MOSTRE/FOTOGRAFIA/Ad Harlem gli africani in Europa

di A.F.

La diaspora africana non si è conclusa con le deportazioni verso l'America, ma ancora oggi fa parte della storia del Continente; lo si capisce chiaramente leggendo sui giornali dei tanti barconi carichi di migranti che partono dalle coste meridionali del Mediterraneo per raggiungere l'Europa". Con queste parole Annalisa Butticci, docente della New York University con il Programma di Studi Africani, ha spiegato il senso della mostra "They won't budge: Africans in Europe", organizzata dall'ateneo e ospitata nello Schomburg Center di Harlem. Un'esposizione di oltre cento fotografie allestita per raccontare come vivono gli immigrati che hanno lasciato la loro terra, come mantengono le radici con la loro cultura e in che maniera si adattano a quella dei Paesi che li ospitano. Le foto non si limitano a mostrare gli immigrati in strada o al lavoro, ma li seguono anche nell'intimità delle case, nei momenti di festa e di preghiera.

Sette dei fotografi che hanno realizzato gli scatti sono italiani, e hanno impiegato un lungo periodo di lavoro per completare questa ricerca. Matteo Danesin, Aldo Sodoma e Marco Ambrosi si sono concentrati per ben tre anni su un gruppo di senegalesi e ghanesi appartenenti alla chiesa pentecostale, raccontando per immagini ogni aspetto della loro vita. "All'inizio non è stato facile - racconta Aldo - erano molto diffidenti, soprattutto perché io volevo ritrarli nelle loro abitazioni, nella loro quotidianità". Un lavoro complesso che ha messo i tre fotografi di fronte a questioni delicate: a volte sono stati costretti a rendere irriconoscibile qualche volto, perché avevano di fronte immigrati clandestini. "In certi casi lavori seguendo il cuore - spiega Matteo - e così scopri motivazioni nuove. Partecipando alle loro feste, ai loro matrimoni e ai loro funerali raccoglievo una grande energia. Noi europei gli abbiamo fatto conoscere il Vangelo, ma loro lo portano all'ennesima potenza". "Io invece ho voluto realizzare questo servizio perché noi italiani siamo stati sempre dei migranti, e questo gli italo-americani lo sanno bene, ma dobbiamo ancora abituarci all'immigrazione di altri popoli nella nostra terra".

Sodoma non è certo che questi popoli riusciranno a integrarsi in Italia, mentre secondo Annalisa questo processo è già in atto: "Noi italiani ci siamo formati nell'estetica della contaminazione; gli africani sono presenti nel nostro Paese fin dal Rinascimento, soprattutto a Venezia, che era un porto di grande importanza. Non possiamo pensare che gli immigrati non esistano, stanno partecipando al cambiamento della nostra società". Società che, secondo Angelo Aprile, un altro dei fotografi presenti all'inaugurazione, deve imparare ad aprirsi. "A Padova hanno innalzato dei muri e svuotato le piazze per impedire agli immigrati di venire a contatto con noi. Io credo invece che le piazze andrebbero riempite e i muri dovrebbero servire solo a tenere caldo nelle case".

Anche Awam Amkpa, direttore del Programma di Studi Africani alla NYU e ideatore della mostra, si è improvvisato fotografo: "Ho deciso di provare a fare il reporter e sono venuto nel vostro Paese per scoprire come vivono le comunità africane. All'inizio - racconta ridendo - gli italiani credevano fossi anch'io un immigrato, ma hanno camssbiato idea dopo aver visto la mia costosa macchina fotografica". La mostra resterà aperta al pubblico fino al 30 giugno, l'ingresso è gratuito.