Che si dice in Italia

Subito un antidoto

di Gabriella Patti

L'Italia non è un Paese per neri. Ha ragione Andrea Monti, giornalista vecchio stile come ormai, purtroppo, non ce ne sono quasi più. Che su Oggi, il settimanale popolare che dirige, ha titolato così il suo editoriale. Scritta al figlio - e infatti è affettuosamente firmato Dada - la lettera-articolo parla del razzismo negli stadi partendo di cori odiosi e umilianti nei confronti di Mario Balotelli durante la partita a Torino contro la Juventus. Giocatore dell'Inter, nero di pelle perché nato in Ghana ma italianissimo per via di adozione, il campione 18enne ha parecchi difetti caratteriali: insofferente e assolutamente non diplomatico, pronto a mandare in quel posto anche gli arbitri, Balotelli viene preso con le molle dalla sua stessa società che cerca di addomesticarlo e di insegnargli i necessari compromessi della vita adulta. Ma Balotelli ha ragione da vendere. Le urla e i canti come lui farebbero scappare la pazienza a un santo: "Negro di m...", "Non ci sono neri italiani", "Se saltelli muore Balotelli" e via dicendo. Non ci sono italiani neri? "Ma guardiamoci intorno, per favore!" protesta giustamente Andrea Monti. Anche in Italia, "viviamo ormai immersi in una società multirazziale, con i suoi innegabili problemi e le sue altrettanto innegabili ricchezze". Il razzismo è il peggiore tra i veleni del mondo. "E l'unico antidoto è combatterlo con l'esempio, in famiglia e in società". Giusto.

COME GIUSTO E' CHE SIANO I GENITORI  a pagare e essere condannati se il loro figlio minorenne va in giro in moto senza il casco regolamentare. Lo ha deciso la Cassazione. E mi sembra sacrosanto. La storia si è svolta a Potenza. Il ragazzino in questione aveva 17 anni quando provocò un incidente mortale girando sul suo motorino.  Perse la vita un altro giovane. I genitori dell'adolescente che aveva provocato lo scontro hanno persino cercato di scaricare ogni responsabilità sul figlio: "Aveva sì 17 anni ma lavorava già, quindi è lui il responsabile". Ma la Cassazione, a cui il caso è arrivato dopo i primi gradi di giudizio, ha impartito una perfetta lezione di pedagogia. Toccava ai genitori educare meglio il figlio, fargli capire che la legge che impone di guidare con il casco non è una stramberia ma una misura di sicurezza. E i genitori, spiegano i giudici, "hanno doveri di natura inderogabile, finalizzati a correggere comportamenti sbagliati". Speriamo che questa lezione serva a qualcosa. In Italia, soprattutto - va detto - al Sud, impera ancora la mentalità del "se giri con il casco sei un po' stupido". Chiunque giri per le strade delle nostre città del Mezzogiorno può testimoniarlo. A Napoli e non solo è quasi un'anomolia vedere centauri con il casco. Ed è, invece, normale vedere motociclette e motocicli con sopra addirittura tre ragazzini. Tutti regolarmente senza casco. Se a casa li educassero meglio, non voglio dire con qualche scappellotto...

IL LOGO E' UN PO' COMPLICATO a prima vista. Ma, quando lo si decifra, dice tutto. Uno smile sorridente la cui bocca è cucita da due cerotti in croce. E sopra la scritta: "Io non ti denuncio". Lo stanno adottando, alla faccia del governo, quei medici che hanno deciso di opporsi alle nuove disposizioni che li vorrebbero costringere a denunciare alle autorità gli immigrati irregolari che dovessere presentarsi in ospedale per farsi curare. La norma va contro non solo a qualsiasi principio morale ma è anche contraria al giuramento professionale che i medici di tutto il mondo fanno: curare chiunque abbia bisogno, senza pregiudizi. Si tratta del cosiddetto giuramento di Esculapio, un "medico" della mitologia dell'antica Grecia. Fu lui a pronunciare per primo il giuramento. Era la notte dei tempi. Ma, evidentemente, era una notte molto più civile di questa nostra stagione di nani e ballerine sotto i riflettori degli insulsi talk show politico-televisivi.