Il rimpatriato

Mistero Alitalia

di Franco Pantarelli

E' da un bel pezzo che della "nuova" Alitalia non se ne sente più parlare. Vorrà dire che le cose stanno andando tanto bene che non c'è neanche bisogno di raccontarlo per non strafare, o che stanno andando tanto male che nelle redazioni dei media italiani si è deciso di non parlarne più per non dare un dispiacere a Silvio Berlusconi, uno che di solito i dispiaceri li contraccambia con gli interessi? Qualcosa mi dice che l'ipotesi giusta sia quest'ultima. Spulciando nei (pochi) giornali che ancora riescono a riferire le cose così come accadono, senza badare ai piaceri e ai dispiaceri, si scopre infatti che il mercato dell'Alitalia è diminuito del 9 per cento, mentre la media mondiale della diminuzione è del 5.6 per cento; che la puntualità dei suoi voli è in calo (in un mese i voli con un ritardo "accettabile", che sarebbe entro 15 minuti dall'orario previsto, sono stati il 73 per cento, mentre la media della "vecchia" Alitalia era dell'85 per cento; che i passeggeri che salgono sui suoi aerei aumentano ma meno di quanto era stato previsto che avvenisse e comunque solo grazie a una politica di prezzi talmente stracciati che di fatto non fruttano alcun margine di guadagno; che i voli cancellati sono sempre tanti e che la ragione che viene fornita per la loro cancellazione è sempre la stessa, "improvvisa mancanza di equipaggio", ma nell'ambiente si mormora che in genere i voli cancellati riguardano sempre aerei destinati a volare semivuoti. Sarebbe una gravissima scorrettezza, se la ragione "vera" della cancellazione fosse quella, ma Vito Riggio, presidente dell'Enac, l'ente di controllo del trasporto aereo, dice che "noi vigiliamo, ma mi pare che i voli cancellati e in ritardo rientrino nella norma". Almeno in attesa di poter controllare, sempre che si possa, crediamoci.

Ma cosa pensano, di questa situazione, i famosi "sedici capitani coraggiosi" che cento giorni fa si sottoposero al patriottico sacrificio di accettare il regalo che Silvio Berlusconi gli stava facendo e si presero l'Alitalia in cambio di un piatto di lenticchie pur di sbarrare il passo al perfido francese? Loro non sembrano preoccupati di trovarsi nel ruolo di ultimi al mondo, né di fare voli che non danno profitti e neanche di cancellare troppi voli lasciando a terra gente che difficilmente, dopo i disagi affrontati, volerà ancora Alitalia. Il presidente Roberto Colaninno e gli altri patrioti non desiderano guardarli, quei problemi che li renderebbero tristi, e preferiscono soffermarsi a contemplare il solo dato capace di farli sorridere: il buon andamento dell'aspetto finanziario dell'operazione.

Attenti, però. Quel buon andamento non è merito di una loro speciale abilità gestionale (che non esiste come testimoniano i 200 milioni di deficit già previsti per il 2009), bensì del calo costante del prezzo del petrolio. Secondo i loro calcoli, se il greggio resterà al di sotto dei 50 euro a barile, l'Alitalia risparmierà sulle spese almeno 150 milioni di euro e con quella somma potrà coprire la gran parte del debito senza dovere aggiungere altro denaro al miliardo di euro versato finora. Così, sebbene dal punto di vista imprenditoriale l'Alitalia continui ad essere un'avventura di cui è impossibile vantarsi, dal punto di vista dello scarso impegno finanziario, dell'assenza di debiti perché quelli della "vecchia" Alitalia non li stanno pagando loro, nonché del rischio che risulta pressoché nullo, la loro avventura resta decisamente un buon affare. Sempre se e fino a quando Berlusconi non deciderà di essere in qualche modo "ringraziato" per quel grazioso dono.

Non per associarmi ai "gufi" che secondo Colaninno, il presidente della "nuova" Alitalia, stanno volteggiando attorno alla sua azienda. Ma la richiesta di Berlusconi potrebbe essere di quelle che "non si possono rifiutare", come direbbe Marlon Brando con voce stanca e dolente, e allora potrebbero essere dolori.