SPECIALE/STORIA/Intervista con il senatore Ludovico Corrao. Rivoluzione in Sicilia, 50 anni dopo

di Stefano Vaccara

 

Mezzo secolo fa in Sicilia avvenne una "quasi" rivoluzione. Ci fu la presa del Palazzo dei Normanni e molti poteri forti dell'isola legati a Roma tremarono. Avvenne che un gruppo di deputati regionali democristiani, guidati da Silvio Milazzo, politico di Caltagirone e allievo di Don Sturzo,  nel 1958 si ribellarono alle direttive romane della Dc, e in nome degli interessi della Sicilia fecero quello che allora equivaleva ad una rivoluzione: un governo regionale appoggiato da deputati  appartenenti a partiti fino ad allora "inconciliabili", comunisti, monarchici, socialisti, repubblicani, liberali che abbandonarono  le direttive delle loro segreterie romane per far nascere il governo Milazzo. Nel 1959, alle elezioni regionali, questi  deputati dc ribelli presentarono un loro partito, l'Unione Siciliana Cristiano Sociale, e rompendo per la prima volta in Italia l'unità dei cattolici, vinsero ancora. Riuscirono a restare al governo dell'Isola fino al 1960. Poi arrivò la "controrivoluzione".

Qualche settimana fa, in provincia di Trapani, siamo andati a trovare, presso la sede della Fondazione Orestiadi di Gibellina nuova, il senatore Ludovico Corrao, che del "milazzismo" fu il principale ideologo oltre che ministro nel governo regionale. Allora Corrao, classe 1927 di Alcamo, era un giovane politico della Dc eletto a Palazzo dei Normanni. Tra il 1958-1960 vivrà con Milazzo da protagonista quella esaltante stagione politica. Sarà poi sindaco di Gibellina, proprio durante gli anni del terremoto e della ricostruzione. Poi sarà eletto più volte senatore a Roma, da indipendente nelle file del PDS.

Alcuni lettori siciliani che vivevano nell'isola mezzo secolo fa,  ricorderanno Corrao quando riempiva le piazze dei paesi con quei suoi vibranti comizi.  Ci accoglie nel bellissimo baglio sede della Fondazione Orestiadi di Gibellina di cui è fondatore e presidente. Prima di iniziare con l'intervista sul mezzo secolo dalla "rivoluzione siciliana", una domanda anche sul dramma dell'Abruzzo, che abbiamo chiesto poi da New York: chi ha amministrato in passato Gibellina e conosce le difficoltà di ripresa di una zona colpita gravemente da un sisma, ha qualche consiglio? «Il consiglio che posso dare è quello che i fondi possano essere gestiti direttamente dalle Amministrazioni Comunale, in virtù di una loro programmazione, e che la Regione Abruzzo  invece stabilisca le linee di intervento relativamente alle strutture di servizio intercomunali: sport, biblioteche, centri culturali e sanitari».

Negli anni 1958-59 l'Italia è nel boom economico,  ma in Sicilia la situazione è diversa. E' questo il cosidetto "milazzismo", la risposta di una regione che si sentiva trascurata? Cosa volevate fare?

«Il governo di Milazzo è una esperienza che raccoglie trasversalmente tutti i partiti presenti in Sicilia. Alcuni parlamentari regionali si ribellavano al dominio dei potentati economici finanziari nazionali e internazionali. Io stesso all'interno della Democrazia Cristiana, chi all'interno dei monarchici, dei comunisti. Quando si dice che il Pci appoggiava Milazzo, non è così, non erano tutti d'accordo, per esempio Li Causi non lo era. Era con Milazzo la parte più giovane, più dinamica, quella che aveva appreso la lezione di Togliatti che  ricordò che la Sicilia ha le caratteristiche di una nazione.  Caratteristiche che vengono dalla sua identità storica, dalla sua cultura millenaria, dalla lingua stessa. Dalle sue  potenzialità economiche del sottosuolo e del mare. Avveniva questa presa di coscienza soprattutto dinanzi all'incalzare delle nuove economie mondiali, che scaricavano sul Sud, non solo dell'Italia ma di tutto il mondo, le contraddizioni che esistevano nel capitalismo occidentale che doveva risolvere i suoi problemi o con la guerra, o con una nuova forma di colonialismo. La Sicilia era l'emblema di questo tipo di politica. Perché in Sicilia tutte le risorse petrolifere erano affidate al monopolio delle compagnie americane. Né vi era possibilità di libera concorrenza per altre società, compresa anche la stessa società di Stato, l'Eni di Mattei, che non ebbe mai dai governi democristiani la concessione di sfruttamento delle risorse del sottosuolo. Quindi sfruttamento diciamo monopolistico, senza concorrenza del petrolio, pagando delle miserie per i diritti di concessione al governo siciliano. Non ne veniva alcuna ricchezza perché pompavano il petrolio, se lo lavoravano per conto loro e lo vendevano; in Sicilia non restava niente».

