SPECIALE/LIBRI/Un amore di capra

di Franco Borrelli

Tutto passa e si trasforma, soprattutto se la normalità dei giorni si tinge di fantasia o d’assurdo. Non si pecca se si crede nella propria immaaginazione, parola d’un certo Tommaso Landolfi che, parlando d’una capra mannara, notava come “la fanciulla portava le sue appendici caprine come le sirene la loro coda”. No, non è follia, perché come scriveva ancora lo scrittore ciociaro, “non si dà chi, volendo, non abbia visto una sirena”. Potenza dell’amore, si dirà. Parola anche d’Ovidio, geniale poeta di metamorfosi carnali, passionali, luminose e, perciò, incredibili.

A questa genìa appartiene anche il siciliano Andrea Camilleri che, dopo i “mutamenti” della sua «Maruzza Musumeci» e de «Il casellante», ci presenta quello stupefacente della capra Beba “quasi” nella stupenda Anita, la fanciulla dal piede di... capra. Nulla alla fantasia e al cuore degli uomini è impossibile. Basta leggere qua e là la cronaca d’ogni giorno per rendersi conto di come e di quanto la realtà superi di gran lunga la più spigliata e impossibile delle fantasie, e la storia che ci vien data con «Il sonaglio» (Sellerio), pur nella sua assurdità e impensabilità, acquista i contorni del reale, del vero, del tangibile (“il meglio di me - ci tiene a far sapere lo scrittore - risiede in questa trilogia fantastica”).

Chiedetelo al pastore Giurlà e partecipate al suo stupore la prima notte di nozze con la romantica Anita. Strappato alle profondità marine, quelle care ad una certa Maruzza, ove riusciva a pescar pesci usando semplicemente le mani, sfuggito a una vita notturna nelle pieghe terrigne di una zolfatara, e destinato invece a una vita solare fra monti, valli, laghi e capre, il ragazzo si trova a crescere vivendo imbrigliato e divenendo tutt’uno con la natura selvaggia delle acque, degli alberi e degli animali in una maniera avvolgente e coinvolgente da cui non può, non sa e non vuole più distaccarsi.

Nella solitudine delle notti stellate, sotto i cieli assolati o solcati da minacciose nuvole, fra temporali segnati da turbini improvvisi e travolgenti, fra pensieri e scoperte, Giurlà scopre pian piano la vera natura di quelli e di quanto lo circondano, rinvenendo emozioni e sentimenti umani negli animali e, viceversa, pulsioni animalesche negli umani. E’ creatura d’altri tempi, d’altre favole questo Giurlà di Camilleri, parente di certi Verga e Pirandello (ricordate, ad esempio, Jeli e Ciaula?), aderente anche linguisticamente ai ciuffi d’erba che crescono e alle vipere che viscide si muovono fra dirupi, pianori e rocce.

E’ storia di struggente solitudine questa, che, come in un mito d’altre epoche, trova compagnia e consolazione in una natura e in animali che si fanno umani. E’, su tutto, storia d’amore. Vicende poetiche fatte di sogni, ma anche accoppiamenti improvvisi carnali ed animaleschi che rivelano della natura il suo carattere primigenio selvatico, che non dà requie e che non ammette opposizioni di sorta. Non ci si può rifiutare o negare a un destino che ci governa e che comanda le ore che viviamo.

Semplice e lineare quel che qui si svolge; è una favola, dopotutto, no? Giurlà, tra le capre, trova il suo... amore della vita e, con la prosperosa e disinibita Rosa, scopre anche i piaceri del sesso. Ma, udite udite!, questo suscita la gelosia umanissima di Beba, la capra appunto. E quando poi - come se non bastasse già questa “stranezza” - arriva sul laghetto la misteriosa Anita, il triangolo diventa ancora più cocente e le pulsioni gelose si fanno tanto lampanti da lasciare... il segno tangibile sulle gambe del giovane.

Ma la natura (disegno forse degli dèi?) dirige e costringe, e un temporale d’altri tempi scatena una tempesta lacustre che fa capovolgere la barca su cui erano Anita e Beba, costringendole sotto le acque cupe e limacciose. Giurlà riesce, delle due, a salvare solo la ragazza che, poi, è “costretto” a sposare perché lui rappresenta misteriosamente l’unica medicina che può ridarle e conservarle la vita. Non c’è scelta per Giurlà. Ma, come già detto, la sorpresa della notte di nozze nella casetta a ridosso del lago del destino gli ridà, in un colpo solo, due amate in una!

Narrazione avvincente questa di Camilleri, fatta in siciliano per maggior aderenza a cose e persone. Una favola dolce e semplice, umana e ricca di riferimenti utili all’anima e al cuore dei moderni, che sottolinea quanto si possa andare oltre la natura e il verificabile per dare non solo spazio al sogno ma all’“altra” verità, quella che ognuno custodisce gelosamente dentro di sé.

Mare e montagna s’intrecciano e mutano l’uno nell’altra, proprio come, in ogni più che rispettabile metamorfosi, fanno l’umanità e l’animalità del creato. Due immensità - la verde dell’erba e l’azzurra del mare - ove il pescatore e il capraro s’identificano, diversi eppur inseparabili, con un mondo ove la ferinità si fa poetico umano abbandono, dove i sensi si quietano nelle violenze e nelle forze turbinose d’un essere che è sì reale ma che, al tempo stesso, si pone di là dalla realtà. Un narrare sognante, questo di Camilleri, che ci riporta e ci riconcilia con la mitologia di Leda col suo cigno, o di Pasifae col suo toro. L’umano, insomma, è animale e, viceversa, l’animale è umano. Che altro di più?