SPECIALE/CINEMA/Al Tribeca il riscatto degli italiani

di Gina Di Meo

Ammettiamo con piacere che sul Tribeca Film Festival e gli italiani ci eravamo sbagliati. Siamo stati forse negativi nel dire che quest'anno i lungometraggi italiani erano stati tagliati fuori ed era stato scelto solo un corto. Forse siamo ancora troppo legati all'iconografia dei grandi nomi. Ma ora è invece il momento di cambiare rotta e di far letteralmente "avanzare il nuovo". Il nuovo che abbiamo visto in questi giorni porta la firma di Stella Di Tocco, regista di "Macchie di sole", appunto l'unica opera ufficialmente selezionata al Tribeca Film Festival, oppure quella di Marco Amenta, il cui progetto "Il Banchiere dei Poveri" è stato scelto dalla Tfi Sloan Filmmaker Fund e premiato, alla presenza di Robert De Niro, con un assegno da 40mila dollari. "Il Banchiere dei Poveri" è basato su l'omonimo e autobiografico best seller internazionale scritto da Muhammad Yunus, economista bengalese inventore del microcredito e Premio Nobel per la Pace 2006.  L'Eurofilm di Simonetta Amenta (tra l'altro sorella di Marco, ndr) ha acquistato i diritti cinematografici esclusivi ed internazionali anni prima che il professor Yunus vincesse il Nobel. E poi ancora ci sono stati altri due italiani, questa volta premiati da Spike Lee, nell'ambito della seconda edizione del Babelgum Online Film Festival. Si tratta di Nino Sabella con "Maradona Baby" e Francesco Sperandeo con "Bab Al Samah: (La porta del perdono). Ognuno di loro ha vinto 20mila euro (il servizio a pag.7). Il nuovo che avanza insomma e forse gli americani se ne stanno accorgendo prima degli stessi italiani. Non a caso tutti questi ragazzi lamentano la difficoltà con cui riescono a mettere su i finanziamenti per poter realizzare i loro progetti. Eppure non sono per nulla ragazzi "sprovveduti" ma hanno tutte le carte in regola per essere veri professionisti. Ognuno di loro ha alle spalle anni di studio, ha frequentato scuole specializzate, parla più di una lingua. Nulla è lasciato al "fai da te" come avveniva in passato. Sia Stella Di Tocco che Marco Amenta sono stati ospiti dell'Istituto Italiano di Cultura. L'una ha presentato il suo corto, l'altro ha parlato del suo progetto e del possibile interessamento da parte di produttori californiani.

Abbiamo parlato con Stella, romana, classe '73, all'indomani della presentazione del suo corto al Tff (24 aprile per chi legge). «Dopo la laurea in Scienze Politiche - ci ha raccontato - ho trascorso un periodo di tempo in Argentina  e poi ho deciso di iscrivermi ad una scuola di cinema a Madrid, dove mi sono diplomata in regia. Una volta tornata in Italia ho lavorato come assistente alla regia nell'ambito di diversi progetti e mi sono messa alla ricerca di finanziamenti per realizzare il mio corto. Non ci sono riuscita e alla fine ho deciso di autoprodurlo».

Da che cosa è stata ispirata la storia di "Macchie di Sole"?
«È una storia molto personale, che ha a che fare con la mia vita, con il rapporto che ho avuto con mia sorella e con la sensazione che si ha quando si perde qualcosa. La protagonista (Adriana) si trova nella fase adolescenziale, in quella fase in cui non sei né bambina, né adulta. Sei qualcosa di indefinito e lei si dibatte tra due mondi, quello dei grandi, rappresentato dalla sorella e quello dell'infanzia, rappresentato dal bimbo che incontra sulla spiaggia».

E il bambino che alla fine scompare tra le onde rappresenta la perdita dell'innocenza per Adriana?
«Sì, è il momento in cui lei perde l'innocenza, anche se il finale è aperto e ognuno può vederci quello che vuole».

Che cosa vuol dire il titolo "Macchie di Sole"?
«È sempre legato al discorso dei personaggi. La sorella/mondo adulto/sole che scotta versus infanzia/innocenza/ombra/protezione. Adriana oscilla tra due situazioni, tra l'ombra che equivale alla protezione e il sole che invece scotta».

È stato difficile trovare la persona giusta per il ruolo principale?
«Sì, il casting è durato tanto. Mi serviva una bambina di dodici anni, che fosse innocente e che allo stesso tempo avesse un non so che di malinconico. Ci voleva la faccia giusta per rappresentare questa fase di transizione e anche il senso di perdita».

Il tuo corto sta avendo buoni riscontri, è stato presentato al Torino Film Festival, in Brasile, Germania, Spagna, solo per citare alcuni paesi, eppure hai detto che hai avuto enormi difficoltà nel realizzarlo, ce ne parli?
«È stata una produzione difficile, ci ho messo tre anni per realizzarla. Come dicevo, all'inizio di fronte alla difficoltà di trovare fondi pubblici, ho deciso di autoprodurlo. Poi però ho anche trovato persone che hanno creduto in me e hanno deciso di investire. Il corto è stato girato in sei giorni ed è costato circa 20mila euro. In Italia ci sono tanti giovani autori, ma ci sono enormi difficoltà per chi vuole fare qualcosa di diverso. Tutto ciò che è sperimentale resta bloccato».

E che effetto ti ha fatto sapere di essere stata scelta come unica italiana al Tribeca Film Festival? Ti aspetti qualcosa?
«Per me è stata una grande sorpresa, tanto più che il mio è un progetto indipendente, senza supporti e naturalmente mi aspetto che venga distribuito qui».

A cosa stai lavorando ora?
«A due progetti, un documentario che è già in fase di post-produzione e un lungometraggio di cui però preferisco non parlare perché è ancora in una fase prematura».