INTERVISTA A JOHN CAPPELLI. 50ANNI DI GIORNALISMO. Mi ricordo quella volta che...

di Letizia Airos

Questa intervista e' stata fatta e pubblicata su Oggi7 nel 2003

 

Mi avvicino a lui con discrezione ma anche con grande curiosità. Non ho preparato l’intervista. Non voglio recinti tematici. Voglio che parli a ruota libera. Alla fine della conversazione John Cappelli dirà con un sorriso: «Sei una madre confessatrice!» E’ un complimento inaspettato. Dalla redazione de il Lavoratore all’Unità del Popolo, al Paese Sera all’Ora, dal Progresso Italo-Americano ad America Oggi: John, nato nel 1927 ad Union City, è stato ed è un giornalista rispettato da tutti, amici e avversari.

Lo incontro sotto il palazzo dell’Onu, davanti al “Peace Gun” – la grande pistola con la canna annodata, sulla 46° strada. E’ con sua moglie, che lo accompagna spesso, si è appena ripreso da una grave malattia. Sorride, fragile fisicamente forse, ma forte nello sguardo, nella voce e nella sua stretta di mano: “Letissia” mi chiama sdrucciolando simpaticamente sulla “z”del mio nome - tu non sai quante persone ho incontrato qui sotto!”. Mi scorta per le sale dell’Onu con orgoglio, i portieri lo salutano. I corridoi dell’ufficio stampa, uno dentro l’altro, sembrano parlare di lui ancora prima che cominci l’intervista. E la stanza n. 371 sa di storia. Anni ’60,’70,’80... Odora di vecchi libri, di ciclostile, di macchine da scrivere meccaniche, di caffé in una vecchia moka italiana per tenersi svegli e lavorare. Quattro pareti, nessun affaccio sull’esterno («non capisco come non abbia mai sentito la mancanza di una finestra!» dice la moglie). John Cappelli ha lavorato in questa stanza per quarant’anni affianco al decano dei giornalisti dell’ONU, David Horowitz – scomparso a 99 anni pochi mesi fa – di cui ama parlare all’infinito. E la storia, attraverso le sue parole, diventa viva. Ho l’illusione di viverli certi momenti.

«Letissia io sono nato in America, ma quando avevo cinque anni sono andato per alcuni anni in Italia. Ero un ragazzino a Roma al tempo della guerra in Africa e giocavo a fare lo strillone, andavo su e giù per l’orto con i giornali in mano e gridavo ‘Ultima Edizione!’ Ritornato qui ho lavorato per una company che vendeva macchine da cucire. Ero anche direttore dell’Unità del Popolo - il settimanale del comunisti americani. Poi il Paese Sera (quotidiano romano di area comunista in Italia) cominciò a chiedermi dei pezzi. Erano gli anni cinquanta. Allora ero uno schedato di ferro, l’FBI mi veniva dietro e suggerì addirittura al mio capo di licenziarmi. Lui mi diede una pacca sulla spalla e disse ‘Stai attento!’».
Ma il “pedinamento” era già cominciato alla fine degli anni ‘40, prima che ci pensasse Joseph McCarthy con la sua “caccia ai rossi con la coda”, dice John. Faceva il volantinaggio per il deputato Democratico italoamericano Marcantonio e poi andava a mangiare al John’s Italian Restaurant, dove si ritrovavano i radicali, sulla 12° strada. Tanti nomi importanti nella storia di John Cappelli, già allora: Elizabeth Gurley Flynn (leader degli scioperanti del Connecticut), Viktor D. Krenken (direttore del Russkj Golos), Carlo Cafiero (direttore storico dell’Unità del Popolo). L’atmosfera era calda.
Com’era un giornale comunista italo-americano, tanti anni fa? Di cosa scrivevate quando ci lavoravi tu? «Sopratutto di comunità. I comunisti italiani fuorisciti negli anni Venti e Trenta, e poi rimasti in America, erano due o tremila. Adesso sono morti quasi tutti. Si scriveva per loro, si esaltava la forza e la difesa del PCI. Ho saputo dopo quanto marcio e quante magagne! Però quel collettivo schietto e militante intorno a quella testata mi è rimasto nel cuore.»


Scrivevate da soli e senza pressioni esterne?

