AMBIENTE/CLIMA/Mare Nostrum con febbre

Paola Del Vecchio

L' estate marina si è allungata di oltre trenta giorni e l'aumento della temperatura del mare registrato fra il 1974 e il 2006 nel Mediterraneo ha provocato episodi di mortalità di massa di organismi che abitano il fondo marino.

È quanto emerge da uno studio spagnolo del Consiglio Superiore di Ricerche Scientifiche (Csic) pubblicato sulla rivista “Proceedings” dell'Accademia nazionale di scienze statunitense, secondo il quale la mortalità di organismi invertebrati è il prodotto del riscaldamento globale.Il lavoro segnala infatti che, in periodi estivi estremamente lunghi e caldi, come quelli registrati dal 1999 al 2003, si sono prodotti processi di mortalità di massa sui fondali del Mar Ligure e in quasi tutto il Mediterraneo nord occidentale.

I ricercatori sottolineano nell'indagine che l'allungamento delle condizioni estive nel mare, provocato dal riscaldamento globale, è dovuto all'incremento nella durata e intensità della stratificazione o mancanza di mescolanza fra le acque profonde, più fredde e ricche, e quelle superficiali. In altre parole, durante il periodo estivo lo strato superficiale del mare si riscalda progressivamente, per cui aumenta il contrasto termico con gli strati inferiori. Questa situazione di stratificazione e di mancanza di mescolanza fra le acque del fondo e della superificie si sviluppa da maggio ad ottobre.

Diversi tipi di invertebrati, inclusi coralli e spugne, risultano danneggiati spesso in maniera mortale dalle condizioni prolungate dell'estate. "Sopportano una durata normale delle condizioni avverse rappresentate dal periodo estivo - spiegano gli scienziati del Csic, guidati da Rafael Coma, del Centro di studi avanzati di Blanes (Girona) - ma non possono superare un prolungamento anomalo, specialmente se questo si produce in combinazione con temperature elevate in maniera anormale".

Coma evidenzia che "la causa della mortalità di questi organismi è lo stress fisiologico dovuto alle limitazioni energetiche". Le alte temperature comportano infatti "un maggiore sforzo respiratorio e non c'è molto alimento disponibile, dato che gli elementi nutritivi non salgono dalle acque profonde più fredde a quelle superiori, più calde".

Marta Ribes, ricercatrice dell'Istituto di Scienza del Mare del Csic, sottolinea che "l'aumento di episodi di mortalità produrrà cambiamenti profondi anche nella composizione delle comunità litorali che vivono negli strati superiori del mare". I ricercatori assicurano che, per poter quantificare e limitare gli effetti del cambio climatico globale sugli ecosistemi, è indispensabile l'istituzione di osservatori per il rilevamento costante di dati ambientali.

GLI OCEANI “SI ALZANO”
Uno studio guidato dall'università nazionale Autonoma del Messico conferma la possibilità di un "catastrofico" innalzamento del livello degli oceani nel prossimo secolo.
La ricerca pubblicata su “Nature” ha esaminato fossili di barriere coralline nel nord-est della penisola dello Yucatan e ha scoperto che durante la fase più calda (121.000 anni fa) dell'ultimo periodo interglaciale molti coralli morirono a causa della crescita del livello del mare, aumentato di circa 2-3 metri e furono sostituiti da nuovi coralli cresciuti su fondali più bassi.

L'innalzamento dei mari fu causato dallo scioglimento dei ghiacci soprattutto dell'Antartide e della Groenlandia dovuto a un improvviso surriscaldamento dell'atmosfera, la cui temperatura diventò di qualche grado più calda rispetto a oggi. La scoperta è cruciale, secondo gli autori, perché fornisce un dato che contribuisce a mettere a punto modelli più precisi per le previsioni climatiche future.

"Conoscere il livello del mare causato dallo scioglimento dei ghiacci durante l'ultimo periodo interglaciale - rileva lo studio - è fondamentale per valutare il comportamento futuro dei ghiacci".
L'instabilità dei ghiacci polari provata dallo studio confermerebbe, secondo gli autori, che se il surriscaldamento climatico proseguirà ai tassi attuali potrebbe innescarsi un processo di scioglimento delle calotte polari di proporzioni simili a quelle passate, con l'innalzamento dei mari di circa 2-3 metri nel prossimo secolo.

ARTICO PIÙ... PICCOLO
Oltre all'estensione, con 720 mila chilometri quadrati in meno, la calotta artica si starebbe riducendo anche in spessore. A dimostrarlo sono i risultati dell'analisi di immagini satellitari ottenute dalla Nasa ed elaborate da due diversi gruppi di ricerca americani, uno dell'università del Colorado, guidato da Charles Fowler, e l'altro del Jet Propulsory Laboratory di Pasadena, in California, guidato da Ron Kwok.

Fino a qualche anno fa il 70% del ghiaccio della calotta “sopravviverà” all'estate o a diverse di seguito. Oggi, purtroppo, non è più così, perché lo spessore del ghiaccio si va assottigliando e durante l'estate si scioglie per riformarsi l'inverno. Ma quello nuovo è molto più sottile di quello perenne che resiste a più estati.

Grazie ad uno strumento che misura lo spessore dello strato di ghiaccio, i ricercatori del laboratorio di Pasadena hanno dimostrato che mentre il nuovo ghiaccio è spesso 1,7 metri, la calotta perenne è normalmente spessa circa tre metri. Invece, gli scienziati di Boulder, in Colorado, studiando l'estensione della calotta, hanno visto che, dal 1979, anno in cui iniziò il monitoraggio dei ghiacci via satellite, quella del 2009 è stata la quinta misurazione più bassa.

SITUAZIONE GLOBALE
Il riscaldamento globale è una "drammatica certezza" destinata a portare "un regime di precipitazioni quasi tropicale nelle regioni temperate, come l'Europa Meridionale e l'Italia". È quanto sostiene Antonello Provenzale, dell'Istituto di scienze dell'atmosfera e del clima del Cnr, interpellato sull'argomento dal mensile “Geo”.

"L'ultimo rapporto dell'Ipcc (International Panel on Climate Change) parla chiaro - dice Provenzale -. Se fino a ieri il riscaldamento globale era solo un'ipotesi molto accreditata, oggi è una drammatica certezza".
Ad aggravare la situazione, secondo l'esperto del Cnr, la velocità con cui si sta manifestando questo fenomeno: "In passato i mutamenti climatici sono avvenuti quasi sempre nel corso di centinaia o migliaia di anni: oggi si parla di alcuni decenni".

Il riscaldamento globale sta uccidendo inesorabilmente gli alberi: un aumento anche modesto di temperatura (di 4 gradi) moltiplica per cinque il rischio morte in condizioni di siccità. È quanto dimostra un altro studio diretto da Henry Adams della University of Arizona a Tucson, pubblicato sui “Proceedings of the National Academy of Sciences”.

I risultati dello studio sono importanti e da non sottovalutare perché "ci dicono che se la temperatura sale di poco - spiega Adams - saranno sufficienti periodi brevi di siccità per sterminare intere foreste, e i brevi momenti di siccità sono molto più frequenti di quelli più lunghi in cui la siccità perdura per molto tempo di seguito".