Libera

Fede e sisma

di Elisabetta de Dominis

"Sono rimasta viva – diceva al tg un’anziana signora sopravvissuta al terremoto dell’Aquila – perché, forse, la fede mi ha salvata. Io credo".
Come spiegazione dell’amore divino individuale non fa una piega. Io, individuo, valgo più di un mio simile perché ho più fede, perciò Dio mi ha salvato. Scriveva il filosofo Heidegger: "La morte esiste, ma per ora non ancora". Non potendo sconfiggere l’immortalità, abbiamo rimosso la morte individuale. Quanto a quella collettiva,- vedi terremoto - discende da un disegno divino. Imperscrutabile. Certo è che le sofferenze in questa terra saranno riscattate nel regno dei cieli. Chi muore, risorgerà come Cristo. Bisogna aver fede.

La lezione la conosco a menadito, me l’hanno inculcata benissimo suore e preti a scuola. Sono stati bravini i Padri della Chiesa; del resto cosa di meglio potevano inventarsi per placare le nostre angosce, per dare conforto alle nostre disgrazie?
La fede però non se la sono inventata loro. Era tutt’altra cosa. Negli antichi misteri greci era il requisito per esperire la divinità. Alla quale però non si chiedeva di fare una grazia, un miracolo, un’eccezione insomma per me che me lo merito… Nei misteri si comprendeva la divinità, che non era spiegabile razionalmente, rivivendo attraverso dei riti le passioni degli dei e si acquisiva la conoscenza dell’immortalità per rivelazione. Ogni divinità aveva la sua storia e si suppone che i mysti (iniziati), ossia i fedeli, la rivivessero collettivamente come propria, comprendendo infine il confine tra morte e immortalità.  Tuttavia le storie degli dei, benché eterne, erano umane e infatti nei tempi più antichi gli dei morivano e avevano figli, come noi. Poi si è cominciata a confondere l’eternità con l’immortalità e a credere che gli dei non fossero solo eterni, ma anche immortali. A dare all’eternità divina un significato prettamente umano, come l’immortalità, che è un’esistenza senza fine, imperitura. Sembra che i misteri venissero celebrati proprio per far comprendere e accettare il programma biologico per il quale siamo venuti al mondo. I misteri erano fondamentalmente dei riti di morte e rinascita: il dio moriva con il morire della vegetazione e risorgeva con essa. Il dio era lo spirito del grano e, quando risorgeva, non risorgeva nello stesso corpo. Come noi. Se comprendevamo questo, potevamo considerarci divini. E come gli dei soggetti alla ciclicità naturale.

Quando dunque la divinità era la Natura, essa non era né buona né cattiva: era. Nessuno si chiedeva perché un cataclisma si era abbattuto sulla terra. L’unica spiegazione, semmai, era che la Natura non era stata onorata con i giusti riti. Ma non era una questione di colpa e di espiazione. Insomma si trattava di un vizio di forma, non di merito. Siccome però per placare la natura e assicurarsi la rinascita della vegetazione, bisognava fare dei sacrifici umani, perché appunto il dio doveva morire affinché ne risorgesse un altro, non appena le genti cominciarono a civilizzarsi e ragionare un pochino, sostituirono il condannato con un capro espiatorio. Allora è nata la colpa, perché il capro non era più il dio, ma un essere a cui si addossava la colpa. Così la morte da preludio di rinascita si è trasformata in espiazione di una sofferenza. E un rito che doveva portare un bene futuro è divenuto un rito di accettazione del male.

La fede verso l’inspiegabile oggi è divenuta fede in Dio, credere in lui, ed è un dono individuale; pertanto chi ce l’ha vive aspettandosi un miracolo. Il che è piuttosto presuntuoso verso i propri simili. Certo questa fede è una bella soluzione della dottrina religiosa per far sì che le persone siano buone, ma rappresenta anche una bella ingiustizia perché tante brave persone, piene di fede, soffrono e muoiono immeritatamente. Se Dio è onnipotente e buono, deve poter forzare la Natura, ci diciamo. Come si fa altrimenti a credere in lui dopo questo immane terremoto, ma anche dopo una qualsiasi morte o disgrazia personale? Pensando che abbiamo delle colpe da espiare. Sempre meglio che accettare l’indifferenza divina verso noi mortali: dovremmo ammettere che Dio non esiste. E questo ci sgomenta.