Che si dice in Italia

La forza di Marchionne

di Gabriella Patti

Colta questa frase al bar: “Accidenti di un Marchionne! Ma allora, vedi, che è come dico io: noi italiani siamo bravi. Ma sempre all’estero, mai qui in Italia”. Non ho fatto in tempo a vedere bene in faccia il signore che parlava perché stava uscendo con l’amico a cui aveva appena fatto questo sfogo. Sarei voluta intervenire, chiedere di partecipare alla discussione. Prima di tutto: per dargli ragione. Perché, come che vada a finire nei dettagli la vicenda Fiat-Chrysler è indubbio che l’amministratore delegato della casa torinese, l’italo-canadese Sergio Marchionne, continua a dare ottime prove di sé. Ho già avuto modo di dire quello che penso di lui.

E cioè che, secondo me, parte della sua indiscutibile “bravura” è dovuta alla sua doppia nazionalità: all’essere sì italiano ma un italiano che si è formato in una cultura non strettamente italiana, con tutte le limitazioni, i “gesuitismi”, le ipocrisie e i bavagli burocratici (che, prima di tutto, sono mentali) che zavorrano l’economia e, in generale, tutta la vita italiana. Al signore che non sono riuscita a trattenere al bar avrei voluto anche portare altre prove della giustezza del suo convincimento. Dopo avergli elencato i tanti casi di italiani che, per fare fortuna o solo per vedere riconosciuti i propri meriti e capacità sono a tutt’oggi costretti ad andare all’estero, avrei ampliato il discorso all’Europa. L’Italia, gli avrei ricordato, è uno dei Paesi fondatori dell’Unione, gli italiani nei sondaggi continuano a primeggiare nella loro fede europea. Ma dalla teoria alla pratica le cose cambiano. In Europa, al Parlamento come in Commissione, abbiamo funzionari e dirigenti di grande caratura ma che, non a caso, si sono per lo più formati sul posto, cioè all’estero, e la loro carriera l’hanno fatta interamente nelle istituzioni europee. A loro, però, affianchiamo mandandoli direttamente dall’Italia parlamentari e rappresentanti di un livello che quantomeno lascia perplessi.
Non entro nella polemica della settimana sulle veline e attricette che il Pdl, “stoppato” dalla signora Veronica Lario in Berlusconi, voleva spedire a Bruxelles “per divertire l’Imperatore” (parole della infuriata signora). Ma è dall’epoca di Franco Maria Malfatti, il democristiano che nel 1972 rinunciò alla presidenza della Commissione economica della Cee per partecipare alle elezioni italiane e provocando forti irritazioni dei partner europei, che i nostri politici considerano l’Europa come una scelta di scarto.

E, appena possono, si danno da fare per ritrovare una poltrona - ma basta anche un poltroncina - a casa. Un esempio fresco fresco fra i tanti? Guido Podestà, esponente del Pdl che in Europa ha ricoperto incarichi di rilievo. Ai quali rinuncia per candidarsi alla Presidenza della Provincia di Milano. Con buona pace del fatto che tutti sanno che le Province sono costosissimi e inutili carrozzoni che si vorrebbe abolire, anche se non ci si riuscirà perché al Nord la Lega le usa come serbatoi di voti e di incarichi. La miopia dei nostri politici e dell’opinione pubblica è davvero sorprendente. Ormai il 70 per cento dell’attività legislativa del Parlamento italiano, come di tutti i Parlamenti degli altri paesi membri dell’Unione, è dedicato alla ratifica in sede nazionale di leggi, norme e decreti varati in ambito europeo. L’Europa, che piaccia o no a loro signori, è ormai il  vero ambito decisionale per la nostra società. Eppure continuiamo a non capirlo.

   MARIO CALABRESI, a lungo corrispondente di Repubblica da New York, è come saprete il nuovo direttore del quotidiano torinese La Stampa. Il commento più bello e, per me, inatteso l’ho letto sul Foglio diretto da Giuliano Ferrara. E’ a firma di Francesco Agnoli, un notista politico di ispirazione cattolica. Titolato “Cosa può imparare il direttore della Stampa dagli insegnamenti familiari del papa Luigi”. Racconta, con molte citazioni, il convincimento religioso e la sensibilità sociale del commissario, padre di Mario, assassinato negli anni di piombo e che, persino oggi che è stato inconfutabilmente provata la sua totale estraneità nella morte dell’anarchico Pinelli, continua a essere considerato con infastidito sospetti dagli eredi di una certa sinistra. L’articolo, molto bello, è troppo lungo per essere sintetizzato. Lo travate sul sito www.ilfoglio.it. Una lettura che vale.