Il rimpatriato

La classe operaia va col Cavaliere

Franco Pantarelli

Il profumo delle elezioni porta i sondaggi come quello della primavera porta le rondini. Fra un mese si vota per il rinnovo del Parlamento europeo ed ecco l'Ipsos, uno degli istituti più apprezzati del ramo, sfoderare le sue brave "intenzioni di voto" degli italiani. Il risultato, diciamolo subito, è di quelli che fanno sorridere di piacere Silvio Berlusconi e piangere a piene lacrime i dirigenti del Partito democratico (che comunque quelle intenzioni le avevano già "annusate", visto che molti di loro avevano già pensato bene di non candidarsi per evitare, almeno personalmente, la lettera scarlatta della sconfitta). Ma a parte questo, che non è proprio una sorpresa, il sondaggio racconta varie altre cose capaci di dare un'idea di cosa sia accaduto (stia accadendo) in Italia.

 

Per esempio che le percentuali favorevoli al Berlusca - 40 per cento il suo Pdl cui va aggiunto il 10,3 per cento della Lega Nord, contro il 26,2 per cento del Pd (l'Idv di Di Pietro ottiene il 9 per cento e l'Udc di Casini il 6 per cento) - diventano semplicemente trionfali quando il sondaggio viene circoscritto agli operai, cioè quelli che sono stati per decenni il nerbo (a suo tempo Achille Occhetto li definì "lo zoccolo duro") della sinistra.

Accade infatti che fra gli operai il 40 per cento del Pdl diventa il 43,4, che il 26,2 del Pd diventa il 22,4 e che con l'apporto della Lega Nord la maggioranza della destra raggiunge addirittura il 58,2 per cento. Una roba che un tempo sarebbe stata definita "bulgara". Insomma Berlusconi e i cafoni della Lega vincono il confronto con la sinistra di fronte agli italiani in genere ma stravincono di fronte agli operai, i quali non solo non hanno avuto alcun beneficio dal governo della destra ma addirittura hanno perduto (stanno perdendo proprio in queste ore) la più importante delle conquiste del passato: quel famoso articolo 18 dello Statuto dei lavoratori secondo il quale un dipendente non può essere licenziato a capriccio ma occorre una giusta causa.

 

Nel 2001, il governo Berlusconi di allora annunciò di volerlo abolire, quell'articolo. Si ritrovò Roma invasa da tre milioni di lavoratori e rinviò la cosa, come si dice, a tempi migliori. Ora evidentemente quei tempi migliori sono arrivati, visto che l'abolizione di quell'articolo è all'ordine del giorno, assieme a una nuova norma che in pratica assolve in anticipo i manager delle fabbriche in cui qualche operaio morirà, e nessuno ha mosso un capello.

Insomma, la sinistra probabilmente ha fatto poco in favore dei lavoratori, ma la destra ha sicuramente fatto e sta facendo cose che vanno direttamente contro di loro. E perché allora "baciano la mano che ruppe il loro naso", come cantava anni fa Fabrizio De Andrè? Liberazione, il giornale di Rifondazione Comunista, ha cercato di indagare questo fenomeno ed ha trovato risposte che hanno scioccato i suoi redattori prima e i suoi lettori dopo.

"L'imprenditore che licenzia al primo calo del fatturato, non paga le tasse e manda al rogo i suoi dipendenti sta dalla stessa parte del suo operaio, ovvero con Silvio Berlusconi, paladino degli oppressi", si legge su Liberazione. Che posegue ascoltando una sindacalista: "La generazione di operai che arriva intorno ai trenta-trentacinque anni è in larga parte persa. Sono rimbambiti dalla televisione, dei deficienti. Hanno il mito dell'uomo forte, di quello che risolve i problemi. C'è da mettersi le mani nei capelli". L'inviato di Liberazione cita la norma che salva i manager per vedere se almeno quella sia in grado di scuotere un po' e la stessa sindacalista ribatte: "Ma tu non lo guardi il telegiornale? Se ne è parlato pochissimo", e siccome i giornali non si leggono, nessuno lo sa.

Già, la tv non informa e i giornali non si leggono. L'eterno problema dell'Italia, ma a occhio il disperato disprezzo di Liberazione (che comunque pochissimi hanno letto) difficilmente potrà portare a qualcosa, specie se la tv continua ad essere non solo quella cosa che non informa ma è anche e soprattutto il luogo stesso in cui si fa politica. Forse la vecchia abitudine dei politici di parlare con le persone dal vivo, invece che attraverso le telecamere, non era poi così male. Ma probabilmente ai politici di oggi risulterebbe molto più faticosa.