SUNY STONY BROOK/ DIBATTITO SUL LIBRO “EMIGRANT NATION: THE MAKING OF ITALY ABROAD”/Quando all’estero si fece un’altra Italia

di Chiara Di Mizio

 "L'emigrazione italina cambiò il mondo, ma anche l'Italia stessa", con questa frase Mark I. Choate, docente di Storia presso la Brigham Young University, ha iniziato lo scorso mercoledì la presentazione del suo libro "Emigrant Nation: the Making of Italy Abroad" al Center for Italian Studies della Suny Stony Brook University. Come ha sottolineato Maddalena Tirabassi, direttrice del Centro Altreitalie-Fondazione Giovanni Agnelli, questa pubblicazione s'inserisce in un contesto in cui l'interesse per gli studi sull'emigrazione e sulla colonizzazione sembra essere stato riscoperto dopo un periodo buio: dal 1946 fino agli anni Settanta, infatti, questo tipo di tematiche non venne praticamente mai affrontato perché era considerato "nazionalistico". Oggi, invece, libri e pubblicazioni sui flussi migratori "stanno vivendo una sorta di Rinascimento".

Il primo punto che Choate analizza nella situazione italiana è il rapporto tra la storia coloniale e la storia dell'immigrazione. Durante gli ultimi anni dell'Ottocento e i primi del Novecento, a partire dal governo Crispi, iniziarono a diffondersi le idee nazionalistiche, il pensiero coloniale e il desiderio di costruire un'Italia transnazionale. Per compensare i ritardi e le difficoltà nella conquista di territori e zone d'influenza di importanza paragonabile a quelli delle altre potenze mondiali, "la nuova nazione italiana si inventò un colonialismo d'emigrazione, che non richiedeva una superiorità militare e tecnologica, ma solo una popolazione disposta a spostarsi, senza però abbandonare la propria identità".

 

La campagna coloniale in Eritrea fu presentata, come tutte le successive campagne coloniali, come la risposta più efficace ai problemi dell'emigrazione e della pressione demografica. Anche se solo l'1% degli emigranti italiani si stabilizzò in Africa, ciò che è importante e che Choate ha evidenziato è il senso di appartenenza culturale che veniva mantenuto attraverso l'istituzione di scuole, la promozione di eventi culturali, feste patriottiche e celebrazioni di ricorrenze.

La stessa volontà di mantenere legami con la madrepatria fu una caratteristica dell'emigrazione negli Stati Uniti, dove milioni di Italiani si recarono soprattutto nei periodi compresi tra il 1876 e il 1915 e tra il 1920 e il 1929. Un esempio di tale legame è l'istituzione del Colombus Day, il 12 ottobre: Cristoforo Colombo viene celebrato come l'eroe italiano nella scoperta del Nuovo Mondo, ma è anche visto come una sorta di "primo-immigrante" e di "primo-colonizzatore". L'Italia non considerò i suoi cittadini che andavano a lavorare e vivere altrove come perduti, neppure quando prendevano un'altra cittadinanza.

 

Essi rimanevano comunque italiani e il loro senso di appartenenza culturale veniva assicurato dal mantenimento della lingua, della religione cattolica, delle abitudini alimentari. Sempre con lo stesso fine di mantenere viva l' "italianità" all'estero, vennero istituite la Società Geografica Italiana e le Camere di Commercio italiane all'estero. Nel 1889 nacque la Società Dante Alighieri, con l'obiettivo d'insegnare e diffondere la cultura e soprattutto la lingua italiana e per "ravvivare i legami spirituali dei connazionali con la madre patria".

In realtà, come ha ricordato Maddalena Tirabassi, prima ancora dell'intervento statale e delle organizzazioni istituzionali, furono gli italiani stessi a organizzarsi per mantenere viva la propria cultura. Anche per quanto riguarda il commercio dei prodotti italiani, furono proprio gli immigranti a organizzare le importazioni e le esportazioni di pasta, vino, olio di oliva e altri prodotti tipici, prima ancora della fondazione delle Camere di Commercio.

Anche il Banco di Napoli ebbe un ruolo fondamentale nell'emigrazione italiana. Grazie a speciali accordi internazionali, semplificò, rendendolo sicuro ed economico, l'invio di denaro dall'estero all'Italia. Durante gli anni Venti del Novecento, le rimesse inviate dall'estero costituivano circa un quarto del valore della bilancio italiano. E gli emigrati non inviavano soldi solo alle loro famiglie: dopo il terremoto di Messina del 1908 si mobilitarono e fecero affluire considerevoli risorse.

Quando l'Italia entrò nella prima guerra mondiale, molti italiani che erano emigrati tornarono in gran numero (oltre trecentomila) per arruolarsi nell'esercito e combattere per la madrepatria. La guerra mondiale non fu l'unica occasione per il rientro degli emigranti. Circa metà di quei ventisei milioni di emigrati, infatti, fecero ritorno in patria, spesso dopo decenni trascorsi altrove, portando con sé sia il legame indissolubile con l'Italia sia le esperienze e una nuova mentalità acquisite fuori dai con l'Italia sia le esperienze e una nuova mentalità acquisite fuori dai confini nazionali.