“Certo, non ho mai avuto un contatto con il PCI-USA e mai che loro mi avessero chiesto o detto una cosa o dato un soldo. I soldi li andavo a prendere io a Chicago, a Boston, a Cleveland, e i compagni mettevano mano alle tasche. Chi dieci dollari, chi cinque, chi venti. Tornavo sulla 14° strada al giornale con le tasche gonfie”.


Ma eri comunista anche da piccolo, in Italia?

«Io sono arrivato qui ragazzino anarchico, ma tutti ragazzini sono un po’ anarchici. Però io a dodici anni avevo letto Shelly, ‘L’inno alla bellezza intellettuale’, e a quell’età sono i poeti che ti plasmano. A quindici anni ho cominciato con i pensatori politici»
Va in Europa, nel 1960: Inghilterra, Italia, Spagna. Tornerà in America con l’incarico di corripondente di Paese Sera. Di quei mesi in Europa ricorda con emozione una “missione” nella Spagna franchista: «Il direttore del giornale era quel vegliardo biblico di Fausto Cohen. Mi mando’ in Spagna per un mese. Ne uscii fuori con un comunicato anti-franchista firmato da mille preti baschi! Il curatore del Prado, Hosé Maria Gaia Nuno, un repubblicano di ferro, mi disse: ‘John, ma guarda che fiuto hai!’ Con quel ‘coso’ che mi scottava in tasca – era il luglio del ‘60 – mi feci portare in tassì da Madrid a Guadalahara. Chiesi al tassista: ‘dove è il fronte?’ Mi rispose: ‘Dove è la… brigada? Qui dove siamo ora! Qui eravamo noi e lì ci stavano i franchisti’. Il tassista si fidò di lui senza neanche sapere chi era. «Potevo essere una spia franchista, ma mi ha riconosciuto. Vedi, quell’uomo, anche dopo quarant’anni, è la persona che più mi ricordo».
E anche di un cameriere si ricorda, che un giorno in un ristorante gli disse: «Ma perché voi compagni là fuori vi siete dimenticati di noi?»
Ma John questa volta vuole raccontare soprattutto del suo lavoro in America. E dell’ONU. Del suo ritorno a New York come corrispondente di Paese Sera. Degli «anni di fuoco», come li chiama. «Guarda Letissia! Questa foto... me la scattò Ugo Pecchioli, grande dirigente del PCI: ‘Gli ambasciatori italiani vanno e vengono, ma tu sei il vero Ambasciatore all’ONU’, mi diceva». E mi racconta a raffica impressioni, ma soprattutto incontri. Sembra che John Cappelli viva della vita degli altri. «Da quella porta si sono affacciati negli anni capi di stato, segretari generali, ministri, colleghi, persone di ogni rango. Premi nobel. Venivano a trovare David Horowitz … eh, eh... ma vedevano anche me!» E guarda con nostalgia la vecchia scrivania del collega scomparso. «Pensa, lui era il presidente dell’Associazione della stampa estera e io il segretario generale. Si anche io sono stato segreario generale, eh!» Ma si emoziona anche ricordando il suo lavoro fuori dal contesto ONU, come ad esempio quando racconta l’incontro con “lei” , con Marilene Dietrich. “Ero nel camerino con Gerard Philipe, quell’attore che mori giovanissimo... Ero lì quando ti vedo entrare lei...” Sospende le parole ma il suo sguardo parla da solo.
La moglie di John si assenta a un certo punto, con delicatezza, forse per paura di invadere la scena. Parlerà pochissimo ma, quando lo farà, sarà incisiva: «John, quando venivano i primi ministri dall’Italia, partiva subito per Washington. Andava al closet, tirava via la valigia... e senza dire neanche ‘Sorry’ – avevamo già due bambini – andava via. Prima di tutto era un giornalista. Ma io lo capivo...».
Nivessa Rovedo “Hatsley” (una sua americanizzazione del congome del marito), friulana, meriterebbe un’intervista a parte. Insegnante di lingue straniere e scrittrice, ha sempre denunciato quanto poco sia conosciuta la letteratura degli italiani in America, soprattutto quella delle donne italoamericane. Ma questa intervista è dedicata a John, e forse per questo ci lascia soli, tornerà più tardi.


Quali sono stati gli anni più vivi della tua carriera di giornalista?

