PERSONAGGI/RESTAURO & ARCHITETTURA/L’estroso ripulitore di monumenti

di Olivia Fincato

A New York c’è lo stesso deposito nero di Venezia. I marmi veneziani hanno 7-8 secoli vita e solo ultimamente stanno subendo un forte degrado assomigliano a quelli che ho visto alla Public Library della 5th avenue, costruita ai primi del 1900. Questi ultimi cento anni sono stati sufficienti sia a Venezia che a NY per arrivare ad uno stato di degrado allarmante…» spiega l’architetto Giancarlo Calcagno fondatore di Altech, l’azienda veneta specializzata in alte tecnologie per il restauro, a cui è stata commissionata la pulitura delle facciate laterali della Public Library di New York.

Giancarlo Calcagno, docente di Nuove Tecnologie per la Conservazione presso il Dipartimento di Scienze Ambientali e Chimica all’Università Cà Foscari, ha cominciato a usare il laser per il restauro negli anni settanta e ora, dopo più di trent’anni di ricerca scientifica e perfezionamento della tecnologia, ha brevettato alcuni metodi per la conservazione delle opere storiche mai usati in America. Oggi7 ha incontrato nel nuovo cantiere Altech di New York l’architetto-scienziato genovese trapiantato a Bassano del Grappa, segue l’intervista.

Raccontaci com’è nata la tua passione per la ricerca nel campo della conservazione e restauro.
«Mi sono formato a Venezia negli anni 70 con due professori che mi hanno dato il “via” nella ricerca scientifica nel campo del restauro. Ken Hempel del Victoriaa & Albert Museum di Londra mi ha insegnato ad usare le tecnologie più avanzate per la conservazione e con John F.Asmuss della Jolla Univeristy di San Diego, considerato il “padre” del Laser, ho iniziato a elaborare differenti metodologie per portare l’aspetto più tecnologico del laser, della luce, nel campo della conservazione. L’entusiasmo più grande era quello di vedere che un deposito nero, un’incrostazione nera veniva rimosso, senza alterare minimamente la parte del substrato sottostante».

Quali sono i fattori che portano al deposito nero e degrado dell’opera d’arte o monumento?
«L’inquinamento atmosferico dovuto allo sviluppo delle industrie e al riscaldamento termico, gli shock termici, le piogge acide, e l’aereosol marino, la somma di tutti questi fenomeni porta alla coesione delle superfici sensibili dell’opera. Se osserviamo una statua nel corso del tempo vediamo il formarsi di una crosta nera che può arrivarea diversi millimetri, provocando un peggioramento alle superfici in aderenza.
La gente non ha la memoria storica; prendiamo una foto di una scultura in marmo del rinascimento scattata ai primi del 1900: la vediamo integra senza perdita di nessun dettaglio. Della stessa statua prendiamo fotografie scattate dopo trenta, sessanta, ottant’anni: si è perso quasi il 40-60% contro i quattro secoli di esposizione precedenti.
Questo perché c’è una continua erosione dovuta all’inquinamento e alla polluzione atmosferica».

Quali sono i metodi per pulire quei depositi?
«Ci sono quelli tradizionali di tipo meccanico tramite cui asporti il nero con un bisturi, scalpello, sabbiature etc. Questo porta un’abrasione della superficie che può lesionare la superficie originale, non rispettandola.
Poi c’è il metodo chimico tramite l’uso d’acqua e composti chimici che fanno reazione con il deposito di sporco, questi però se c’è  un’immagine o una decorazione sono molto dannosi per l’opera. Con questi due metodi la pelle della prima superficie, il segno dell’artista, viene perso. Il sistema che ho messo in pratica usando per così dire la via della luce, l’aspetto fisico per rimuovere lo sporco».

Quando hai iniziato a usare questo sistema e fondato Altech?
«Ho fondato Altech all’inzio degli anni ottanta perché volevo applicare le nuove tecnologie che avevo imparato e affinato. Il primo lavoro è stato il restauro con la tecnica del sottovuoto e del laser, allora molto primitivo, della Porta della Carta, l’ingresso principale di Palazzo Ducale a Venezia. Sin da allora non ho mai smesso di elaborare le tecnologie, investendo a mie spese nella ricerca e nello sviluppo. Dal Palazzo Ducale e le Maddalene a Venezia abbiamo restaurato il Duomo di Cremona quello di Siena, la cattedrale di San Stephen a Vienna, il museo di Norimberga e molti altri progetti in Europa per poi arrivare alla Public Library di New York».

Come è iniziato questo progetto di pulitura delle facciate della Public Library?
«Qualche anno fa ho fatto un convegno a San Pietroburgo e mi si è avvicinato l’architetto Tim Allanbrook di WJE che stava lavorando con l’architetto Kyle Normandine al progetto di restauro alla Public Library a New York. Dopo l’intervista tecnica con la Responsabile di Conservazione in America Elen Charola di Chicago, abbiamo fatto alcuni test e protocollo e poi abbiamo firmato il contratto con WJE e General Contractor Nicolson&Galloway e Lasca Tech».

Che tipo di riscontro hai trovato nel suolo americano?
«Il Laser è stato inventato dagli americani, quando ti parlo di Laser è come parlare delle automobili, ce ne sono una miriade di modelli e di diverse cilindrate. Il laser che ho portato qui l’ho elaborato in molti anni migliorandone la specificità per pulire grandi superfici a costi contenuti.
A New York ho trovato una piena collaborazione e apertura e ho la sensazione che questo sia un inizio per sensibilizzare al metodo della luce al posto delle classiche sabbiature per il restauro usate per il Met».

Dopo questo progetto a NYC vorresti continuare ad operare negli Stati Uniti?
«Vorrei trovare dei partners scientifici per sviluppare, migliorare e mettere in pratica nuovi metodi e nuove tecnologie,  cosa che in Italia è molto difficile».