SPECIALE/MUSICA/Jazz in cerca di contaminazioni

di Donatella Mulvoni

Chi ha assistito al concerto di Luciano Troja e Giancarlo Mazzù, mercoledì scorso al Metropolitan Room a Manhattan, ha ascoltato vero jazz, quello americano per intenderci, in chiave melodica, suonato solo con un pianoforte e una chitarra. Il pubblico non era quello delle grandi occasioni, ma quel che conta, per un italiano che vuole esportare la sua musica all’estero, è che fosse tutto newyorchese.

Un’ora di concerto in cui i due artisti si sono cimentati in brani famosissimi come: “Cheek to Cheek”, scritta da uno dei precursori della musica popolare americana, Irving Berlin, “Softly as in a morning Sunrise”, “My Funny Valentine”, considerata un pilastro della musica jazz e “All the Things You Are”, scritta per un musical Very Warm for May, presentato a Broadway nel 1939.

Una serata per promuovere anche il nuovo Cd “Seven Tales About Standars Vol.2”, composto dal duo, e uscito nel mercato il 10 aprile scorso. Una raccolta di musiche jazz, in cui sono stati rivisitati gli stili americani. I ritmi di brani originali sono stati legati insieme ad altri elementi: il contrappunto, la melodia italiana della fine dell’800, la composizione spontanea e la musica per il teatro.

In sintesi: “l’influenza europea nella tradizione americana”, come ci spiegano i due artisti, ormai da tanti anni impegnati in vari progetti comuni. Insieme hanno coordinato laboratori musicali e composto musiche per diverse opere teatrali.Nel 2006 hanno pubblicato il CD “Seven Tales About Standards”, pochi giorni fa è uscito il secondo volume, mentre sono già impegnati nel terzo CD della serie Standards. Sempre in giro per il mondo in cerca di nuove contaminazioni, in Italia sono considerati alti rappresentanti della muscia jazz nazionale.

Sono tanti i musicisti italiani che vengono negli Usa a vario titolo. Voi cosa cercate?
«Gli Stati Uniti sono un punto di riferimento naturale per quanti amano il jazz, noi veniamo per per mettere in discussione i progetti che nascono in Sicilia e in Calabria, le nostre regioni di origine. Cerchiamo contaminazioni. Quando siamo a New York, abbiamo un solo obiettivo: stringere rapporti con tanti artisti di down town che appartengono al filone dell’avanguardia. Oltre che musicisti siamo anche un po’ ricercatori, vogliamo scoprire nuovi generi e varianti. Cerchiamo inoltre di portare in questo ambiente un pezzo della nostra cultura italiana per vedere come viene percepita».

Luciano e Giancarlo, non è la prima volta che suonate in America...
«Infatti, nel 2006 abbiamo tenuto 6 concerti in vari locali e alla Casa Zerilli Marimò della Nyu. Abbiamo suonato con il quartetto siciliano di musica jazz sperimentale Mahanada. In quell’occasione è stato registrato un CD, dal titolo “Mannahatta”».

Quest’anno invece, dopo la tappa a Philadelfia, a New York avete presentato il CD “Seven Tales About Standars Vol.2” e in questi giorni siete impegnati nella registrazione del terzo volume. Non perdete tempo.
«In un certo senso è proprio cosi. Sentiamo il bisogno di non fermarci, di registrare ancora. Dobbiamo fermare immediatamente le sensazioni e l’energia che nasce inevitabilmente dopo ogni confronto con i musicisti americani. Ogni conversazione è fonte d’spirazione per noi, un mix di elementi che non ci vogliamo far scappare. Questo terzo CD sarà dedicato a due musicisti statiunitensi: Arold Diez e Swartz».

Come è recepito il vostro stile Oltreoceano?
«Con interesse, davvero. Per noi è stata una sorpresa constatare che anche per i padri del jazz era produttivo lavorare con noi. Abbiamo capito che, nonostante le dovute differenze, il nostro linguaggio di matrice europea è perfettamente compatibile con quello americano. Spesso da questo tipo di collaborazioni nascono esperimenti innovativi. Una cosa ci accomuna: l’amore per l’improvvisazione. Il jazz improvvisato fa parte del nostro background e spesso, come è successo nella seconda tappa del nostro Tour a New York, il 12 aprile scorso, suoniamo per ore, alternandoci e mischiandoci ai musicisti locali».

Il jazz in Italia è un genere di nicchia. Le cose sono destinate a cambiare o questo è il suo destino?
«Non lo so, purtroppo nel nostro Paese non viene dato tanto spazio agli artisti che suonano il nostro genere. In America, sono migliaia i localini, anche molto piccoli, che offrono la possibilità ai musicisti di esisbirsi in pubblico. In Italia manca la cultura quotidiana del jazz. Certo ci sono i festival, ma questi eventi sono una volta all’anno e coinvolgono quasi sempre persone che fanno parte dell’ambiente o appassionati di lunga data. A New York ho notato che non c’è la preoccupazione del grande pubblico, la serate può essere un successo anche con poche persone nel locale. L’importante è divertirsi, sperimentare, improvvisare».

Cosa caratterizza la musica jazz europea?
«Beh, sicuramente il Contrappunto. Inoltre, noi abbiamo una tradizione artistica e culturale molto diversa da quella americana. I nostri ritmi sono influenzati dalla musica classica, sempre presente».