«Gli anni di fuoco sono stati gli anni ’60 e ’70. Con le marce nel sud, mi sono fatto in autobus tutti gli stati, poi il Vietnam... e l’allunaggio. A Houston, abbiamo lavorato uno affianco all’altro io, Moravia, che scriveva per L’Espresso, e Lucio Manisco, che allora stava al Messaggero. Dacia Maraini scriveva con me per Paese Sera. Ma tu sei venuta qui con delle notizie precise da tirare fuori da me?»
Si vede che vorrebbe raccontare tanto. Salta di argomento in argomento. «Ieri ho rivisto il Watergate alla televisione. Anno ‘72, terribile. Ero in vacanza dai miei cugini in Italia, quando Fausto Cohen mi manda a prendere: ‘Scrivilo tu il pezzo!” “Ma... io sono in vacanza! ... Sì col cavolo!.» E’ seduto davanti a tante carte e un vecchissimo computer.
«Voglio parlare dei colleghi che adoravo qui. Mi manca Antonello Marescalchi. Si è suicidato fumando tre pacchetti di Gauloise al giorno. Diceva ad Angela, la segretaria, ‘Compramele più forti possibile’. Misha (Ugo Stille) invece era coscienzioso! C’è un aneddoto. Qui all’8° piano Misha giocava a poker con il nunzio apostolico padre Giovannetti (che mi diceva sempre: ‘ma perché i comunisti non sono tutti come te?’), Antonello e l’Ambasciatore turco. Immancabilmente ripulivano padre Giovannetti e questo cominciava a bestemmiare. No, non era come i preti che mandano adesso, che sono di legno! E Antonello diceva: ‘Ma padre, lei bestemmia come un turco!’ … davanti all’ambasciatore turco, eh!»Quegli anni li racconta con orgoglio. «Io per ventitré anni sono stato un corrispondente politico, a tempo pieno, eh! Poi sono approdato al Progresso e dopo ad America Oggi. Da orbi ad urbi. Dal mondo alla città. Sono finito dalla politica alla cronaca. Stanno attenti che non sgarri dalla cronaca! Adesso approfitto di questa possibilità per dire… Ma un paio di cose di politica estera posso dirle?

Non conta quello che io penso, ma quello che ho fatto. La massima principale che io ho seguito, prima di esser comunista e giacobino, è che noi siamo quello che facciamo e non quello che pensiamo. E’ quello che fai che plasma quello che pensi. Se posso... Berlusconi sulla guerra in Iraq mi ricorda la donna di strada che va a letto tutti i giorni con chiunque. E... poverina, dice: ‘io non sono gravida, io non sono incinta, sono solo un po’ incinta! E’ un adagio inglese scherzoso, ‘I am only a little bit pregnant’. Berlusconi non è belligerante, ma è dalla parte americana. E’ solo un po’ belligerante. E poi... vorrei dire che sì, gli americani erano sicuri di trovare armi di distruzione di massa, sono convinto che presto saranno trovate con l’aiuto degli specialisti iracheni. Le stanno preparando finte... Devono imitare bene le sigle, altrimenti gli ispettori dell’ONU se ne accorgono. Ecco, stanno prendendo tempo.»


John, per te le Nazioni Unite sono come una casa. Dimmi cosa pensi dell’attentato alla sede ONU di Bagdad...

«In tutti gli anni con Saddam nessuno avrebbe mai attaccato l’ONU. Adesso vogliono far vedere che fin quando gli americani sono lì neanche l’ONU serve a niente. E’ la prima volta che viene attaccata una sede dell’ONU, prima erano colpiti i rappresentanti sì, ma individualemente. C’è un grande significato in quello che è successo.»


Ma quanto è ancora comunista John Cappelli?...

«Io ho trovato il modo di restare comunista, invece di diventare ex, sono rimasto comunista e sono rivoluzionario. Più gli anni passano e più sono rivoluzionario, sono bordighista... Ma in America ora non c’è sinistra, né rivoluzionaria, né socialdemocratica. Una volta che andai a trovare DuBois, il grande filosofo membro del PCUS USA, ci siamo accorti che l’FBI quattro uomini in due ci aveva assegnato! Due per ciascuno! Ancora non ero corrispondente di Paese Sera. Sì, perché una volta alle Nazioni Unite per quella testata, nessuno mi ha più disturbato. Erano costretti a rispettare la libertà di stampa, eh!»


E quale è, come giornalista negli USA, l’incontro che più ricordi?

