Visti da New York

I cento giorni cool di Obama. Il presidente ha ribaltato l'immagine dell'America

di Stefano Vaccara

Della valanga di iniziative intraprese dal presidente Barack Obama, una si può valutare come un successo già raggiunto alla scadenza dei primi 100  giorni di governo: l'aver ribaltato l'immagine dell'America nel mondo. Gli Stati Uniti oggi hanno più probabilità di prevalere contro il terrorismo non perché torturano - contro le sue stesse leggi e valori - i suoi prigionieri, ma perché hanno un presidente rispettato nel mondo.
Obama ha riconquistato l'"asset" indispensabile alla super potenza per essere tale: l'ammirazione per la sua democrazia, che ora se si propaga anche in Medio Oriente, diventa molto più efficace contro il terrorismo della deterrenza militare. Oggi, con Obama alla Casa Bianca, è molto più arduo per gli estremisti islamici di al Qaeda, di Hamas o Hezbollah - così come quelli nel regime iraniano, nord koreano e ormai anche cubano - far odiare alle loro giovani generazioni l'America. Obama ha come risucchiato la benzina della retorica di Bush che alimentava il fuoco acceso dell'estremismo.
Cento giorni sono un percorso brevissimo per i tempi della storia di una presidenza, ma sono abbastanza per trasmettere un'immagine di sicurezza o ansia, di nervosismo o preparazione poi difficile da cancellare. Seppur in questi 100 giorni Obama si sia dovuto confrontare con crisi di gravità eccezionale - e non solo economiche, l'ultimo test è ora l'allarme per l'influenza suina - questo stato di "emergenza permanente" è stata finora una condizione "favorevole" alla natura di questa presidenza. Il presidente Obama - non sempre i suoi collaboratori - ha mostrato di possedere una "confidence" contagiosa, in una parola la "coolness" del commander-in-chief che serve a mantenere un livello di fiducia necessario per gli enormi problemi che questa nazione è costretta ad affrontare.
La calma può essere la virtù dei forti se è come quella di Obama, e non la scellerata inazione di Bush. Ricordate come fu proprio l'uragano che distrusse New Orleans a svelare quanto disorganizzata e inefficace fosse quella presidenza? Il crollo nei sondaggi non iniziò per l'Iraq, ma per la tempesta Katrina, che trasmise nel paese una completa sfiducia nei confronti delle capacità di un governo che fino a quel momento era riuscito a far crescere la sua popolarità anche dopo lo shock dell'11 settembre.
Le grandi rivoluzioni avvengono in tempi duri, e senza questi probabilmente Obama non sarebbe neanche il Presidente degli Stati Uniti. Il giorno il cui annunciò a Springfield, Illinois, la sua candidatura alla Casa Bianca, ancora certe tempeste non erano neanche immaginabili, e quel suo messaggio di "change" non era ancora in piena sintonia con questi tempi tempestosi. L'arrivo di questi hanno favorito prima l'elezione di Obama, e poi il suo stile di governo. Dopo 100 giorni, Obama appare il presidente adatto per il suo tempo e in questo assomiglia ai grandissimi, a un Lincoln o un Fdr, personalità che in epoche "calme" sarebbero state sprecate.
Il successo di Obama ovviamente non sarà garantito dalla formidabile performance mostrata in questi primi 100 giorni. I risultati definitivi delle sue mosse, soprattutto nell'affrontare coraggiosamente la crisi economica, si vedranno tra qualche anno.  Ma c'è un particolare aspetto che fa ben sperare: non è il paese che sta seguendo Obama, ma è il suo leader che nelle sue decisioni sembra saper sempre interpretare correttamente il "mood", lo stato d'animo della nazione. A chi scrive questo appare come uno di quei rari momenti della storia quando il leader non indica al Paese la via da seguire, ma è colui che riesce a interpretare al meglio dove la stragrande maggioranza di questa grande democrazia vuole andare.
Sta qui forse il segreto del successo visto finora nei primi 100 giorni di Obama: non è il presidente che chiede al Paese di realizzare le sue idee, ma è la presidenza che si chiede come il Paese vuole cambiare e cerca le strategie adatte a realizzare questi obiettivi. Per portare avanti il faticoso programma del "change" che il Paese ha votato (e che sia ormai la stragrande maggioranza dei cittadini a volerlo lo indica, per esempio, la "conversione democratica" del senatore Arlen Specter), finora lo stato di crisi ha favorito l'azione "cool" di Obama.   

 

(Pubblicato su "America Oggi" il 29-04-2009)