EVENTI/MOSTRE/La Napoli di una volta a NY

di Donatella Mulvoni

Vi  ricordate le antiche botteghe dei fabbri, quelle con tutti gli scalpelli e le pinze sistemate per benino sul tavolo da lavoro, vecchio e consumato, con i pezzi di legno sparsi qua e là, tra le ragnatele? E l'Acqualiolo, che nelle vie centrali di Napoli sistemava il suo carretto, urlando ai passanti "acqua buona e fresca o limonata di giornata"? I più anziani, che hanno vissuto gli anni cinquanta nella città partenopea al tempo del grande Totò, non potranno certo scordare figure tipiche come Il Maccaronaro e il Riggiolaro. Il primo, solitamente vestito con camicia e gilet e un pantalone chiaro, vendeva i piatti di pasta, fatti sul momento, per strada. Spesso erano spaghetti  con i frutti di mare, ma anche semplicemente olio, aglio e peperoncino; non mancava mai il fiasco di vino, i prezzi erano buoni e lo chef, il più delle volte, un amico. Ora non si trova più, il dipartimento igiene ha pensato bene di metterlo al bando. Anche il Riggiolaro è sparito, inghiottito dalle grosse imprese che producono in serie. Il nome gli deriva dalle vecchie pavimentazioni su cui lavorava, disegnate secondo lo stile amalfitano,  per produrre piastrelle in marmo. E ancora: il Saponaro, lo Scrivano, l'Arrottino e il mitico Pianino, come veniva chiamato il signore che, solitamente nel fine settimana, camminava con un piccolo organetto, che funzionava a manovella, trasportato da un carretto. Intere generazioni sono cresciute con quelle melodie, un po' di musica in cambio di qualche soldo e una cordiale chiaccherata.

La Napoli degli anni ‘30, ‘40, ‘50 era fatta di queste figure, famosa in tutto il mondo per le sue tradizioni, ora in parte perse. Marco Abbamondi, le ha volute recuperare, ed esporre per la prima volta, sotto forma di sculture, in America, ad uso e consumo degli italiani immigrati che ancora si commuovono al suono di O Sarracino e Funiculi funicola. I figli di queste persone, italiani di seconda generazione, invece ignorano del tutto il nostro passato.  In una stanza del Westchester Italian Cultural Center, sono raccolte (fino al tre luglio) queste vecchie attività (la presentazione è avvenuta lo scorso martedì), circa una quindicina, tutte lavorate a mano, con l'attenzione per i materiali e il particolare (vedi l'angolo a destra del tavolino su cui lavorava lo scribano. E' più consumato perchè lì l'uomo strofinava continuamente il gomito mentre scriveva).  Le sculture sono realizzate in legno, ferro, cemento e terracotta. La grandezza media è circa 60cm per 40, per ogni opera almeno un mese di intenso lavoro.

"Questo progetto mi è stato commissionato da un grande imprenditore napoletano, Giovanni Leone, molto attento alle tradizioni - ha raccontato Marco Abbamondi- Prima di allora non mi ero mai soffermato su quelle strane figure ormai estinte. Ho dovuto compiere prima di tutto un'approfondita ricerca, consultando foto e manuali, grazie al generoso apporto in ogni fase della mia collega, Giada Morsillo. Mi sentivo un antropologo, io che sono laureato in Economia".

La passione per la scultura, da buon napoletano l'ha presa dall'amore per i presepi, fiore all'occhiello di Napoli. A questo proposito recentemente ha prodotto un presepe lungo 16 metri che ha presentato persino a Papa Benedetto. Probabilmente a dicembre potrebbe essere esposto proprio nel centro fondato da David Pope. L'esposizione, "Antichi mestieri" si inserisce all'interno di un progetto più ampio, mostrare Napoli, quella di ieri e quella di oggi, la sua evoluzione. E così spostandoci di pochi metri nella stanza adiacente, possiamo ritornare ai giorni nostri e ammirare il made in Naples, lo stile che la caratterizza e che la rende preziosa. Borse, ombrelli, camicie e le insuperabili cravatte, orgoglio della città nel mondo. Grandi nomi della moda provengono da questi luoghi: Mirabella, Ferragamo e tra questi uno stilista che si sta facendo conoscere, Nedo Bellucci, che lavora per Bottega Napoletana. Insieme allo scultore-pittore, Abbamondi,  è lui l'altro grande protagonista al Westchester italian Cultural Center. Fa in chiave moderna quello che faceva il sarto un tempo. Utilizza strumenti nuovi, ma la passione è la stessa. "Anche oggi ci sono persone e idee dietro ogni capo, come in passato. La produzione in serie è fondamentale, ma non scordiamo l'artigianato", racconta ai presenti, mentre cammina fra i suoi lavori, con un bicchiere di vino rosso nella mano destra.

L'esposizione proseguirà fino al tre luglio; le opere, per chiunque fosse interessato, sono in vendita. Per informazioni è possibile chiamare al numero: 914 771 87700. Il Westchester Italian Cultural Center si trova a One Generoso Pope Place, Tuckahoe, New York.