E queste concessioni svantaggiose venivano decise a Roma?

«Evidentemente, perché quando c'è una organizzazione verticistica dei partiti, che si accentra a Roma, le forze politiche regionali dipendono sostanzialmente da un vertice esterno...»

Quindi lo statuto speciale siciliano conquistato nell'immediato dopoguerra non valeva più nulla nel ‘58, era carta straccia?

«La classe politica dirigente siciliana diventa succube di Roma, anche perché era nominata dai vertici dei partiti. Non è come in America, che c'è il federalismo. L'autonomia qui diventa una parola priva di sostanza. Quando si devono fare le liste chi decide non è la direzione politica siciliana ma tutto dipende dal potere centrale dei partiti. Quando si hanno le mani legate non si può più parlare di autonomia.

Ma tornando al discorso del settore petrolifero. Anche nel settore dei fosfati dei Sali potassici,  essenziale per la trasformazione dell'agricoltura sono i concimi, per uno sviluppo più intensivo, per passare dalla coltivazione monocorde del grano a produzioni di qualità. La Sicilia è ricca di miniere di Sali potassici ma anche lì lo sfruttamento era affidato ad un monopolio italiano, che era Cefis, e la Montedison. Lo stesso per l'energia elettrica. Il primo commissario dello Stato, Selvaggi, aveva costituito un ente  di elettricità siciliana autonomo dai monopoli nazionali, ma questo non ebbe vita, perché dominavano i monopoli dell'elettricità del nord. E così in tutti gli altri settori, la Sicilia non aveva nessuna reale disponibilità delle sue ricchezze. In più iniziava la politica della comunità europea e avvenne un danno clamoroso: mentre la Sicilia era stata considerata nei millenni il granaio di tutti gli imperi, per la sua qualità di grano duro, con il quale si fa la migliore qualità di pasta e di pane, fu invece stabilito di dare via libera alle grandi organizzazioni agrarie sia americane che del nord Europa, che non producono il grano duro ma il grano tenero.  Equipararono il grano duro con il grano tenero... quindi la Sicilia  con l'arrivo di questa concorrenza vide chiudere tanti suoi pastifici. Fallirono tanti mulini e aprirono la strada ai tanti monopoli dei pastifici e delle catene alimentari».

Quindi sarebbero stati dei problemi economici reali e concreti che fanno esplodere la scintilla del governo Milazzo?

«Certamente, alcuni politici siciliani ne prendono coscienza, organizzano delle lotte. Perché il governo Milazzo non nasce in Assemblea regionale, c'erano delle precise richieste popolari...».

Ricevete una spinta dal basso?

«C'era il movimento della riforma agraria dei contadini, che volevano mantenuta la promessa di avere assegnate le terre. Una promessa che aveva fatto cento anni prima Garibaldi e poi puntualmente tradita. Come anche lo stato sabaudo che per esempio aveva venduto i beni ecclesiastici, i latifondi etc, non ai contadini ma ai nobili. Quindi questo movimento di industriali siciliani ma anche di contadini che prendono coscienza dello stato di marginalità della Sicilia, di neocolonialismo che si aveva in Sicilia, di emarginazione totale. Perché anche i trattati commerciali dell'Italia vengono stipulati sempre a favore delle industrie del Nord. E quindi mancanza anche di strutture in Sicilia: strade, ospedali, acqua nei paesi, disboscamento forestale, tutto condannava la Sicilia allo stato di miseria».

Ma lo statuto concesso dieci anni prima?

«Lo Stato lo aveva concesso questo statuto di autonomia, ma come? Per cedere sia alle pressioni del movimento separatista, preoccupato dai pericoli che potevano arrivare dalle bande tipo quella di Giuliano, con la Sicilia che diventava ingovernabile, sia soprattutto per costituire un sistema di potere in cui si accontentassero certe esigenze dei civili ma che mantenesse fermo il bastone a Roma».