«Mi viene in mente quando Badalamenti fu portato in America. Il capo della mafia perdente arrivò qui alla fine dell’ottobre del 1983. In quell’aula della Corte Federale eravamo in quattro, a luci quasi spente. Persino la guardia del corpo non c’era. Lui era seduto… e il giudice davanti a lui. C’erano altre due persone: io ed il nuovo procuratore di New York: Rudy Giuliani. Fu un intervista silenziosa. Da quel giorno partì il processo di ‘Pizza Connection’, che durò due anni. L’ho seguito tutto. All’ultima udienza , quando tutti erano usciti, mentre se ne va, Badalamenti si volta e mi fa un cenno con il capo... A me? Aveva apprezzato l’equilibrio nei pezzi sul Progresso e su America Oggi.»


E quale è stato, alle Nazioni Unite, il momento più difficile?

«Questa è la domanda che volevo! La crisi della Baia dei Porci... fino a quando le navi russe, a ottanta miglia da Cuba, ricevettero l’ordine di virare. L’atmosfera in questo ufficio era tesissima... nel ‘bull pen’ c’erano un centinaio di macchine da scrivere. Sì, proprio lì – e indica un largo corridoio – eravamo in cento, ma non si sentiva mosca volare.» Sembra di vederli, in bianco e nero, immersi in una nuvola di fumo di sigarette… «Noi, professionisti abituati a tutto, stavamo in silenzio. Appiccicati come mummie. Fino a quando il portavoce venne giù – ricorda, non c’erano televisori… fax… niente – e disse: ‘hanno virato’».


Cosa è cambiato all’ONU?

«Vedi Letissia, l’importanza dell’ONU è scesa gradatamente. Dopo, mesi, anni, ci siamo accorti che non contavamo più niente.» (Quando parla dell’ONU, John dice “ci”) «Fino a quando siamo giunti all’assurdo della condotta fuori legge del texano della malora! Poi prima qui ci scrivevo cinque pezzi al giorno, ora ne faccio uno da casa. Non vengo più. Poi l’ufficio del centenario è un luogo sacro. Lui è campato 99 anni, Kofi Annan era pronto ad una grande celebrazione per i suoi 100 anni. Ma è morto prima».


E che rapporto avevi qui con i tuoi colleghi?

«Negli anni ‘60 e ‘70 ci eravamo messi d’accordo. Avevamo fatto un’alleanza contro lo scoop. Chiunque apprendesse qualcosa di nuovo chiamava i colleghi a qualsiasi ora… alla faccia dei padroni! Poi io e Ugo Stille eravano gli unici giornalisti italiani non iscritti all’albo (ordine dei giornalisti, ndr) . E ce ne vantavamo...»


Quali sono le doti che deve avere un giornalista?

«Non sottostare mai a quello che potrebbe essere il dettato del padrone. Io non parlo del padrone del giornale, ma del padrone in generale. Io ne ho fatto un vessillo, Letissia! E criticare, ovunque possibile. Ma bisogna stare attenti, non essere fanatici nel farlo. E avere sempre le basi di quello che si dice. Ma ho paura che quello che sto dicendo a sangue caldo… tu cavaci fuori i sentimenti, la schiettezza. Ecco bisogna essere schietti. Oh Letissia… Mi raccomando che il pezzo non sia complicato! … Racconta di me nei termini più semplici possibili!»


E neanche quando scrivevi per Paese Sera ti veniva detto cosa scrivere?

«No assolutamente.»


Dimmi di qualche leader comunista che ti è venuto a trovare...

«Il padre di D’Alema per esempio, oltre al figlio, quando era Premier. Napolitano venne invitato dalla Foreign Press Association, e fu una grande visita,. Il suo inglese era ottimo, ma accademico e passammo due notti in albergo a rivedere il suo intervento. Purtroppo mi sfuggono i nomi di molti altri...»


Quando venivano questi leader comunisti, chi incontravano, chi visitavano?

«Tenevano discorsi a Wall Street per esempio. Napolitano e Pecchioli furono ricevuti da un branco di banchieri. Della comunità non incontravano nessuno. Li portavo in giro per il Village e Harlem. Pecchioli diceva ‘sono dovuto venire in America per sentirmi un po’ libero’… erano gli anni delle Brigate Rosse. Qui si poteva andare da soli in giro.»


La tua vita raccontata così sembra un film americano in bianco e nero… Non senti la nostalgia della macchina da scrivere?

«Ah, la mia Olivetti... Letissia! Ma il computer a me mi ha salvato. Posso lavorare da casa. Ora non si dipende dalle agenzie, si vive telematicamente. La vera ristrutturazione di questo posto è avvenuta sei anni fa. Tanti PC collegati...»


