LA COMUNITA’ PERDE UN POZZO DI MEMORIA STORICA/Il cuore di un grande antifascista

di Andrea Fiano

Le telefonate arrivavano di tanto in tanto, a intervalli irregolari. Ma quando dovevano arrivare non mancavano mai. John Cappelli chiamava per commentare questo o quel fatto di cronaca, ricordare quell'anniversario. Nel mio caso, e presumo in molti altri con colleghi ed amici, aveva la sensibilità di capire quando serviva una parola di conforto, o a volte di spiegazione. O semplicemente quando ci fosse lo spunto per commentare un fatto del presente che aveva una valenza storica. Naturalmente non leggeva nel pensiero altrui, ma sapeva e ricordava cosa stesse a cuore ai suoi interlocutori. Pochi hanno avuto come lui la sensibilità di parlare delle leggi razziali, della deportazione degli ebrei italiani dal '43 in poi, ma soprattutto la capacità di ricordare e collegare con il presente.

Perché John era un grande antifascista. Lo era nel senso vero e antico della parola, perché ricordava quello che il fascismo era stato, i mali che aveva fatto all'Italia.
John conosceva gli antifascisti italiani che si erano dovuti rifugiare all'estero, e in particolare a New York. Per lui l'antifascismo era memoria storica, ma anche una delle colonne portanti del suo pensiero e della sua azione. Non solo non aveva dimenticato il passato, ma non dava per scontato che i suoi interlocutori - soprattutto quelli più giovani - sapessero che cosa erano stati il fascismo, la dittatura. E questo era atipico in una comunità dove non mancavano, fino a qualche decina di anni fa, i nostalgici di Mussolini e della sua banda e dove soprattutto prevaleva l'idea che non era il caso di ricordare il passato, di tornarci sopra, di sottolineare gli errori e le tragedie. A chi voleva far prevalere il classico "lasciamo perdere" John ricordava gli anni in cui New York era un punto di riferimento e di raccolta di antifascisti. Ricordava quando nei sindacati americani la presenza italiana era significativa e politicizzata, ricordava la New York di quel Vito Marcantonio eletto al Congresso dalla Harlem italiana e capace di far sognare per lui un futuro di presidente progressista per tutti gli americani.

John era anche una miniera inesauribile di ricordi e aneddoti non solo del suo lavoro di cronista, e di primo corrispondente di un giornale di sinistra italiano negli Usa, ma anche della grande storia del movimento operaio italiano in America.
Qualche anno fa mi raccontò di essere stato l'ultimo "editor", sostanzialmente direttore, dell'Adunata dei Refrattari ovvero lo storico periodico degli anarchici italiani negli Usa.
Credo che questo avvenisse agli inizi degli anni '60, ma la notizia mi stupì molto perché John non era certo un anarchico. Fu lui a darmi la notizia e a spiegarmela: "Fu naturale dare una mano a quel che restava degli anarchici italiani in questo paese. Pur non condividendo necessariamente le loro idee, mi sembrò quasi scontato dargli una mano perché la loro voce potesse continuare a farsi sentire". Ecco, questo era John: generoso, altruista, coraggioso, capace di pensare agli altri prima che a se stesso. E capace, fino all'ultimo, di ricordare ai politici anche locali i loro doveri, le loro promesse, e le aspettative di chi li aveva eletti. Era una persona mite, ma con le idee molto chiare ed è rimasto un cronista fino all'ultimo. Con lui se ne va anche un pezzo, e un pozzo, di storia della comunità italoamericana.