Lo statuto era la carota fatta seguire dal bastone...

«C'era anche il pericolo, allora reale, comunista. Infatti i comunisti insieme ai socialisti avevano visto una grande affermazione nelle prime elezioni regionali nel '47 con il 33%. C'era il pericolo poi che la monarchia, già condannata dal referendum, potesse grazie agli agrari siciliani ritornare».

In Sicilia quel referendum la monarchia non lo perse...

«Tranne che nella provincia di Trapani, dove vinse la Repubblica. Qui c'é una tradizione socialista forte, una tradizione popolare forte, una tradizione liberale forte, una tradizione laica forte».

Però alla fine prevalgono in Sicilia i monarchici...

«Ci fu l'episodio di Umberto II, prima di cadere, venne a Palermo dove fece un grandissimo comizio nella piazza davanti al Palazzo reale, affacciandosi al balcone con il cardinale Ruffini».

La mafia per chi  votò?

«Con i separatisti e con i monarchici. Ma la mafia, come è sua natura,  ha poi bisogno del governo, quindi va con chi vince.

Ripeto, dinanzi a questo quadro generale, il governo si decide a concedere questo statuto speciale che fu approvato prima della costituzione della Repubblica. Le garanzie erano praticamente in un patto tra lo stato italiano e il popolo siciliano e questo patto veniva garantito da un organo costituzionale, un'alta corte di giustizia per la Sicilia, che dirimeva eventuali questioni di conflitto  tra Sicilia e Stato. Tra i primi incaricati ci fu Don Luigi Sturzo come presidente di questa corte. Ma poi, con un semplice atto di diniego amministrativo, la corte fu annullata».

E non accadde nulla?

«Ci furono delle proteste da parte del governo regionale, allora presieduto da Giuseppe Alessi, che era la punta più avanzata della DC per l'autonomia, ma poi questi fu emarginato...». 

Arriva il governo Restivo.

«Esattamente. Viene meno lo statuto che era la garanzia del patto. La corte costituzionale veniva adita da parte dello Stato attraverso un commissario speciale che poteva impugnare le leggi della regione. Così il commissario dello stato è rimasto, eppure soltanto per le leggi della regione e non le leggi dello stato che violano i diritti della Sicilia. Una abnormità anche dal punto di vista costituzionale. Poi doveva essere garantito che tutte le rimesse degli immigrati siciliani venissero concentrate in una tesoreria regionale a favore della Regione. Invece tutte le rimesse continuarono a confluire alla Banca d'Italia e quindi anche il plusvalore che questa moneta americana che allora aveva si perdeva, in Sicilia arrivava alla fine carta straccia. E ancora, lo statuto diceva che il presidente della Regione era capo delle forze dell'ordine nell'isola, questo non è stato mai attuato. E così via...».

Erano passati quindi circa dieci anni dalla conquista dello statuto siciliano quando vi accorgete del suo fallimento. Lei e Silvio Milazzo fate in quel momento parte della Democrazia Cristiana...

«Sì, sotto la guida di Giuseppe Alessi ci ribelliamo».

Alessi è il vostro leader?

«E' il nostro leader spirituale. Che tira la corda ma fino ad un certo punto, all'ultimo si tira indietro».

Cosa succede, non ha il coraggio?

«È il richiamo della foresta Dc».

Con Milazzo invece andate avanti. Siamo in piena Guerra Fredda, e voi cominciate addirittura a mettere su un governo con l'appoggio dei comunisti... Tutto questo quando ancora in Italia, l'esperimento del primo governo di centrosinistra è ancora lontano. In quel momento deve essere sembrata una rivoluzione, insomma per l'opinione pubblica di allora il vostro audace esperimento non era come mettere il diavolo con l'acqua santa?

«Noi affermavamo allora, oltre che i diritti per la Sicilia, la rottura dell'unità politica dei cattolici italiani. Che dovevano scegliere  gli interessi di classe non soltanto perché sono cattolici. Noi abbiamo smascherato questo equivoco dell'interclassismo e abbiamo detto: i cattolici nella vita politica assumono le responsabilità in relazione ai problemi e alle scelte economiche e sociali di una nazione e non per quanto riguarda la loro fede. La loro fede non è in discussione. Ovviamente già allora questa non unità dei cattolici in politica era ammessa in tutto  il mondo tranne che in Italia... È bene ricordare che veniva eletto anche Giovanni XXIII, anche se la curia era ancora attestata nelle posizioni del cardinale Ottaviani... Io ebbi un ruolo importante. Durante una missione del governo siciliano in Unione Sovietica, ebbi un incontro con Krushev durato due ore...».