Prima venivi qui tutti i giorni?

«Si arrivavo alle 8 e ‘lui’ – dice guardando la scrivania vuota di Horowitz – era sempre lì, prima di me. Cosé questa intervista: l’oscar alla carriera? Che serie che hai fatto per Oggi7! Stille, Romano, Colombo... e io vengo dietro... Questa intervista è l’Oscar alla carriera...»


Dimmi anche tu quali sono i pregi e difetti della stampa italiana e americana? Se non lo chiedo a te...

«La stampa italiana ha molti più difetti di quella americana. Fausto Cohen diceva sempre ‘tu non scrivi come un giornalista italiano, ma come un americano’ … era un complimento, eh! Oggi come oggi io ti posso dire che il Corriere, la Stampa o Repubblica ... sono tutti confusi e che c’é un eccesso di verbosità, non c’è risparmio di parole, non c’è semplicità di spirito. Gli americani invece sono semplici. Sanno fare economia nell’uso della parola e dello spazio. Hemingway diceva ‘quello che puoi dire in tre parole dillo in due’. La semplicità prima di tutto.»


C’é qualcosa che non hai fatto e avresti voluto fare?

«No. Non penso mai in quei termini. Però, ti sembrerà assenza di fantasia, ma quando venne qui a parlare il Che Guevara... l’ufficio era proprio li... e noi eravamo qui. Fece un cenno di saluto. E’ lui che avrei voluto intervistare più di tutti. Era italo-argentino, lo sai? Madre italiana e padre argentino. La scomparsa del Che è tra le cose che mi hanno più colpito. Si, mi manca l’intervista col Che. E poi sono stato solo a cinque passi da lui... E Martin Luter King? Quando lo abbordammo insieme ad un mio collega… lo sai cosa mi disse quando seppe che ero italiano? Mi disse: ‘Quando sono preso dallo sconforto penso a Dante’».

Chiedo a Nivessa (Hatsley) Cappelli, che intanto è rientrata, come lo ha conosciuto: «Merito della ‘bellezza intellettuale’ – dice sorridendo – Ero al college e lo incontrai a una festa.... mi ha detto ‘io sono un poeta’ ... e ha cominciato a recitare. Solo mesi dopo, mentre ero già incinta, mi ha detto la verità, che i versi erano di Percy Bysshe Shelley. Ma è un buon marito e prima di tutto un giornalista. E poi è un grande americano. Sai è stato anche un Aviation Man!» «Si, mi sono fatto tre anni in aviazione – dice John – Ma mi mandarono via con cinque mesi di anticipo... Mi cacciarono perché ero comunista».


Ma i comunisti possono amare l’America? Quelli italiani – e non solo loro – non sempre comprendono l’amore per gli USA...

«Non puoi odiare l’America. Non se vivi qui, se lavori qui… bianco, nero o giallo che sia. Eppoi ci sono tanti americani che sono contro questo governo … e non sono certo anti-ameriani.» E Nivessa aggiunge: «Noi emigranti poveri che siamo arrivati qui, amiamo l’America. Ci ha dato una patria, una casa, un lavoro. We are all Americans» E John: «Gli emigranti sono grati all’America. E il comunista americano è tra gli americani che lavorano.»


Ma non c’è stato mai un momento in cui hai pensato “non voglio essere americano”
?
«No. Poi ho avuto la fortuna di crescere tra due culture, di assorbirle entrambe. Ho preso il meglio di tutte e due. E per la cittadinanza io sono un animale raro, io non sono né italiano né italoamericano… io sono “italo-italo-americano”. La mia prima lingua era l’inglese, mio padre era italiano, mia madre americana, parto per Roma che parlo inglese e torno che l’ho dimenticato. Il senso del posto è importante. Io poi sono un regionalista, credo nelle piccole patrie e la mia piccola patria è l’Abruzzo.»

Le parole di John sono pagine di storia, una storia che non si trova sui libri. Storia di chi la propria vita l’ha dedicata al giornalismo senza compromessi e con passione. Storia esemplare di un uomo che è riuscito ad esprimere le proprie opinioni senza maschere, non abbandonando mai la ricerca della verità. E David, il figlio di John e Nivessa Rovedo-Hatsley, è in Afghanistan. Fa il giornalista anche lui. E la valigia l’ha tirata fuori dal closet, come il padre.