SPECIALE/MEDIA/Giornalismo: questione coraggio

di Mary Palumbo

e vogliamo che un paese cambi, dovrebbe cambiare anche un certo modo di fare giornalismo. Noi giornalisti dovremmo essere lo specchio di ciò che accade nel mondo e lasciare che una sana opinione pubblica si formi. A volte siamo i primi a confondere la realtà, a non rifletterla”.

Il mio breve reportage dal Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia comincia con una notazione nata dalla ricerca di un alloggio nella cittadina medievale. Quando ho telefonato per chiedere informazioni mi sono sentita rispondere per bene tre volte se mi recavo nella città per fare ricerche sul caso irrisolto di Meredith Kercher (la studentessa inglese vittima di un omicidio che si è consumato a Perugia nel 2007, ndr) di cui i mezzi di informazione, stampa e tv, sono ancora ossessionati. Ovvio? Non per me. Non tutti sapevano, invece, del Festival e delle grandi firme nazionali e internazionali che vi hanno partecipato raccontando le cronache dal mondo: da Seymour Hersh del New Yorker a Ayman Mohyeldin di Al Jazeera International, da Pino Scaccia del Tg1 all’economista Loretta Napoleoni che scrive per Internazionale. Giusto per fare qualche nome. A volte i gialli della cronaca nera, minestra riscaldata per un pubblico stanco, seguiti passo dopo passo per rincorrere l’audience, finiscono per ledere l’immagine stessa di una città e del buon giornalismo. Come ha detto Roberto Natale, Presidente della FNSI: “Bisogna imparare a cambiare le priorità della nostra informazione.”

Il prezzo della Libertà: Fare nomi e cognomi rischiando sulla propria pelle.
Cronisti nel mirino, armi e bavagli alla democrazia
L’articolo 21 della Costituzione Italiana recita: “Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione. La stampa non può essere soggetta ad autorizzazioni o censure”. Lette e rilette. Parole che dovrebbero essere stampate “a caldo” nella mente di ogni cittadino e sul vademecum di ciascun cronista. Solo l’anno scorso si festeggiavano i 60 anni della Costituzione, ma ad oggi molti dei prìncipi sembrano essere caduti nel dimenticatoio. Ad oggi il disegno di legge del ministro della Giustizia Alfano, che si propone di modificare la normativa vigente sul segreto investigativo, sulla pubblicità degli atti d’indagine e sulle intercettazioni, si va ad aggiungere a maggiori divieti per la diffusione di notizie riguardanti le indagini preliminari dei processi; il contratto collettivo dell’Ordine dei Giornalisti che tarda ad essere siglato; i tagli alle redazioni a causa delle crisi economica e della carta stampata; le pressioni della politica e le minacce della malavita organizzata che vanno a limitare il diritto di cronaca.

In questo contesto si è inserito la terza edizione del Festival del Giornalismo di Perugia. Ieri come oggi il mestiere del cronista non è affatto facile. Giancarlo Siani, Ilaria Alpi, Enzo Baldoni, Mariagrazia Cutuli, Mino Pecorelli. Sono solo alcuni nomi di giornalisti italiani uccisi per aver fatto nomi e cognomi di mafiosi, politici collusi o criminali. Se poi volessimo allargare lo sguardo al panorama internazionale, probabilmente sarebbero necessario un intero numero. Non è un caso se il nostro paese occupa la 44esima posizione nella classifica sulla libertà di stampa stilata nel 2008 da Reporter senza frontiere. E non è un caso se “i mafiosi detenuti nelle carceri italiane non ricevono i giornali locali. Molto spesso la stampa fa da collegamento con l’esterno, per il mafioso può essere un modo per controllare la situazione e mandare messaggi. Noi siamo giornalisti non passacarte” spiega Rosaria Capacchione, giornalista de Il Mattino di Napoli e autrice del libro documento L’oro della Camorra, che svela come i boss casalesi siano diventati ricchi e potenti tanto da influenzare e controllare l’economia di tutta la Penisola, da Casal di Principe al centro di Milano. La Capacchione arriva al Festival sotto scorta. I “suoi angeli custodi” la accompagnao dal Marzo del 2008 quando, nel corso del processo Spartacus, condotto principalmente contro il clan camorristico dei Casalesi e il suo capo Francesco Schiavone, è stata minacciata di morte insieme a Roberto Saviano e al magistrato Raffaele Cantone.

Sono più di 40 i cronisti che dal 2006 al 2008 sono stati minacciati dalle mafie e hanno ricevuto solo due o tre righe dalla cronaca nazionale. Di solito il monito degli addetti ai lavori ai colleghi è: “Ma chi te lo fa fare? Se vuoi portare a casa la pelle, smettila!” racconta Lirio Abbate, giornalista dell’ANSA di Palermo, autore insieme a Peter Gomez del libro inchiesta “I complici”. Abbate scrive di criminalità organizzata ed è sotto scorta dal 2006. E’ stato l’unico giornalista presente sul luogo al momento della cattura del capomafia Bernardo Provenzano e il primo a scrivere la notizia dell’arresto con tutti i particolari del blitz raccontati in diretta. E’ stato minacciato di morte dalla mafia e nel settembre 2007 i poliziotti hanno sventato un attentato che era stato preparato davanti alla sua abitazione a Palermo.

Non solo Festival. “Non chiamatela controinformazione. E’ questa la vera informazione, quella che fa nomi e cognomi”. Parola di Pino Maniaci, patron di Telejato, che alle intimidazioni ormai sembra essersi abituato. Dopo l’aggressione subita dal figlio del boss di Partinico Vito Vitale, è andato in onda con un occhio pesto. Non si è tirato indietro neppure quando gli hanno bruciato l’auto. La sua piccolissima tv comunitaria ogni giorno racconta a circa 150mila persone quello che succede nell’irrequieta provincia palermitana, quello che gli altri non dicono. Negli ultimi anni Telejato è diventata una fucina di inchieste “scomode”. Come quella per la chiusura della distilleria Bertolino, la più grande d’Europa, che sorge a ridosso del centro abitato di Partinico, 30mila abitanti alle porte di Palermo. Un impegno che a Pino è costato una valanga di denunce: “Abbiamo circa 270 querele, di cui 200 sono dalla signora Bertolino”. A fare informazione a Partinico si rischia ogni giorno. “Abbiamo avuto otto omicidi in un anno e mezzo” spiega Maniaci che è stato messo sotto protezione dai magistrati. Come si fa ad andare avanti in queste condizioni? “Quello che ci dà la spinta è il fatto di avere accanto la società civile, ma anche una certa buona stampa. I servizi di Telejato accendono i riflettori. L’esposizione, spiega Maniaci, ci salva la vita”.

Good News. Proprio nel corso del Festival è stato presentato dalla Federazione Nazionale della Stampa Italiana, dall’Unione Cronisti e dall’Ordine dei Giornalisti un osservatorio che permetterà ai cronisti minacciati di essere più tutelati. “Fare un’informazione più forte e rendere i cronisti più sicuri” spiega Roberto Natale, Presidente della FNSI “cercando di cambiare le priorità della nostra informazione”.