In quel momento chissà quanti servizi segreti occidentali scrutarono quel colloquio...

«In Parlamento ci furono discussioni, interrogazioni. I giornali titolavano che andavo a svendere la Sicilia ai sovietici...  Ma con Kruschev io parlavo degli interessi economici della Sicilia, di esportazione dei suoi prodotti, come le arance. Mi muovevo per favorire l'industria siciliana, come la Keller, azienda che costruiva impianti ferroviari a Palermo e che cercai di far fare affari in Unione Sovietica. Ma in quel viaggio avevo preso anche contatto con le autorità cattoliche, che non era proprio la chiesa del silenzio. Krushev sapeva che la sfida ormai non era una impossibile guerra o rivoluzione, ma sui sistemi economici e sociali. Giovanni XXIII annunciava questo nuovo clima, a lui non interessava sapere di che partito o religione fosse chi gli stava accanto nel cammino, gli interessava sapere dove andavano insieme. Ognuno con la sua fede, nel rispetto e nel dialogo. E infatti Krushev, poco dopo quella visita, mandò il genero con la figlia in missione dal Papa...».

Il politico cattolico ribelle in Sicilia che con l'appoggio dei comunisti andava in missione in Russia anche per far avvicinare l'Urss al Vaticano?

«Per aprire un dialogo sul tema della pace. Io nella Dc facevo parte della corrente di Dossetti, La Pira.».

Torniamo all'esperienza del Milazzismo in Sicilia. L'impresa ebbe vita breve, ma il messaggio fu fortissimo.

«Continua a fruttare in qualche modo. Certo noi ne abbiamo pagato il prezzo. Dispersi malamente tutti. Riassorbiti in parte dalla DC, in parte dai socialisti. Io sono stato l'unico ad essere rimasto indipendente. Ci furono promesse e allettamenti, che mi fecero Fanfani e Moro personalmente, ma rifiutai. Da lì, però, da quell'esperienza, nacque l'intuito di Moro, lui capì i pericoli per la Dc. Riuscirono a staccare i socialisti dai comunisti. Che ruppero l'alleanza in Sicilia e quindi anche con Milazzo. Ecco perché cadde quel governo. Non certo per Carmelo Santalco (deputato Dc che denunciò un tentativo di corruzione nei suoi confronti, ndr)». 

Gli scandali quindi non c'entrano?

«Ma quali scandali, con un deputato noi non potevano risolvere niente, quando loro prendevano già quattro deputati nostri che passarono da loro. Uno di loro, Benedetto Majorana della Nicchiara, infatti fu fatto presidente della Regione».

Due anni di governi Milazzo. Cosa è rimasto di quella esperienza? Presidente della regione in Sicilia oggi c'è Raffaele Lombardo, leader di un movimento autonomista... Ci vede qualche novità?

«Si muove in maniera un po' avventuriera».

Si diceva così anche del milazzismo... Proprio nessuna novità?

«Questi fermenti non muoiono, rivivono. Vengono reinterpretati, non sono situazioni assimilabili in modo assoluto. La nostra era una autonomia totale. Non dipendevamo dai partiti di Roma. La nostra era una ribellione al centralismo romano. Lombardo deve finora il suo potere all'alleanza con Roma».

Ma con un certo sistema elettorale le alleanze sono necessarie...

«Un conto è avere delle alleanze, un conto è avere delle camice di forza».

L'esperienza di Lombardo lei la boccia senza appello?

