi ho scritto il libro per la Rizzoli. Però alcuni professori americani, quelli che mi hanno invitato a fare questo tour di Università americane, lo hanno tradotto e uscirà pubblicato probabilmente dalla Dickinson Press e conterrà anche un girato del tour Americano."

Lo spettacolo finisce, dopo aver parlato di Moro come di Peppino Impastato, colui che tramite la sua radio denunciava tutti i fatti della Mafia, che lo uccise in modo barbaro, dopo aver parlato di Giorgio, un amico, un compagno, che decise di appoggiare la lotta armata e per questo (ma Baliani non ce lo dice, ndr.) scomparve; si chiude con la famosa telefonata che le Brigate Rosse fecero per indicare dove era stato lasciato il cadavere di Moro. Anzi no, quella è una prima chiusura, la fine vera arriva con Rino Gaetano e con la sua "Il Cielo è sempre più su". Ci correggiamo ancora una volta. Quella è la fine dello spettacolo di Baliani sulla scena. Poi c'é lo spettacolo che entra nel pubblico e crea domande. Alla Casa Italiana ce ne sono state molte, di cui la maggior parte potrebbero riassumersi in ‘che fare? Come riempire il vuoto che abbiamo in Italia?' Baliani sorride: "Non lo so - dice - La crisi di valori non è cominciata oggi, ma tempo fa. In Italia si insegna la storia a scuola fino alla seconda Guerra mondiale. C'è molta retorica, ma nessuno racconta perché il 70% degli Italiani erano fascisti e dove sono finiti. Non sono mai stati raccontati gli anni 70, tutto è stato rimosso. C'è tutto il non racconto nelle stragi come quella di Piazza Fontana, Dell'Italicus, della Stazione di Bologna, inclusa la vicenda Moro. Io ho chiamato lo spettacolo così perché fecero un funerale con tutto lo Stato presente, da destra a sinistra passando per il centro, con una bara vuota senza corpo dentro, perché la famiglia non volle. La Germania è riuscita a fare i conti con il nazismo, in Italia col fascismo ancora no."

E alla fine aggiunge "Quando i giovani hanno paura di prendere una posizione si chiama peste ed è grave. E' la peste di Tebe, in Edipo Re. Edipo da grande capo di stato fa quello che dovrebbero fare tutti, va a vedere, fino in fondo, cercando una colpa, un colpevole. Alla fine lo trova in lui stesso e allontanando il colpevole dalla città fa finire la peste."
Ringraziamo Marco Baliani e la sua compagna Maria Maglietta per quello che ci hanno dato sotto il cielo di New York.