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di Alfonso Francia

Quando si parla di migrazioni di massa di solito vengono in mente vecchie immagini in bianco e nero scattate ad Ellis Island quasi un secolo fa, dove si riconoscono famiglie di irlandesi, italiani e polacchi che raccolgono le loro poche valigie sulla banchina in attesa del controllo dei passaporti. Ma i fenomeni migratori sono un problema attuale, soprattutto in Italia: per discuterne l'Italian Academy della Columbia University ha organizzato tra giovedì e sabato una conferenza intitolata "A World on the Move: Emigration and Immigration in Europe and the Americas".

L'incontro non si è soffermato solo sugli Stati Uniti: "La migrazione non è esclusivamente americana, è importante conoscere anche quella che sta interessando l'Unione Europea, la quale conta una popolazione maggiore di quella degli States", chiarisce il professor Kenneth T. Jackson, direttore dell'Herbert Lehman Center, che ha ideato l'evento insieme all'Italian Academy. L'incontro ha potuto contare sulla partecipazione di oltre venti professori universitari, che hanno cercato di restituire un quadro completo di un fenomeno difficile da spiegare nella sua interezza. I relatori hanno  affrontato la migrazione non solo come fenomeno storico, ma anche come fatto sociale. "Non bisogna chiudersi nella torre d'avorio della cultura", spiega il professor Maurizio Vaudagna, dell'Università del Piemonte Orientale, tra gli organizzatori dell'incontro. "Dobbiamo riflettere anche sui riflessi sociali della migrazione, un fenomeno che è molto cambiato negli ultimi decenni". Paesi dai quali si partiva per cercare fortuna altrove, come l'Italia, sono diventati meta per centinaia di migliaia di africani, asiatici ed europei dell'Est. "Ogni immigrato porta con sé una cultura e delle abitudini che non vengono automaticamente cancellate quando questo si stabilisce in un altro Paese - aggiunge Vaudagna - ma contribuiscono a modificare l'identità dello Stato nel quale ha trovato ospitalità".
Insomma, pare definitivamente tramontato il mito dell'assimilazione alla francese, che cercava di trasformare tutti gli immigrati stabilitisi sul suo territorio in perfetti figli della Republique. "Ai bambini della Costa d'Avorio non si può parlare dei ‘nostri antenati, i Galli', come i francesi facevano fino a qualche decennio fa", conclude scherzando Vaudagna.

Ma la Francia sembra aver capito che il futuro della convivenza sta in una azione comune all'interno dell'Unione Europea. Jacques Touboun, parlamentare europeo e presidente del comitato consultivo della Città Nazionale della Storia dell'Immigrazione, è uno dei relatori che hanno partecipato al convegno. "Ormai c'è una grande cooperazione sui temi dell'immigrazione - spiega - . Soprattutto sul controllo dei flussi migratori riusciamo a lavorare bene insieme, perché si tratta di un problema comune. È vero che le carrette del mare che partono dalle coste della Libia raggiungono l'Italia, ma poi parte di quegli stessi immigrati cerca di arrivare fino in Francia o in Inghilterra. Quel che manca, per ora, è un serio di battito pubblico sulla natura dell'immigrazione, ma c'è da essere ottimisti per il futuro, basta non avere fretta. Una frase dello scrittore di favole francese La Fontane lo spiega chiaramente; ‘Pazienza e tempo riescono meglio di rabbia e forza'". Pazienza che sembra spesso mancare all'Italia la quale, secondo la professoressa Barbara Faedda dell'Italian Academy for Advanced Studies "continua a trattare la questione immigrazione come un'emergenza, nonostante i primi flussi di stranieri siano cominciati ad arrivare nel nostro Paese quasi trent'anni fa. Continuiamo a considerare i lavoratori extracomunitari come delle braccia da usare, ma non accettiamo che anche loro possano avere dei diritti politici. Anche quando abbiamo varato delle buone leggi non siamo stati in grado di applicarle".

Ciò non toglie che anche l'Italia si avvia a diventare uno Stato sempre più cosmopolita. Secondo Vaudagna "l'immigrazione ci rende maggiormente cittadini del mondo, e quindi un po' meno italiani. La storia del presidente Barack Obama racconta bene questo processo. Figlio di un'americana del Kansas e di un keniota, cresciuto tra l'Indonesia musulmana e le Hawaii, maturato professionalmente a Chicago; è un uomo al di là delle definizioni di razza e nazionalità. Stesso discorso per il campione di golf Tiger Woods, che rifiuta qualunque genere di catalogazione. In parte nero, in parte asiatico, in parte nativo americano, dice di non sentirsi appartenente ad alcuna identità in particolare". A nessuno verrà vietato di sentirsi italiano insomma, "ma non sarà certo un obbligo".
Gli incontri di "A World on the Move" non si sono però focalizzati solo sull'attualità: venerdì si è lasciato spazio alla vita degli immigrati italiani a New York. La professoressa Donna Gabaccia, dell'Università del Minnesota, ha parlato dell'ancora famosa, almeno come attrazione turistica, Little Italy; mentre Simone Cinotto del Centro "Pietro Bairati" ha descritto la vita degli italiani ad Harlem tra gli anni ‘30 e '40 del Novecento.

In appena tre giorni, gli incontri di  "A World on the Move" hanno toccato America, Europa, Asia e Africa, dimostrando che l'emigrazione non ha mai smesso di cambiare la nostra società. E che forse in futuro ci renderà tutti più simili a Tiger Woods.