SPECIALE/CONFERENZE/ Il mito italico della “purezza etnica”

di Samira Laglib

Nel 2006 l'allora - e ora ancora - Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi proclamò: «Non vogliamo che l'Italia diventi un Paese multietnico e multiculturale. Noi siamo orgogliosi delle nostre tradizioni». In una partecipata dissertazione, titolata "Fade to White: Colonial Mulattoes in Cinema and Literature of Fascist Italy",  presso il John D. Calandra Italian American Institute della CUNY, la Professoressa Rosetta Giuliani Caponetto (University of Connecticut) analizza, partendo dalla sua personale esperienza, l'odierno sentimento anti-immigrazione in relazione all'ossessione della purezza della razza perpetrata durante l'era Fascista. Tale ossessione veniva rinforzata dalla tendenza, nella letteratura e nel cinema, a negare la realtà sociale dei mulatti, figli dell'unione tra i colonizzatori italiani e le donne delle colonie africane.

Nata a Mogadiscio e cresciuta in Somalia, nel 1978 Rosetta si trasferisce insieme al papà italiano e la mamma somala, in un piccolo paese del Meridione chiamato San Marco in Lamis. La popolazione del luogo, non abituata alla presenza straniera, era solita appellare sua madre: "Ecco che arriva la cinese!" Di quella esperienza la Professoressa Caponetto dice: «Ho imparato che l'ignoranza non è sempre maliziosa, la gente del posto semplicemente non aveva mai visto una persona di colore». Le cose cambiano negli anni Ottanta quando l'Italia è forzata a confrontarsi con un'ingente immigrazione le cui reazioni sono tuttora ben visibili e riassunte nella dichiarazione -a riguardo della quale c'è poco da essere orgogliosi- del nostro Presidente. «Il fascismo coloniale che vi era in Africa è ancora in qualche modo parte della cultura contemporanea», sostiene la Prof.ssa Caponetto.

A partire da Francesco Crispi per finire con Mussolini e le sue leggi razziali, il Colonialismo fu utilizzato come strumento di potere e di vanto ma le sue conseguenze, soprattutto i cambiamenti che portò nel tessuto sociale, divennero presto un argomento tabù. Nel 1938 le leggi razziali sancivano misure differenziali per i neri e gli ebrei. Nel 1940, i mulatti entrarono ufficialmente a far parte della categoria. Nello specifico la definizione di "mulatto" non poteva basarsi su di una caratterizzazione fisica in quanto essi erano molto simili agli italiani del Sud. Ma il concetto di razza si fondava su un elemento culturale che, aldilà della fisionomia, separava i veri italiani dalla commistione con la cultura africana. Il cinema e la letteratura contribuirono attivamente a sostenere la politica del Regime, sia dipingendo le popolazioni delle colonie (Eritrea, Somalia, Libia ed Etiopia) in maniera distorta, sia negando la crescita sempre più consistente della popolazione mulatta in Italia.

 

Due erano i processi preferenziali: l'Esoticismo, ovvero il processo di rappresentare gli altri Paesi come posti in cui appagare desideri oppressi nei Paesi Occidentali (ad esempio la possibilità di avere le donne di colore come concubine docili e mansuete, mito della "Venere Nera"), e la Mimicry, ovvero l'imitazione del colonizzatore ad opera del nativo che cerca al massimo delle sue forze di somigliare all'italiano ma non ne raggiungerà mai l'equivalente, quello che si ottiene è una brutta copia che fa sorridere (es. l'attore italiano che al cinema interpreta il personaggio di colore utilizzando per i dialoghi solo verbi nella forma infinitiva).
Sempre con riferimento al cinema, in alcuni casi il personaggio di colore è "bleached out", sbiancato.

 

 Durante la propaganda coloniale, il Regime si adoperava per rendere i neri affascinanti ed è ormai cosa nota che i mezzi preferenziali di questa propaganda fossero il cinema e la stampa. I neri venivano presentati simili ai bianchi. Subito dopo la conquista dell'Etiopia, l'ultima colonia, questa tendenza si inverte e sullo schermo scompare il personaggio di colore. Successivamente al 1938, i mulatti vennero esclusi dalla letteratura, dal cinema e ben presto anche dalla legge. Nell'opinione di Mussolini questa infiltrazione di culture deteriorava la fibra italiana ma a livello sociale, per innumerevoli ragioni, questo fenomeno non fu controllabile. La letteratura e il cinema intervennero quindi a riposizionare, almeno idealmente, l'elemento fuori controllo negandone la presenza. Secondo Caponetto i registi invece di aiutare l'interelazione produssero una bugia che è sentita come vera ancora oggi e la ritroviamo in quella percezione, palpabile, di un'Italia come società omogenea quando, dal mito dell'Unificazione in avanti, non vi è nulla di più falso.

 

La forte immigrazione di questi ultimi anni ha nuovamente portato in superficie le molte differenze interne che sono sempre esistite in Italia.
Caponetto conclude riportando un commento dell'attrice/cantante di colore Queen Latifah alla quale, durante un'intervista, fu chiesto se avesse mai avuto una storia con un uomo bianco. Lei rispose: «Una volta sono stata con un ragazzo italiano, conta?». Qualcuno le fece prontamente eco: «Dipende».