A modo mio

Quale etica internazionale?

di Luigi Troiani

Da sempre si conviene che gli affari internazionali consentano ai politici comportamenti immorali che le leggi nazionali quasi mai tollerano. Si ritiene che, mentre la “ragione di stato” debba accettare limiti nel foro interno anche al fine di non violare la costituzione e le leggi che regolano la vita di una nazione, gli interessi nazionali possano ricercare con ogni mezzo la propria autotutela. E’ su questa base ideologica, per richiamare un esempio a tutti noto, che la presidenza Bush ha costruito la strategia antiterroristica che ha portato alla legittimazione delle torture a Guantanamo e in spazi di paesi arabi amici.

Due casi recenti, generatisi intorno ai destini politici del presidente del Sudan Omar Bashir e dell’Iran Mahmoud Ahmadinejad, offrono l’opportunità di aggiornare la riflessione sui rischi insiti in una teoria internazionalista che prescinde dai valori etici, e che tende ad attribuire agli stati la capacità di rendere legittimo ogni e qualsiasi comportamento.
All’inizio dello scorso mese, a Doha in Qatar, si è tenuta la riunione annuale della Lega araba, ventidue paesi membri e cinquantatre organizzazioni degli stati della Conferenza islamica. Nonostante si tratti di un ricercato per crimini di guerra e contro l’umanità per le azioni contro le popolazioni civili del Darfur, come da mandato di arresto internazionale spiccato il 4 marzo dalla Corte penale internazionale (Cpi), il presidente sudanese Omar Bashir è stato accolto a braccia aperte dall’emiro Hamad al Thani e ha partecipato alla Conferenza, riscuotendo pubblica solidarietà dai membri radicali della galassia araba e islamica, dall’Unione africana e dell’organizzazione regionale Igad. Bashir ha viaggiato, prima della Conferenza, in Eritrea Egitto e Libia, e dopo in Etiopia.

A qualche settimana di distanza, in occasione della Conferenza sul razzismo (Durban 2) organizzata a Ginevra da una commissione dell’Onu, il presidente Mahmoud Ahmadinejad, assente l’Italia e fuori sala i 23 paesi dell’Ue che avevano accettato di partecipare, chiama Israele “stato razzista” e afferma che “il sionismo mondiale impersonifica il razzismo e l’odio e tutti i volti peggiori dell’uomo”. Al rientro a Teheran, è accolto come un eroe, mentre studenti e militanti scandiscono lo slogan “Morte all’America”. Il segretario dell’Onu, Ban Ki-moon, che aveva partecipato all’incontro di Doha senza delegittimare la presenza del ricercato Bashir, critica Ahmadinejad per incitamento all’odio.
Sia Bashir che Ahmadinejad sfruttano le prerogative attribuite dal diritto internazionale ai capi di stato, utilizzando a fini politici il sostegno di leader e insorti islamici, e dei dittatori africani e arabi. Come da copione, ma è il resto che preoccupa: il crescente tasso di anarchia della comunità internazionale e il fastidio con cui essa accoglie i disposti della Corte penale, due fenomeni derivanti anche dall’assenza di ancoraggio etico dei comportamenti degli stati.

Non può darsi potere internazionalmente riconosciuto, quando non si dispone di un potere internazionale derivato da un processo etico come quello dell’espressione democratica di volontà da parte delle nazioni. La Cpi è in difficoltà per le stesse ragioni: gli stati rinunciano malvolentieri al privilegio di “monopolisti legali ed esclusivi” della violenza, e sono portati a considerare come male minore l’uso non etico di questa, rispetto al rischio della diminuzione dei loro privilegi.