L'angolo dei lettori

Con quel "Divo" Sorrentino partecipa al sistema...

di Stanton H. Burnett

Caro Direttore,
I miei complimenti per la brillante intervista (per le incisive domande poste e le lucide risposte) con il regista Paolo Sorrentino (Oggi7, 19 aprile, 2009). Ora che il film "Il Divo" è nei cinema di Manhattan, e gode già un certo success du prestige fra gli americani che credono di capire come funzioni l'Italia di oggi, possiamo meglio relazionare l'intervista con il film. Questa relazione pone qualche domanda.
Dinamico e godibile, il film è pieno di trovate cinematografiche. Ma la sua relazione con la grande tradizione dei film politici del dopo guerra italiano non è poi così semplice come l'intervista suggerisce. Petri e Rosi non lavoravano con le insinuazioni e suggestioni; loro si prendevano la responsabilità di quello che asserivano. Sorrentino semplicemente mette una serie di scandali e di orrori uno accanto all'altro con Andreotti, implicando la sua responsabilità per questi crimini ma nella maggioranza dei casi, lasciandoli in sospeso. Il più recente film sull'eccidio di Portella della Ginestra ha fatto la stessa cosa: si vede uno storico comunista che mette una serie di fotografie di personaggi italiani e americani uno accanto all'altro in un tavolo. Poi un forte vento arriva dalla finestra e fa volare la riscotruzione... C'è forse più sostanza nelle insinuazioni di Sorrentino su Andreotti?

Ovviamente non si può disegnare una immagine di Andreotti senza tanta ambiguità. Leonardo Sciascia iniziava sempre con l'ambiguità, come faceva anche Elio Petri. Ma nessuno dei due ha lasciato il lettore/spettatore semplicemente immaginare per se le connessioni. Entrambi si prendevano la responsabilità per portare avanti e in modo chiaro un caso, anche se consentivano ai loro lettori/spettatori di proseguire attraverso un processo di scoperta.

L'intervistatore elogia la "credibilità" fisica dell'intepretazione di Andreotti da parte dell'attore Servillo, ma in questo caso devono essergli sfuggiti dei dettagli. Andreotti, quando non ha con se una borsa, non cammina con le mani racchiuse davanti. La sua voce è bassa, ma non smorfiosa. La sua stretta di mano non è amichevole, ma non è floscia. Ci saremmo dovuti aspettare un ritratto più somigliante? Rosi ci ha mostrato un vero Gava ed Enrico Mattei, Petri (Todo Modo) e Ferrara (Il caso Moro) ci hanno mostrato un assolutamente credibile Aldo Moro. (In questi tre ultimi, loro hanno avuto l'aiuto del più versatile di tutti i grandi attori, Gian Maria Volonté.) Uno deve, d'altro canto, applaudire la paurosa somiglianza dei ritratti di Pomicino, Scalfari, Evangelisti e Totò Riina: non c'era bisogno di sottotitoli per capire chi fossero.
Il film si prende molte libertà, ovviamente nelle sue ricostruzioni: la drammaticità dell'uccisione di Moro, lo skate board nel Transatlantico, Andreotti che strappa la pagina dal giallo che stava leggendo per evitare di sapere chi fosse il killer, l'implicazione che Mino Pecorelli fosse un normale giornalista d'inchiesta - qualcuna di queste ha funzionato (il giallo) altre no (lo skate board), ma non vogliamo esprimere una eccessiva preoccupazione sui dettagli. Queste questioni sono minori rispetto alla più grande, e cioè su ciò che il film raggiunge e lo spirito con cui lavora.

Anche i dietrologisti di successo avrebbero avuto un po' di problemi a direttamente relazionare Andreotti con molti di quei crimini che ci vengono sbattuti difronte ai nostri occhi. Il più grande crimine politico di cui Andreotti è probabilmente colpevole è il suo ruolo (un ruolo probabilmente maggiore di qualunque altro) avuto nell'assemblare, colorare, impiantare e spalmare una velenosa cultura politica. Non è stato lui ad inventare le raccomandazioni. Lo scambio di favori e l'uso sbagliato del potere esistevano prima che lui arrivasse al potere. Ma lui (e altri) misero insieme le parrocchie che adoravano questa politica velenosa... finendo per costruire una cattedrale. Stabilire che un film possa veramente catturare tutto questo è arduo, ma Elio Petri e altri hanno raggiunto grandi e sottili drammatizzazioni di idee e sistemi complessi.
Così Sorrentino non analizza il sistema di ambiguità e innuendo velenosi che Andreotti ha aiutato a creare, ci partecipa! Ma forse qualcuno deve partecipare in questi piccoli crimini contro la verità per poter raggiungere un effetto più grande. Cioè, forse uno deve far del male per poter fare il bene. Un momento: non abbiamo già sentito questa battuta da qualche parte?

