PRIMO PIANO/LA SCOMPARSA DI UN GIORNALISTA VERO/Don Tano gli disse: mi piaci perché...

di Massimo Jaus

Lo leggevo quando ero a Roma. Scriveva per "Paese Sera" ed era, in quegli anni Sessanta, l'unico corrispondente italiano negli Stati Uniti con tessera del Partito Comunista. A lui, che era nato negli Stati Uniti, le autorità americane non potevano rifiutare il visto. Anzi, proprio perchè era nato a Jersey City, aveva il passaporto americano e di visti e di permessi di lavoro non ne aveva bisogno. Ma questo lo avrei scoperto solo più tardi, quando diventammo amici nei tediosi picchetti notturni che facevamo a New Rochelle insieme ad Enzo De Blasio davanti alla Westfair.

Lo leggevo e vedevo l'America della quale poi mi sarei innamorato. Traspariva dai suoi pezzi la sua sete di giustizia contro la discriminazione razziale, la sua voglia di porre fine ad una guerra in Indocina che avrebbe cambiato per sempre l'immagine degli Stati Uniti nel mondo, la sua voglia di uguaglianza su tutto, la sua ferma opposizione alla pena di morte. Un giornalista con una profonda coscienza sociale che quando parlava di Sacco e Vanzetti si infervorava.
Sto parlando di Giovanni "John" Cappelli, giornalista che conobbi negli Anni Settanta a casa di un altro amico e collega, Aniello Coppola, mio ex vicino di casa a Roma, che aveva da poco lasciato la direzione di "Paese Sera", per diventare a New York corrispondente de "L'Unità" al posto di Alberto Jacoviello.
John mi fece subito simpatia e poi era, povero lui, un tifoso della Roma come me.
Le sue qualità professionali le avrei scoperte poi, quando all'inizio degli Anni Ottanta venne a "Il Progresso Italo Americano". John aveva il senso della notizia come pochi altri giornalisti. Aveva l'abilità di capire immediatamente se quello che sembrava un banale avvenimento si sarebbe trasformato in un "tormentone". O quella che sembrava una notizia "sensazionale" si sarebbe, invece, sgonfiata in breve tempo.

Insieme abbiamo seguito i grandi processi di mafia degli Anni Ottanta, la Pizza Connection, i processi a John Gotti. E poi le vicende di Michele Sindona e di Francesco Pazienza e della BNL di Atlanta, con Chris Drogoul che "saccheggiava" il Tesoro italiano e il mega presidente della filiale di New York, Luigi Sardelli, che faceva cazziatoni al portiere di notte della banca che non gli apriva la porta.
Un fatto curioso e umoristico questo che aprì poi un altro capitolo nelle vicende italiane di New York.
Telefonò in redazione, infatti, il portiere licenziato che cercava giustizia. E John, a sua volta, telefonava alla BNL per sapere per quale motivo, in una sera d'agosto, questo portiere era stato licenziato in tronco dopo anni di servizio. Nessuno gli passava la comunicazione con il megadirettore e il povero John insisteva, e continuava a telefonare per via di quel suo innato senso della ricerca della giustizia. Ma Sardelli si negava.
A dire la verità il megadirettore della BNL era impegnato in ben altre vicende che lo avrebbero travolto, ma questo nè John, nè tantomeno Sardelli, lo sapevano. E John continuava a tempestare di chiamate la sede newyorkese della BNL. Più telefonava e più i vertici della banca, riuniti a New York dopo che gli ispettori contabili interni avevano scoperto la vicenda dei finanziamenti a Saddam Hussein, credevano di essere stati "smascherati". Fatto sta che se ne uscirono fuori con un comunicato di tre righe in cui ammisero gli illeciti. Con un colpo di cerbottana a palline di carta, avevamo ammazzato un dinosauro.

Ridevamo, e piangevamo insieme di questa Italia di New York azzannata da faccendieri e pescecani "nostrani", con il povero John che navigava nei corridoi delle Nazioni Unite dove la corte di Bettino Craxi spadroneggiava dopo che il "Gigante Buono" venne nominato rappresentante personale di Perez de Cuellar per il debito del terzo mondo. "Mi potrebbero pagare la pensione - diceva a Beppe Scanni, braccio destro di Craxi all'Onu - solo con i soldi che spendete per i garofani rossi che addobbano il ventinovesimo piano". Già perchè "Paese Sera" lo ripagò male al povero John. La pensione al "compagno" non gliela pagarono.
John era un "puro", quasi un virgiliano. Era un profondo conoscitore dell'America. Le sue critiche al sistema erano motivate dalla sua ricerca di giustizia sociale e alla fine, dopo mille dibattiti senza risultato, abbiamo concordato su ciò che ci univa: l'amore per gli Stati Uniti.

Un freddo giorno del febbraio 1987, di mattina prima dell'avvio di una delle interminabili udienze della Pizza Connection, il giovanissimo pubblico ministero che aveva istruito il caso era Luis Freeh, assistente di Rudy Giuliani. Un "prosecutor" meticoloso, attentissimo ai particolari, tanto che negli anni a seguire sarebbe stato nominato direttore dell'FBI.
Nell'aula ancora semivuota in attesa dell'ingresso degli imputati e del magistrato, John ci chiacchierava amichevolmente. Aveva scoperto che anche lui era nato a Jersey City e parlavano di ristoranti e ritrovi che non esistevano più. Di una Journal Square trasformata con la comunità italiana che aveva lasciato la zona. Già perchè anche Louis Freeh è italoamericano, con la mamma di prima generazione.
Poco dopo entrarono in aula gli imputati. Big boss di mafia: don "Tano" Badalamenti, da un lato e accanto Salvatore Catalano.
Gli avvocati difensori si precipitano dal magistrato giudicante, Pierre Levall, per chiedere un aggiornamento. La sera prima uno dei testimoni, Pietro Alfano, era stato ucciso a colpi di lupara al Village. John guarda i due imputati per capire che stesse succedendo.

I due, nei limiti dello spazio concesso dagli agenti, gli vanno incontro per salutarlo. "Mi piaci - disse Badalamenti - perchè scrivi quello che vedi". Finita l'udienza stavamo uscendo per la scalinata di Foley Square, quando il magistrato Lavall, che aveva giudicato il caso Sindona, vede John e gli stringe la mano. "You Italians..." gli dice e John di rimando "The Best your honor, the best".
Ecco John. Accusa, difesa e magistrato: amico di tutti.