MUSICA LIRICA/La vita d’oggi? Un’opera

di Laura Caparrotti

Salvatore Sciarrino è uno dei compositori più importanti nell'ambito dell'avanguardia europea. Nato a Palermo, nella sua importante carriera ha composto più di 160 lavori, fra cui due opere presentate a New York al Lincoln Center Festival, "Luci mie traditrici" (2001) e "MacBeth" (2003). Sciarrino è inoltre rappresentato nei più grandi teatri del mondo e lui stesso è stato direttore del Teatro Comunale di Bologna. Per non parlare dei premi, per i quali dovremmo utilizzare un lunghissimo paragrafo.
Ci limitiamo dunque a darvi notizia del prossimo concerto in cui potrete ammirare l'opera di Salvatore Sciarrino: il 6 maggio alle 8:00 p.m., alla appena riaperta Alice Tully Hall (1941 Broadway @ 65th Street), l'Orchestra of the S.E.M. Ensemble, fondata e diretta da Petr Kotik, insieme con il FLUX Quartet e l'orchestra da camera Ostravská Banda, proporrà lavori di Christian Wolff, Salvatore Sciarrino, Petr Kotik, Elliott Carter e György Ligeti. Ospiti speciali saranno il pianista Daan Vandewalle e il violinista Hana Kotková. In occasione del concerto, abbiamo raggiunto telefonicamente Salvatore Sciarrino nella sua casa umbra, per una conversazione che si è rivelata più filosofica di quanto mai potessimo prevedere.  

Uno degli elementi che più colpiscono della sua carriera, è che lei sia un autodidatta. Cosa significa per lei essere autodidatta?
«Mi spiace, ma devo smontare concetti abituali. Chiunque impara da solo, in quanto l'atto di imparare è proprio della natura umana. Imparando da solo, io  non ho avuto i condizionamenti della scuola. L'insegnamento della musica è basato su nozioni schematiche, dunque bisogna imparare dai classici antichi e moderni per poi parlare quella loro lingua in maniera diversa. Non è attraverso esercizi e regole rispettate che si insegna; è anzi più facile insegnare o dire che impariamo attraverso esercizi che per me sono pari all'enigmistica. Non è enigmistica. La musica è una disciplina che richiede tempo e dedizione. Chi prende un diploma, pensa di sapere tutto, mentre l'autodidatta non finisce mai di imparare. L'arte, il mondo, lo scrivere costituiscono una continua scoperta e noi artisti dobbiamo sempre avere la mente bene aperta per essere in grado di vedere, sentire le infinite sfumature della vita».  


In che modo cerca di "coinvolgere" l'ascoltatore, e perché?

«Chi non cerca di farlo non dovrebbe comporre. La musica senza orecchie altrui non esiste. La composizione musicale, come un pezzo di teatro, un libro, un'opera d'arte, non esiste se non c'è uno che ascolta».   

In che misura lei cerca di ritrarre il reale contemporaneo nelle sue composizioni?
«Non cerco di ritrarlo. Non si può non tenere conto della realtà che ci circonda, essa entra anche con le finestre chiuse. Non si può pensare che l'opera sia astratta, avulsa da ciò che ha attorno. Il rapporto con la creazione è influenzato dal mondo attorno a noi. Realtà e composizione sono però due cose diverse, anche quando la realtà sembra essere copiata dalla composizione. Quei segnali che sembrano rappresentazioni della realtà sono in realtà stilizzazioni. Voglio dire, la vita privata di un attore non è quello che egli rappresenta in scena e così accade nella musica. L'esperienza di vivere è un canto, quella dell'estetica una esperienza forte quanto la realtà. Il linguaggio artistico è un linguaggio metaforico. L'esperienza estetica, in questo senso, ci fa capire la vita più della vita stessa». 

 
Che senso ha, oggi, comporre opera?
«E' una cosa molto importante, se si crede nella caratteristica sociale del teatro, un gruppo di persone che sta guardando insieme quello che avviene sulla scena e insieme si emozionano. Per questo dobbiamo fare teatro, perché unisce e, nel mondo disgregato in cui viviamo, ne abbiamo un gran bisogno. Se ne ho la capacità, io ho il dovere di aprire gli occhi allo spettatore. Basta una sola persona che vede e capisce la mia opera e si commuove e il mio lavoro ha un senso».  

Come descriverebbe la sua arte?
«Una definizione unica uccide e pretende. Posso dire che è una musica fisiologica, che ha a che fare con la comunicazione, con l'ambiente, con il linguaggio del mondo e con la fisicità (nel senso che sentiamo i respiri della musica) e ha a che fare cn la ricchezza del suono. È una musica anche molto espressiva e ansiosa, perché penso che l'espressione artistica non sia allegra, semmai ironica, ma priva di allegria. La mia musica è dolorosa, tocca infatti punti molti intimi e sensibili».   

Come vede l'avvento di nuove tecnologie nella musica?
«La tecnologia può aiutare molto, se viene usata in  maniera appropriata. Se ci usa, ci distrugge».

 Per biglietti del concerto chiamare il CenterCharge: (212) 721-6500 o visitare il sito www.lincolncenter.org. Per ulteriori informazioni, chiamare il (718) 488-7659 o consultare il sito www.semensemble.org