SPETTACOLO/Musiche, parole e dolore

di Maricla Sellari

Dopo l’edizione newyorkese dello scorso febbraio, il Festival internazionale della spiritalità, ideato e accompagnato in giro per il mondo, maternamente, da Pamela Villoresi, è giunto alla sua seconda edizione romana.

Sabato 4 aprile il primo spettacolo. L’oratorio per Edith Stein, dal titolo “La matassa e la rosa”, scritto da Giuseppe Manfridi e interpretato da Pamela Villoresi e Sabina Vannucchi con musiche originali di Luciano Vavolo, è stato rappresentato nella sala Pietro da Cortona, all’interno dei Musei Capitolini. Un luogo mitico per noi romani. Tante le manifestazoni pubbliche e gli spettacoli legati alla nostra vita e alla splendida piazza michelangiolesca, ma il teatro nel museo non c’era ancora stato. Sembrava un invito in una casa principesca e invece il testo ci portava a sfiorare l’incontro tra due donne ad un passo dalla loro morte, per deportazione nei campi, durante la seconda guerra mondiale. I lettori che hanno avuto la fortuna di vedere lo spettacolo a New York, sanno di cosa parlo. Ma qui, nella Roma barocca, l’impatto era violentissimo. Si percepiva la necessità di scendere, anche noi insieme con loro, senza equivoci o inganni, nelle profondità della vita.

Al Conservatorio di Santa Cecilia un omaggio alla cultura musicale ebraica “The Spirit of Klezmer”. Giora Feidman al clarinetto e due giovani musicisti al contrabbasso e alla chitarra, tutti provenienti da Israele. Suoni dell’anima e della memoria. “Sono nato in Argentina, vivo in Israele, ho tre figli e dieci nipoti. In Israele è difficile vivere a causa della guerra”, dice Feidman. “C’è un problema. Ma perché ammazzarci, dopo tante generazioni? Non capisco”.
La musica del suo clarinetto è languida quasi sussurrata, sembra seguire uno sguardo o una foglia che scende da un albero: i suoni portano il vento, la sera, la nostalgia, l’avvicinarsi di un uomo e una donna che camminano luno una strada bianca tenendosi per mano. E il tempo, un tempo naturale e profondo che ricorda i quadri di Chagall e la vita dei piccoli villaggi del centro dell’Europa. C’è già tutto qui, il vivere degli uomini.

Attraverso le parole e la musica il Festival aveva appena iniziato ad aprire un cammino di percorsi spirituali, con il rispetto della ricerca umana, libera, verso i doni dello spirito, mettendo a confronto tradizoni millenarie. Ma il percorso si è psicologicamente interrotto a causa del terribile terremoto che ha colpito l’Abruzzo. Tutte le nostre parole si sono impoverite. Gli spettatori e gli artisti non sono certamente più gli stessi da lunedì scorso, anche se il pubblico continua ad affollare le sale nelle quali si svolge la manifestazione, cercando forse nello sguardo profondo di questi artisti uno spunto per riflettere sul presente.

Ogni sera gli artisti, così come la direzione, rivolgono il loro pensiero affettuoso e partecipe alle persone colpite dal terremoto. Al Goethe Institut di Roma si sono esibiti nel concerto dal titolo “Con le radici al cielo”, Valter Malosti e i componenti il gruppo Radiodervish con la splendida e carezzevole voce di Nabil ben Salameh. La loro musica esprimeva la complessità e la ricchezza delle sonorità mediterranee.
Alle vittime del terremoto e alla terra d’Abruzzo ha dedicato il concerto dal titolo “Majaz” (Metafora), il Trio Joubran, composto di musicisti arabi che vengono dalla Palestina. Uno dei tre fratelli che suonano in trio si è formato come liutaio a Cremona. Il concerto si è svolto agli Horti Sallustiani, un luogo antico con volte immense circondato da palazzi umbertini, a due passi dalla mitica Porta Pia, espugnata dai bersaglieri nella costruzione dell’unità d’Italia.

Bellissime le loro melodie: “Sefar”, il viaggio, in cui si fondono musica turca, flamenca, antiche suggestioni, rafforzate dal potente suono delle percussioni. E per finire una struggente canzone d’amore. Da cinque anni questi musicisti geniali girano il mondo portando le loro melodie, il loro profilo acuto, i loro riccioli e i loro sorrisi a testimoniare il dolore che viene dal nord della terra di Palestina. All’uscita una luna ‘velata’ ci accoglie sotto il suo sguardo triste e incantato. (continua)