SPECIALE/CALIFORNIA/Così si rianima l’Italia nel West

di Marcello Cristo

Amelia Carpenito Antonucci, la Diretterice dell'Istituto Italiano di Cultura di San Francisco, sorride tradendo un pizzico di soddisfazione personale quando le chiedo di confermare, una voce: che lei si sia creata una reputazione da "riparatrice"; da "rianimatrice" di quegli Istituti la cui vitalità culturale ha bisogno di essere rinvigorita.

«Che dirti...un po' mi ci sento - ammette con franchezza - sin dal mio primo incarico qui a San Francisco».
Per la Antonucci infatti, l'insediamento alla guida dell'Istituto Italiano di Cultura, è in realtà un ritorno dal momento che ha già ricoperto questo ruolo, seppur con la qualifica di reggente, una decina di anni fa, tappa intermedia di una carriera trentennale.
Già allora, la Antonucci ha mostrato subito di avere le idee chiare su come ridare lustro alle attività della sede di San Francisco.
«Mi sono rimboccata le maniche trovando e ristrutturando i nuovi attuali locali e soprattutto ho cominciato a stabilire contatti con le istituzioni culturali europee ed americane, facendo quell'essenziale lavoro di networking che ci ha poi consentito di coordinare gli sforzi intorno ad iniziative comuni. Ecco, si può dire che questa è un po' la mia prassi: quella di creare lo slancio iniziale investendo in iniziative che possono essere percepite come rischiose o dagli esiti un po' imprevedibili dai partner a cui ci rivolgiamo per  poi farle procedere sulle proprie gambe e con le sponsorizzazioni adeguate, una volta che si siano affermate».

Una strategia che ha dato risultati molto positivi.
«Si, in effetti ha funzionato come testimonianza il fatto che nel 2001, quando ho terminato il mio primo incarico qui a San Francisco, il Chronicle, il quotidiano cittadino, ha commentato con un articolo che definiva quello italiano come l'Istituto di cultura più attivo tra quelli europei».

Esiste un clima di concorrenza tra i vari istituti culturali?
«No, direi di collaborazione più che di concorrenza. Io mi sono sempre guardata intorno per vedere cosa fanno gli altri a volte anche adottando e adattando idee ed iniziative alle nostre circostanze. Subito dopo il mio ritorno a New York nel 2003 ad esempio, ho deciso di valorizzare l'attività espositiva che, a mio giudizio, svolge un ruolo di promozione culturale fondamentale, e sono stata molto fortunata nell'aver potuto contare sulla consulenza di nomi illustri dell'arte contemporanea e del design italiano come Pepi Marchetti del Guggenheim Museum e Paola Antonelli del MoMA ma anche della fiducia dell'allora direttore dell'Istituto di New York Claudio Angelini che mi diede carta bianca per la creazione di una galleria all'interno dell'Istituto, divenuta poi una vetrina accessoria per mostre prestigiose come la Biennale o l'Armory Show con le quali abbiamo stabilito legami duraturi. Poi sulla scia di questa nuova enfasi sull'attività espositiva, è arrivato dal Ministero degli Esteri un curatore, Renato Miracco che ha poi finito col rimpiazzare Claudio Angelini, e che ha iniziato ad occuparsi di alcune delle nostre mostre contribuendo al successo di questo nuovo corso».

L'arrivo di un curatore da Roma può essere visto come il riconoscimento e la legittimazione degli sforzi  organizzativi della Antonucci ma lei ci tiene a puntualizzare.
«Voglio dirlo con chiarezza, io non sono assolutamente nè un'esperta di arte, nè di cinema nè di letteratura. Io sono esclusivamente una promotrice il cui lavoro è quello di mettere assieme le persone giuste e far si che l'evento avvenga. In questo senso la mia collaborazione con Miracco ha dato molti frutti nell'organizzazione di mostre come quella sul Divisionismo o su Toscanini collezionista. E con lui abbiamo iniziato a discutere del progetto Giorgio Morandi culminato nella mostra al Metropolitan di New York e della quale porteremo una piccola parte qui a San Francisco il 7 maggio».


Grazie alla sua esperienza professionale la Antonucci ha stabilito un ponte tra New York e San Francisco e le abbiamo chiesto un parere sulle due città-simbolo delle due coste americane anche in relazione alle rispettive comunità italiane.

«Malgrado sia importante chiarire che il lavoro degli istituti è quello di promuovere la cultura italiana presso il paese ospite e non per le comunità italiane all'estero, va detto che il sostegno delle comunità italiane risulta fondamentale. La differenza tra New York e San Francisco può essere individuata nel fatto che a New York forse la presenza italiana è un pò più strutturata e organizzata in clubs molto orgogliosi del loro retaggio ma anche con forti legami con le istituzioni americane. Con questi gruppi la sfida, per un'istituzione come l'Istituto Italiano di Cultura è quella di offrire una prospettiva più attuale dell'Italia contemporanea che aiuti a superare le immagini un po' datate che molti dei nostri connazionali conservano».

 

Lasciatasi alle spalle la Grande Mela la prima sfida della dottoressa Antonucci è stata quella di restituire un'identità all'Istituto Italiano di Cultura di San Francisco.

«Si, senza inoltrarsi troppo nei dettagli sulle precedenti gestioni, la sensazione era che l'istituto languisse un po' e rischiasse di diventare una specie di succursale di quello di Los Angeles. Per fortuna subito dopo il mio arrivo sono stata aiutata molto dal personale interno all'istituto come la vicedirettrice Valeria Rumori e la direttrice dell'Istituto di cultura di Los Angeles Francesca Valente».

E i programmi per il futuro?
«Da un punto di vista più generale, l'obiettivo è quello di fare dell'Istituto un punto di riferimento della cultura italiana in America; una vera e propria casa della cultura. La sfida ovviamente è quella di realizzare questo a dispetto dei drastici tagli ai finanzamenti dall'Italia e che ci spingono sempre più a trovare sinergie con le istituzioni locali come nel caso della mostra sul Futurismo che abbiamo in programma in collaborazione col MoMA e con le manifestazioni connesse con essa. Penso in particolare all'esibizione degli Intonarumori che si terrà a Yerba Buena qui a San Francisco, e ad una più specifica mostra su Fortunato Depero realizzato in collaborazione con il MART di Rovereto».

E poi c'è Roberto Benigni con le sue letture dantesche...
«Si, quella è stata una storia piena di colpi di scena! Sia noi che Los Angeles abbiamo dichiarato subito un forte interesse per una sua esibizione qui sulla West Coast in aggiunta a quella in progamma a New York ma, malgrado una partnership iniziale con Cal Performances, la valutazione iniziale è stata che forse non ci fosse un interesse di pubblico sufficiente. Ovviamente le nostre proteste sono state vigorose e alla fine la situazione si è sbloccata quando si è fatto avanti un coordinatore locale, Gianni Succi, che si è preso la responsabilità dell'organizzazione rendendo possibile l'evento. Ora c'è una grande attesa e noi stiamo facendo del nostro meglio per contribuire alla riuscita dello spettacolo anche considerando che il progetto è ambizioso: riempire la Davies Symphony Hall con i suoi duemilatrecento posti a sedere. È una bella sfida. Staremo a vedere...».