MOSTRE/SCIENZA&ARTE/A Filadelfia con Galileo

di Enzo Miglino

Un tubo di cartone, vetro e rame, prezioso e fragilissimo. È il cannocchiale di Galileo, uno dei due arrivati fino a noi, ora al centro della mostra Galileo, the Medici and the Age of Astronomy al Franklin Institute di Philadelphia.
Con questo strumento fatto a mano, nel 1609, Galileo inizia a cambiare la visione del mondo. Ingrandisce di trenta volte, rispetto all’occhio umano, le dimensioni dei corpi celesti osservati, scopre i satelliti di Giove, vede le montagne della luna, verifica le fasi di Venere. Praticamente dimostra la validità delle intuizioni di Copernico, è la terra che gira intorno al sole, l’uomo non sta più al centro dell’universo.

Per prima volta il cannocchiale lascia Firenze, dove è custodito al Museo di Nazionale di Storia della Scienza. «È un evento eccezionale - spiega Paolo Galluzzi, direttore del museo – e abbiamo scelto gli Stati Uniti per chiare ragioni. Qui c’è una grande comunità di studiosi galileiani, e Philadelphia è gemellata con Firenze».
Il lungo viaggio del cannocchiale cade nel quattrocentesimo anniversario degli studi di Galileo, il 2009 è l’anno internazionale dell’astronomia. La mostra del Franklin celebra quindi i risultati di quattro secoli di scoperte, attraverso gli oggetti che le hanno rese possibili.
 E celebra anche la famiglia dei Medici, dinastia rinascimentale che diede fortissimo impulso alla scienza e alla cultura.
Tutto proviene da Firenze, dagli Uffizi e da palazzo Pitti, oltre che dal Museo della Scienza. Gli astrolabi in ottone del nono secolo, ad esempio, apparecchi astronomici portatili usati per calcolare gli orari di albe e tramonti o per misurare altezze e distanze. Lo strumento di triangolazione, del 1500, con cui si calcolava lo spazio tra due punti costruendo in mezzo ad essi delle figure geometriche. O, infine, il set di compassi appartenuti a Michelangelo. All’epoca gli artisti conoscevano matematica e anatomia, utilizzavano gli attrezzi dell’architetto e dell’ingegnere.

La mostra allarga il campo d’influenza dell’astronomia ad altri settori scientifici, come la filosofia, la matematica, gli studi sulla navigazione, la disciplina militare.
Nel rinascimento tutto si intrecciava, con l’astrolabio si misurava il sorgere del sole o si calcolava la rotta di una nave, i compassi servivano al pittore come al geografo. Anche mappe e manoscritti, ogni oggetto testimonia la vivacità di un’epoca in cui si sono gettate le basi della scienza moderna.
Una vivacità patrocinata dalle grandi dinastie, come quella dei Medici, sempre interessati a sostenere l’arte e le scienze. Angelo Bonati, amministratore delegato di Officine Panerai, sponsor della mostra, sostiene «senza l’intervento del privato, ora come allora, la cultura rischia di non emergere come merita. Questo deve essere il nostro compito, favorire l’esportazione delle eccellenze e promuovere il binomio scienza – cultura».
I visitatori della prima giornata si affannano intorno alla bacheca del cannocchiale in cerca dell’angolo giusto per una foto.

 Il New York Times ha scritto che l’oggetto di Galileo sembra quasi fatto da un bambino con carta e scotch, per quanto appare fragile. Eppure, con il suo nuovo sistema di lenti, Galileo è arrivato a esplorare il cosmo.
Il professor Galluzzi, che per l’occasione ha annunciato il nuovo nome del Museo della Scienza, che da settembre si chiamerà Museo Galileo, dice che non succederà più, «il cannocchiale, dopo Philadelphia, passerà per Stoccolma e poi tornerà per sempre a casa sua». Tornerà a riguardare le stelle da Firenze, lì dove l’uomo ha iniziato a sentire l’universo un po’ più vicino.
Galileo, the Medici and the Age of Astronomy, fino al 7 settembre al Franklin Institute, Philadelphia. Per informazioni: www2.fi.edu