PUNTO DI VISTA/Brunetta e la morte civile italiana

Toni De Santoli

Dà l'impressione di non essere mai stato giovane; di pensare ad altro mentre gli viene rivolta la parola; di non avere dimestichezza con Parigi, Londra, New York; di non aver mai letto Steinbeck, Remarque, Balzac; di non aver mai visto "Mani sulla città", l'"Oro di Napoli", "Jesus Christ Superstar". Dà l'impressione di ritenersi "insostituibile", di considerarsi - come si dice a Firenze - "un ganzo", vale a dire uno parecchio in gamba. Questo (almeno secondo noi) è il signor Renato Brunetta, ministro della Funzione Pubblica del quale ci siamo già occupati mesi fa su queste pagine.

Tutto ciò che è "umano" sembra sfuggirgli. Sembra appunto sfuggirgli un tema, un grande tema dibattuto attraverso i millenni da Platone, Aristotele, Socrate, Virgilio, Marco Aurelio, Dante, Hobbes, Hegel, Pirandello: la condizione umana (espressione che, oltretutto, è il titolo di una celebre opera di Andrè Malraux). Chi è l'uomo? Che cosa è l'essere umano? Quali aspirazioni, quali desideri, quali necessità lo animano e ne fanno un soggetto che, come tutti gli esseri viventi della Terra, ha bisogno dell'aiuto, del concorso altrui (nella forma di altre creature o di favorevoli condizioni ambientali) poiché da sé non ce la fa, non ce la può fare? Renato Brunetta forse non saprebbe rispondere. Del resto il personaggio ci dà anche quest'altra impressione: quella d'essere stato uno scolaro (nato vecchio...) che non di rado si presentava impreparato all'interrogazione... Lui fa tanto l'efficientista, l'alacre, eppure nella sua personalità ci pare di scorgere una certa dose di pigrizia, sia mentale che fisica.

 

E' la pigrizia dell'individuo che sa vibrare colpi di maglio (operazione che comunque riuscirebbe anche un ragazzo di dodici anni provvisto di "sana e robusta costituzione fisica"), ma che di volta in volta rimanda, posticipa, procrastina, proprio perché l'impegno che gli si presenta è severo, gravoso. Poco male, questo, se - nel frattempo - ci siamo assicurati presso la pubblica opinione la patente di "uomini d'azione" che nulla temono e quindi tirano dritto. Voi lettori sapete bene come viene definito uno così in America. Viene definito "phoney"...

Ma mercoledì scorso, il signor Brunetta (come giovedì 7 maggio riferivano vari quotidiani italiani) ha superato ogni limite. Il ministro con tracotanza inammissibile ha dichiarato che la "mitologia" sul precariato in Italia gli "fa schifo", gli "fa venire l'orticaria" e quindi si è subito pensato all'incisivo, realistico film del regista livornese Virzì, "Tutta una vita davanti". Ecco che cosa deve aver offeso e indignato questo signore il quale con tanto ardore e tanto spirito civico vuole modernizzare l'apparato pubblico italiano... Gli ha procurato "indignazione" la rappresentazione (ostile, certo, ai tipi come lui) di un'Italia appunto incatenata al precariato; la rappresentazione di italiani i quali mai potranno, forse, liberarsi di quelle pesanti catene. Italiani costretti al servaggio di cui già i loro bisnonni e bisavoli s'erano invece liberati. Il ministro, con la sicumera dei "campioni" della destra (ma anche della sinistra che comunque sinistra più non è), ha aggiunto che i precari "non sono una classe sociale".

 

Singolare ragionamento, questo... E che cosa sarebbero allora, signor ministro della Repubblica? Essi sono, eccome, una classe sociale o, meglio, un ceto sociale. Ma costituiscono un ceto sociale al quale la destra e i novelli "liberisti" della "sinistra" hanno perfino tolto l'energia necessaria per scuotersi. Lo si riconosce subito un precario. Lo si riconosce dallo sguardo: grigio, smorto. Drammaticamente assente. E' lo sguardo di uno avulso da ciò che lo circonda. Poiché ciò che lo circonda non ha tempo per lui. E mai ne avrà. Questa si chiama Morte Civile.