PUNTO DI VISTA/25 aprile, rispetto senza amore

di Toni de Santoli

Il 25 Aprile 2009 inghiottito dal conformismo che in Italia regna sovrano da parecchi anni. Vi regna da quando crollò il Blocco dell'Est e con esso sparì la Cortina di Ferro. Liquefattasi l'Unione Sovietica, si misero tutti, o quasi tutti, a fare i liberali, i liberisti. Mai nella Storia dell'Europa s'era assistito a "conversioni" così rapide, così "fulgide". Così numerose. Nei giorni scorsi il Presidente della Repubblica Italiana Giorgio Napolitano aveva dichiarato (se non andiamo errati) che il 25 aprile è la festa nazionale di tutti i cittadini. Più o meno nelle stesse ore, il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi aveva annunciato la propria presenza alle celebrazioni per il sessantaquattresimo anniversario della liberazione dell'Italia dal fascismo e dalle truppe hitleriane.

Così ieri alle innumerevoli cerimonie svoltesi in Italia, specie nelle regioni che fra i primi del '44 e la primavera del '45 conobbero le atrocità della guerra civile, hanno preso parte - compunti e un poco solenni - anche i "democratici dell'ultima ora", quelli che fino a anni recenti venivano definiti con ostilità e disprezzo "fascisti", Alcuni di questi signori ricoprono alte cariche istituzionali: vengono dalla disciolta Alleanza Nazionale (nata a sua volta grazie allo scioglimento del M.S.I messo in piedi sulle ceneri ancora calde del Fascismo) e la formazione politica in cui sono confluiti, il Popolo delle Libertà, detiene la maggioranza in base alla quale il centro-destra appunto governa.
Tutti, ormai, si riconoscono come "figli" del 25 Aprile. Il chè è comprensibile, forse anche incoraggiante. E' pur giusto che un popolo ritrovi l'essenziale unità, l'indispensabile coesione. E' salutare che si chiudano per sempre ferite che troppo a lungo hanno sanguinato. E' sacrosanto che i fieri nemici di ieri si stringano con schiettezza la mano (la mano se l'erano già stretta con sincerità più di mezzo secolo fa i paracadutisti della RSI e i paracadutisti del Regno del Sud, i "badogliani", per intenderci, insieme a altri reduci delle due parti). Ma siamo davvero sicuri che gli "antifascisti" gradiscano la compagnia dei post-"fascisti", dei neo-democratici...? E siamo davvero sicuri che i post-"fascisti" nel proprio intimo attribuiscano al 25 Aprile la valenza morale, politica, intellettuale che al 25 Aprile è attribuita, "of course", dai vecchi comunisti, dai vecchi socialisti, dai vecchi democristiani? Un qualche dubbio non può non sorgere...

Quand'ero giovane, io lo detestavo il 25 Aprile. Ma ora non più. Anzi, da un bel pezzo questa data non mi procura alcun fastidio. Anzi. Pur essendo nato nel '46 (a Firenze, città dove la guerra civile si espresse in toni parecchio aspri), mi sento vicino ai giovani antifascisti, e ai meno giovani antifascisti che, specie fra la primavera del '44 e quella del '45, rischiarono con coraggio la vita o ci rimisero la vita. La morte pulisce, monda. Nobilita. Mi sento, sì, vicino a giovani che per indole, gusti, interessi, formazione, non erano affatto dissimili dai ragazzi che s'erano invece arruolati nella R.S.I. Eppure, mi riesce tuttora difficile capire come si potesse far fuoco in abiti borghesi contro un soldato... E' qui che, ahimè, si apre il fossato. Il soldato, per via della divisa stessa, si espone, è riconoscibile. Non può scappare. E' inchiodato nella propria condizione umana, militare. L'uomo che invece indossa giacca e cravatta e nasconde un'arma che è pronto a usare, ha un grosso vantaggio sul nemico: il fattore-sorpresa, raggiunto appunto in modo ben poco ortodosso... Sarebbe bastato indossare un'uniforme... O anche qualcosa che s'avvicinasse a un'uniforme. La contesa avrebbe dovuto svolgersi alla pari. Non si svolse alla pari, ne uscì un'Italia ancor più avvelenata. Tuttavia li capisco i partigiani. Ma non posso amarli. Non mi si può chiedere di amarli. Nemmeno dopo sessantaquattro anni. Non posso mentire a me stesso.