MUSICA LIRICA/Curiosità e perseveranza

di Donatella Mulvoni

 E' tutta una questione di curiosità e perseveranza, perché in fondo l'Opera, come tante altre cose che presuppongono un adeguato background, la prima volta non è mai bella. Ci vuole spirito di avventura e interesse per il nuovo, per qualcosa difficile da amare a prima vista. L'ambiente è frequentato da un pubblico maturo, per utilizzare un eufemismo, e neanche quello aiuta. È necessaria la perseveranza perché l'opera va capita e all'esordio, passato l'entusiasmo iniziale, dopo mezz'ora inizia ad annoiare, diventa quasi tragico quando si scopre che non finirà prima di qualche ora.

Quando andai per la prima volta (chi scrive ha 27 anni) ero elettrizzata. Avrei visto il Metropolitan Opera House di New York. Fui affascinata dalla sua storia, dalle sale, dai lampadari di cristallo che allo spegnersi delle luci si ritiravano verso l'alto. L'opera era la «Traviata» di Giuseppe Verdi, il cast era d'eccezione, a sentire i commenti dei miei vicini. Cercai fin dalla prima scena di concentrarmi, di capire la storia, di amare la musica per non essere da meno a chi ne sapeva più di me. La dovevo amare per forza, me l'ero imposta.
Ma dopo neanche un'ora la mia soglia di attenzione era calata, praticamente nulla. I miei occhi dal palco hanno iniziato subito a spostarsi sul pubblico e sull'eleganza del teatro, mentre con i pensieri vagavo dietro le quinte a chiedermi chi fra i cantanti avrebbe ricevuto più applausi e fiori alla fine dell'esibizione. Se avessero già mangiato o se a fine serata andassero tutti a festeggiare in qualche posto particolare frequentato solo da artisti.

In un posto così bello e lontano dal quotidiano, la divagazione ha vita facile. Guardi il direttore d'orchestra e ti scappa da ridere, per le sue movenze e la velocità con cui muove la bacchetta, ti chiedi se qualcuno steccherà e se saprai riconoscere un'esibizione ben fatta da una fiasco. Credo che una delle cose più interessanti sia provare a decifrare il pubblico. Commenti la loro eleganza, ti chiedi chi sia un habituè e chi no, chi vada all'opera da intenditore e appassionato e chi vada per fare solo presenza.
Ecco, questi erano più o meno i miei pensieri. L'opera in sé, anche se non l'avrei mai ammesso, veniva dopo. Poi sono andata una seconda volta, sempre curiosa di capire questo strano mondo "urlato". Da perfetta ignorante avevo sentito il bisogno di riandarci, mi affascinava un po' come intrigano le lingue straniere che non capisci ma che vorresti parlare. Questa volta era il «Don Giovanni» di Mozart. La storia la trovai un po' più leggera, forse perché ormai il Don Giovanni è una figura entrata nell'immaginario comune. Il teatro, sempre il Metropolitan, lo conoscevo, così come i signorotti che affollavano la sala. Insomma il contorno l'avevo fatto mio, potevo concentrarmi sull'opera.
Due atti, durati in tutto tre ore e mezza, che sono riusciuta a seguire con interesse e partecipazione. Feci attenzione alla prova recitativa e a non farmi sfuggire neanche un dialogo, aiutata dagli schermini elettronici che traducevano le arie in inglese. Ma la musica ancora zero. Ero troppo impegnata a capire le cose basilari per potermi rilassare e apprezzare le arie di Mozart.

Martedì scorso è stata la mia terza volta e spero non ultima. In scena c'era «Il Trovatore» di Giuseppe Verdi. Questa volta lo sapevo anche io che il cast era ottimo (mi ero documentata prima per fare bella figura con il mio collega). A parte qualcuno che in certi momenti ha persino russato, il pubblico non mi interessava più. La trama era abbastanza complicata ma organizzata benissimo in scene. Gli intrecci, le storie e gli inganni, non erano proibitivi. La musica l'ho trovata soave, preziosa e delicata. Ero felice perché riuscivo a sentire la musica e seguirla attentamente.
In queste tre serate, di giovani ne ho visto davvero pochi e quelli che c'erano erano accompagnati a braccetto da mamma e da papà. Chi non ha alle spalle una famiglia con la passione per l'arte, non ha vita facile in questo campo. In fondo, di opere liriche se ne parla poco, in televisione come a scuola. Infine ma non ultimo: costa troppo, ad eccezione della balconata family, situata all'ultimo anello, dove si può assistere a uno spettacolo cavandosela con 20 dollari.

