Che si dice in Italia

I bravi e i farabutti

di Gabriella Patti

Ho casa in Abruzzo, pur non essendo abruzzese: una piccola villetta costruita negli anni Settanta dai miei genitori, anche loro non abruzzesi. E’ a una ventina di chilometri da L’Aquila, ci passiamo tutte le estati e anche alcuni weekend invernali. Zona semplice, di mezza montagna, gente un po’chiusa ma lavoratrice, ci mettono parecchio ad aprirsi ma poi sono amici veri. Intorno: aria buonissima e campi coltivati, da una finestra si vede il Gran Sasso, dall’altra la Maiella. Non c’è altro. Il terremoto, per fortuna e almeno per ora, non l’ha colpita: un televisore è caduto a terra, ma tanto era vecchio, bicchieri e piatti frantumati sul pavimento, ma quelli si ricomprano. La struttura, però, ha tenuto. E mi torna alla mente il vecchio Domenico, detto Mimitte, che oggi non c’è più. Era il costruttore di paese - all’epoca l’unico in tutta la zona. Fu lui a fare la villetta. Niente laurea, nemmeno il diploma da geometra, credo. Eppure ho ancora nelle orecchie le sue parole: “Questa è zona di terremoti. Qui bisogna costruire con cemento davvero forte e seguendo certe regole”. Era il 1972. Le norme antisismiche sarebbero entrate ufficialmente in vigore solo nel 1974. L’anno scorso, dopo oltre trent’anni, ho fatto dei piccoli lavori nella villetta. L’imprenditore edile che li ha eseguiti, un altro di paese, il vecchio Domenico se lo ricordava bene. “Quello  costruiva tosto. Non fatemi buttare giù nulla perché sarebbe una faticaccia. Piuttosto costruisco sopra” sentenziò. E il suo tono di ammirazione è la miglior orazione funebre che, a distanza di tanto tempo, il vecchio Domenico si merita ancora.

   POI, CI SONO I FARABUTTI. Quelli che, pur sapendo bene come tutti che la zona aquilana è a forte rischio sismico, hanno costruito - sempre negli anni Settanta e Ottanta - gli edifici pubblici, l’ospedale, la casa dello studente, la Prefettura, venuti giù come un castello di carta. Un castello che ha fatto tanti morti. Il presidente Napolitano ha detto che ci sono “responsabilità di molti” e che “nessuno è senza colpa”. Giusto. Il capo del governo, Berlusconi, che è nato costruttore e ha fatto la sua prima fortuna con l’edilizia, è più cauto. Lui “non crede al dolo” (difesa della categoria di appartenenza?) ma acconsente: “Si indaghi”. E meno male.

   POI, CI SONO QUELLI BRAVI. I soccorritori, professionisti e volontari. Hanno lavorato e stanno lavorando benissimo. Tutti: la protezione civile diretta da Guido Bertolaso, i Vigili del fuoco, i militari, le organizzazioni assistenziali pubbliche e private. Tra un po’ partirà la stagione delle polemiche, dello scambio di accuse, del palleggio delle responsabilità; anzi, a funerali delle vittime ancora in corso ci sono già le prime avvisaglie di questo tipico vizietto italico. Allora faremo bene a non dimenticare, come su La Stampa ha giustamente scritto Lucia Annunziata, che “stavolta lo Stato c’è”. “ I vigili del fuoco sono stati velocissimi nell’arrivare”. “Le ferrovie hanno fermato i treni per controlli e hanno riaperto le linee locali con il massimo della velocità”. Stesso discorso per le autostrade. “Le tendopoli sono state erette la stessa mattinata e il trasporto feriti in ospedali anche lontani è stato efficiente”. Insomma: “I soccorsi si sono messi in moto pochi minuti dopo la scossa più grave”. E a dirlo non sono i politici o la stampa amica del governo: lo dicono “le testimonianze più importanti: quelle delle vittime”.

   E ALLORA: vogliamo provare a far sì che questo terremoto sia diverso dagli altri? Che non si perda, dopo i morti e la tragedia, in un rivolo di campagne mediatiche di odio e di scaricabarile? Per esempio: perché non dar retta all’opposizione - e a una parte della stessa maggioranza - che chiede che tra qualche settimana si faccia una tornata elettorale unica? La Lega non vuole, sappiamo. Preferisce che si voti una domenica per le province (ma quando le aboliranno? Sono inutili e costose) e le europee e un’altra domenica per il referendum. Il motivo è ovvio: gli uomini del Senatùr Bossi sperano che al referendum, che modificherebbe la legge elettorale voluta dalla Lega (il cosiddetto “porcellum”, la porcata come l’ha definita lo stesso leghista che l’ha presentata, l’attuale ministro Calderoli), vada a votare poca gente. E poco importa che mettere in moto la macchina elettorale per due volte di seguito nel giro di un mese costi un sacco di soldi. Soldi - si tratta di centinaia di milioni di euro - che invece potrebbero essere messi subito a disposizione per l’Abruzzo. Ma i Leghisti, si sa, quando si tratta di solidarietà verso altri italiani che non siano delle loro parti non ci sentono.