Non c'è dubbio che tutti dobbiamo osservare con attenzione la carriera di Sorrentino. Ha il coraggio di parlare di grandi questioni. Ma il Divo non segue la tradizione di Rosi e Petri. Segue quella di Forattini.
Stanton H. Burnett, Senior Adviser
Center for Strategic and International Studies, Washington DC
stanburnett@yahoo.com

 

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ENGLISH VERSION:

 

To the editor,

My compliments on the brilliant (because of the incisive questions asked and the lucid responses) interview with Paolo Sorrentino. Now that his film (Il Divo) has opened in Manhattan, we can relate the interview to the film. That relation raises some questions.

Dynamic and entertaining, the film is full of cinematic zingers. But its relation to the great post-war tradition of Italian political films may not be as simple as the interview suggests. Rossellini and Rosi did not work by insinuation and suggestion; they took responsibility for what they were asserting. Sorrentino simply puts a series of scandals and horrors side by side with each other, and with Andreotti, implying his responsibility for them but, in most cases, just leaving it there. The most recent film about Portella della Ginestra did the same thing: a Communist historian is seen putting a series of pictures of Italian (and American) personages side-by-side on a table. Then a strong breeze comes in the window and the pattern is blown away. Are Sorrentino's insinuations any more substantial?

One can't paint a picture of Andreotti, of course, without a lot of ambiguity. Sciascia always started with ambiguity, as did Elio Petri. But neither let the reader/viewer simply imagine the connections for himself. Both took responsibility for making a clear case, even though they allowed their audiences to go through a process of discovery.

The interviewer's praise of the physical portrayal of Andreotti must overlook certain details. Andreotti, when not carrying something, does not walk with his hands clasped in front of him. His voice is quiet, but not simpering. His handshake is not friendly, but neither is it limp. Should we expect a closer portrayal? Rosi gave us a truer Gava and Enrico Mattei; Rossellini presented an absolutely credible Aldo Moro. (In two instances, of course, they had the help of the most protean of all great screen actors, Gian Maria Volonte'.) One must, on the other hand, applaud the almost creepy exactitude of the portrayals of Evangelisti and Toto' Riina: no titles were necessary.

The film takes many liberties, of course: the dramatization of Moro's killing, the skate board in the Transatlantico, Andreotti's tearing a page out of the giallo he was reading to avoid knowing who the killer was, the implication that Mino Peccorelli was a regular working journalist--- some worked (the giallo), some didn't (the skate board), but this is not an expression of concern about details. These issues are minor compared to the larger question of what the film accomplishes, and the spirit in which it works.

Even an accomplished dietrologist would have trouble directly relating Andreotti to many of the crimes waved quickly before our eyes. The great political crime of which Andreotti is most certainly guilty is his role in (a role that is probably larger than anyone else's) in the assembling, coloring, implanting, and spreading of a poisonous political culture. He didn't invent racommendazioni. Exchanges of favors and mis-use of power existed well before he came on the scene. But he (and others) gathered some small village churches that worshipped this poisonous politics... and built a cathedral. Whether a film can really capture this is uncertain, but Elio Petri and others accomplished some great and subtle dramatizations of complex ideas and systems.

Thus, Sorrentino's film doesn't analyze the system of ambiguity and poisonous implication that Andreotti helped create, it participates in it. But perhaps one must engage in some small crimes against the truth in order to achieve a larger effect. That is, perhaps one must do evil in order to do good. Wait a minute. Didn't we just hear that line somewhere?

There is no question that we must all watch Sorrentino's career attentively. He dares to talk about big issues. But Il Divo does not follow Rosi and Petri. It follows Forattini.