 

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 ...e alla fine arriva la standing ovation

 

Alla fine è scattata la standing ovation. Meritata. Buona la scenografia, ottima l'orchestra e l'interpretazione dei membri del cast. Cantanti d'eccezione, navigati protagonisti delle più grandi opere liriche. A iniziare dal protagonista, Marco Berti, italiano di Como, che ha interpretato ruoli di spicco in "Madama Butterfly", in "Turandot", nella "Carmen", per citarne solo alcune. Italiano anche il direttore d'orchestra, Riccardo Frizza, impeccabile nel dare il ritmo e nell'organizzare le scene delle quattro parti dell'opera.
«Il Trovatore» al Metropolitan mancava da dieci anni, dal 1998-99, quando alla direzione c'era James Levine e nel cast Luciano Pavarotti. Il pubblico non era quello delle grandi occasioni, il teatro non era esaurito. La più apprezzata e applaudita è stata senza dubbio il mezzo soprano, Dolora Zajick, che interpretava la parte della zingara Azucena madre del protagonista Manrico. Ha spiccato la sua performance, sia come attrice che come cantante. Ottima la prova nell'aria "Stride la vampa" e "Ai nostri monti", cantata nella scena finale, in un duetto con il figlio, dopo essere stati condannati a morte dal Conte di Luna.

Berti non aveva iniziato benissimo, partito un po' in sordina, ha fatto ricredere il pubblico con un assolo da brivido di "Di quella Pira", una sorta di incitamento ai suoi compagni zingari a liberare la madre che era stata arrestata dal Conte, dopo che questo aveva scoperto che a uccidere suo fratello bruciandolo vivo era stata proprio Azucena.
La storia ha inizio proprio con il racconto di questo episodio. Il capo delle truppe del conte racconta ai suoi che molti anni prima una zingara aveva rapito il fratellino del Conte di Luna, perché doveva in qualche modo vendicare la sua mamma che era stata mandata al rogo. Rapito, il piccolo viene bruciato vivo. Solo alla fine si scoprirà con un colpo di scena che a esser stato ucciso non fu il baronetto quanto il figlio della stessa zingara per sbaglio. Intanto le scene proseguono parallelamente con il racconto dell'amore fra Manrico, il Trovatore, e Leonora, una ragazza nobile che viveva sotto il prottetorato del Conte di Luna, suo innamorato ma non corrisposto.

Tutta l'opera si svolge intorno alla sfida e all'odio di quest'ultimo nei confronti del suo rivale in amore Manrico. Ma nulla puo' ostacolare l'amore dei due ragazzi, anche se la vita insieme appare subito molto complicata. Progettano le nozze ma queste verranno bloccate in seguito all'arresto di Azucena da parte del Duca, con l'accusa di rapimento e omicidio del piccolo conte. Venutolo a sapere, il Trovatore, con i suoi amici zingari, cerca di liberarla, promettendo battaglia alle truppe. Ma il piano fallisce, e anche Manrico viene arrestato e condannato a morte. Tutto sembra andare in favore del Duca, persino il comportamento di Leonora che disperata per la fine del suo innamorato gli chiede di liberare Manrico in cambio del suo amore eterno e della promessa di diventare sua sposa a breve. Lui accetta e le concede di andare da sola a dare la notizia al carcerato.

Non sa però che il piano di lei è un altro, cioè quello di togliersi la vita, dopo aver fatto scappare Manrico ("Preferisco morire piuttosto che vivere lontano da te"). Quest'ultimo non accetta di allontanarsi senza l'amata, ma quando si accorge che Leonora aveva ingerito grosse quantità di veleno è ormai troppo tardi, morirà tra le sue braccia pochi minuti dopo. A questo punto, nell'ultima scena, i ritmi si infiammano: il Conte vede la scena e fa uccidere Manrico, rimane solo la zingara, stordita, disperata perchè non vuole morire.
Quando vede il figlio morto, si dirige trionfante verso il Duca, confessandogli che a essere morto non era in verità suo figlio ma il fratello del duca stesso, quello che tanti anni fa era stato rapito. Ora la mamma della zingara poteva dirsi veramente vendicata e il sipario si chiude con le ultime note della musica di Verdi.