Quando essere “piccoli” è meglio

di gina di meo

Raramente accade che un topolino partorisca una montagna, così com’è raro vedere che Davide sconfigge Golia. È spesso consuetudine che il piccolo venga inglobato da un colosso e non viceversa. Ma ogni tanto “piccolo è meglio”, specialmente quando si parla dell’Italia. Se c’è un tratto distintivo del Bel Paese è la sua ossatura economica fatta di piccole e medie aziende, spesso artigianali che se anche non si traducono in grandi numeri a livello di scambi su scala mondiale, in periodi di crisi che travolgono le grandi multinazionali prima fra tutte, esse riescono a tenere limitando i danni. Anzi di più, possono essere il punto di partenza per rilanciare l’economia di un paese. Quelli che erano i limiti del sistema Italia nell’epoca pre-crisi finanziaria, oggi potrebbero rivelarsi la sua carta vincente. Si può dire che è possibile ripartire dalle piccole e medie imprese per fare un passo avanti e uscire dalla situazione di stallo? «Certo» - lo afferma perentorio Massimo Capuano, amministratore delegato di Borsa Italiana, nei giorni scorsi a New York per la sesta edizione della Italian Investor Conference. Si tratta di un appuntamento che serve a promuove l’incontro tra alcune società italiane quotate in borsa e gli investitori americani. Partendo dal presupposto che le piccole e medie imprese italiane sono un asset per il paese, abbiamo chiesto all’ad di Borsa Italiana, che dopo la fusione con London Stock Exchange è il principale gruppo borsistico europeo, qual è il peso di queste aziende in un processo di ripresa economica.

«La piccola e media impresa italiana - ha spiegato Capuano - nel panorama industriale ha un peso dal punto di vista numerico elevatissimo. Il 95% delle imprese sono piccole-medie, il loro contributo allo sviluppo, alla ripresa, è proporzionale non al numero ma anche al fatturato complessivo che sviluppano in questo caso a dimensioni inferiori. La cosa importante è che il meccanisco produttivo di crescita industriale in Italia ha sicuramente nella grande impresa un grande protagonista, ma spesso la grande impresa per sviluppare il proprio prodotto ha bisogno della piccola media impresa che agisce come subfornitore. Se quindi la grande impresa non trova quella piccola pronta per una ripresa economica ecco che anche questa ne risente. Il sistema italiano deve agire, quindi, in una maniera armonica perché altrimenti non cresce né l’una né l’altra. E non a caso il governo sta facendo in modo che i finanziamenti vadano alla piccola e media impresa perché solo in questa maniera si può contribuire alla crescita».
Dottor Capuano, lei ha anche detto che queste piccole e medie imprese se quotate in borsa potrebbero aumentare il Pil italiano, in che modo?

«Un paio di anni fa abbiamo fatto uno studio che traeva le mosse su una precedente analisi condotta sulle società che si quotavano in borsa, e sul loro comportamento a tre anni dalla quotazione. Avevamo riscontrato che in questo arco temporale le società quotate in borsa avevano accresciuto il loro fatturato ed il loro margine industriale con  una media superiore a quella di settore di società che non erano quotate. In Italia abbiamo censito circa 4mila piccole e medie società, di queste 250 avrebbero tutti i numeri per essere quotate. Se tutte queste si quotassero e nei tre anni successivi alla quotazione rispettassero la media di crescita delle società che precedentemente avevamo monitorato, questa crescita farebbe aumentare il pil di circa l’1, 1,2%.  Ora a prescindere dai numeri, è ovvio che una società che si quota ha almeno due fattori che spingono alla crescita: primo perché si presenta al mercato e con un progetto potenzialmente di crescita, cerca potenzialmente finanziamenti e questo in modo naturale dovrebbe contribuire alla crescita del prodotto interno lordo del paese; secondo c’è anche un effetto indotto all’interno di quel circolo che è composto da fornitori e clienti della stessa società che in maniera quasi naturale si adattano a certe discipline amministrative».

E quali sono le obiezioni alla quotazione in borsa da parte dei titolari di queste aziende?
«Sono di diversi tipi. Da una parte c’è l’imprenditore italiano con una certa ritrosia a pensare di poter cedere in qualche misura parte del controllo sulla propria impresa. Questa è la difficoltà più difficile da superare perché è un ostacolo culturale, non ci sono ragionamenti logici da far valere, è la situazione dell’imprenditore familiare classico. La seconda è quella da attribuire ad una mancanza di confidenza nell’essere su un mercato finanziario soggetto alle crisi, o nella difficiltà nel potersi interagire con gli investitori, gli analisti. C’è un disagio a non sentirsi pronti e preparati per confrontarsi con il mercato finanziario. Su questa obiezione è relativamente più facile ribattere con un’organizzazione rivolta al mercato finanziario, con consulenti, con un accompagnamento. L’aspetto culturale , invece, è più difficile per questo anche la nostra azione è rivolta agli imprenditori più giovani che possono partire con una prospettiva diversa verso la quotazione rispetto a quelli di vecchia generazione».

Incontrando i giornalisti durante la Italian Investor Conference, Capuano ha sottolineato che Borsa Italiana ha voluto continuare e confermare questo incontro tradizionale con gli investitori americani, nonostante il periodo poco favorevole, perché: “nel mercato italiano ci sono delle società quotate che hanno interesse a far valere le loro motivazioni per cui è ancora importante investire sull’Italia”. «Vogliamo dare dei segnali - continua - che c’è un mercato che continua ad andare bene, che continua ad avere dei progetti per la crescita. Certo i numeri sono un po’ diversi rispetto alla precedenti edizioni però per le società che sono venute abbiamo riscontrato con molta soddisfazione il fatto che il numero degli investitori che hanno continuato a chiedere il one to one è stato decisamente molto elevato. Sono stati due giorni intensi per i rappresentanti delle società quotate. Credo che rispetto agli anni passati, forse il tipo di domande che le società quotate si sono sentite rivolgere sia stato un po’ diverso rispetto. Magari l’anno scorso si parlava solo di sviluppo, crescita, oggi invece ci si rivolge verso una crescita sostenibile, verso le azioni per contenere i costi e le modalità con le quali a volte si pensa di cambiare il proprio modello di sviluppo rispetto alle condizioni di mercato». I settori verso cui sembrano interessarsi gli investitori americano sono quelli delle public utilities (servizi pubblici, ndr), delle automotive, anche in virtù dell’accordo preliminare tra Fiat e Chrysler e poi i titoli legati ai progetti infrastrutturali. Ma attira anche il settore finanziario. «Gli investitori americani - conclude Capuano - vogliono vedere le evoluzioni di questo settore. Vista la peculiarità della situazione italiana rispetto a molti altri paesi, è importante che le nostre banche possano descrivere al meglio qual è il proprio modello di business rispetto alle altre».

Nei due giorni della Conferenza, tra i diversi appuntamenti, Capuano ha anche incontrato al Consolato Italiano i giovani dell’Associazione Nova, che riunisce gli studenti di programmi Mba