«No, intanto è un fatto positivo che si dibattano certi temi e ci sia volontà di riaffermare con forza la difesa dei principi dei diritti della Sicilia. E soprattutto dello Statuto calpestato e umiliato. Questo è un fatto positivo. Le strategie  possono cambiare, però c'è il segno preciso che nell'animo popolare riaffiorano questi sentimenti di libertà. Di giustizia per la propria terra. Ho notato che non c'è lo scissionismo di Bossi o il separatismo di Finocchiaro Aprile. Lo Stato siciliano non c'è mai stato, tranne brevissime parentesi. Ma questa peculiarietà, questa identità siciliana è determinata dalla sua universalità, non è una identità per la chiusura, ma una identità plurale. Che è fatta di tante civiltà insieme. Quando si parla di Sicilia, si parla di mondo ellenico, romano, bizantino, arabo, francese, spagnolo, inglese... universale, senza frontiere, aperto. L'identità siciliana che io chiamo plurale, non ti chiude, non ti isola, non fa sicilitudine, ma include tanti altri popoli. Non per nulla la Sicilia è la meno razzista di tutte le altre regioni d'Italia. La Sicilia per la sua storia da una grande lezione di miscele e nomadismi di popoli.  Chiamiamole anche di meticciato. La forza di una nazione deriva dagli incroci. La forza dell'America cosa è stata?».

Certe leggi in discussione a Roma sull'imigrazione, non sembrano andare verso questo spirito... Si avverte la paura dello straniero, quasi che l'italiano sia un popolo da preservare "etnicamente"...

«C'è una vena di razzismo. Di difesa dell'identità italiana, di nazione italiana, dell'italianità. Ma alla fine questi immigrati si integrano, anche se i governi non li aiutano».

Ma il presidente Lombardo, ha scosso qualcosa?

«Almeno si discute dello statuto. L'indipendenza non è separatismo. Lo statuto può essere applicato nell'unità nazionale. Anche perché l'unità nazionale oggi è un argine molto fragile. Quello che prevarrà alla fine sarà il potere dell'Europa».

La Sicilia potrebbe imitare la regione autonoma della Catalogna in Spagna...

«Certamente».

Ma ha gli uomini e le donne per farlo?

«Gli uomini nascono dal fuoco delle battaglie. Non c'è il salvatore che arriva dal cielo».

Questo fermento lei lo sente oggi in Sicilia?

«È ostacolato, è bloccato, condizionato, ma c'é. I fermenti nascono quando non c'è rassegnazione. Movimenti globali nella storia possono aprire nuovi scenari. In questo momento le forze più idonee sarebbero quelle degli intellettuali, degli scienziati, dei ricercatori, della grande capacità creativa di questa Sicilia che nonostante le sue condizioni, continua a produrre geni. In tutti i settori. Nella letteratura, nella musica, nel teatro, nel cinema. Questa Sicilia comunque continua a produrre cultura».

Non abbiamo approfondito ancora il ruolo della mafia. Nella sua esperienza politica, quanto ha influito? Ma la mafia sta sempre con il potere?

«Se il potere vuole, la può scacciare. Ai tempi del nostro governo regionale, avevamo smantellato i consorzi agrari che erano tutti dominati dalla mafia. Come a Camporeale.  C'era Vanni Sacco che era padrone assoluto dei consorzi. Abbiamo nominato i commissari. Dovunque».

Ma la mafia spara. Non aveva paura?

«L'incoscienza ce l'ho sempre avuta e qualche attentato l'ho subito anche. Però un conto è la mafia di quegli anni, ancora una mafia agraria che non si era trasformata in quella che è oggi. Aveva certe regole. Ero ancora un ragazzo, ma ricordo in particolare un comizio a Castellamare del Golfo, il paese di Mattarella. Attaccai il connubio tra Democrazia Cristiana e mafia. Davanti, tutti schierati, c'erano i capi mafia del paese. Anche i giovani che adesso sono diventati capi. Uno di questi, nel sentirmi parlare, stava scattando per venirmi ad aggredire sul palco ma un boss lo ferma e gli fa: "iddu sta facendo la sua parte'. Allora la mafia era anche questa».

Ultima domanda:  della vicina Salemi, cosa ne pensa il senatore Corrao? Del "vulcanico" sindaco venuto dal Nord, Vittorio Sgarbi e della sua iniziativa di vendere per un euro le case abbandonate dopo il terremoto?

«Già la legge prevedeva che il Comune in assenza di richieste potesse ricostruire e ristrutturare le unità abitative lasciate inagibili allo scopo di riattivare la vita economica del centro. L'acquisizione degli immobili da parte dei privati, fa riflettere sul rischio che le case possano anche non essere abitate  e non producano attività legate alla vita del Centro storico e quindi al rischio che i quartieri si riducano  a dormitori per benestanti stranieri».