PUNTO DI VISTA/Sulla linea del fuoco

di Toni De Santoli

Di fronte alla tragedia che nelle prime ore di lunedì scorso si è abbattuta sull’Aquila, su Paganica e su paesi e villaggi limitrofi - nel cuore quindi dell’Abruzzo - si abbia la decenza di porre in disparte la politica, la politica (come essa è intesa ormai da una ventina d’anni) che guasta troppi uomini, guasta troppe cose, deturpa città, coste e campagne; costringe a una convivenza impossibile - su scala “ciclopica” - genti di etnie “troppo” diverse l’una dall’altra perché non si spezzino antichi equilibri, perché gli uni non si sentano minacciati e incompresi dagli altri…

Lasciamo quindi perdere, almeno per ora, il suono della grancassa governativa e quello della grancassa dell’opposizione. Le manovre e il linguaggio dell’uno e dell’altro schieramento ci lasciano indifferenti. Li conosciamo, del resto. Sappiamo dei loro interessi di bottega. Sappiamo della loro pavidità, peraltro ben nascosta (sebbene non sempre…) dalla dialettica e dalla tonitruanza di cui noi italiani siamo da secoli maestri insuperabili e insuperati. Non c’interessa in queste ore quel che dice il presidente del Consiglio Berlusconi, non c’interessa quel che dice il leader del Pd, Franceschini.  L’uno e l’altro nulla aggiungono a ciò che già conosciamo. L’uno e l’altro non ci ispirano quell’elemento ideale, astratto, eppure essenziale, che si chiama fiducia. C’interessa parecchio di più il quadro della situazione offertoci, attraverso il “Times” di Londra di mercoledì 8 aprile, dal professore di Geofisica presso l’Università dell’Ulster (lrlanda del Nord), John McCloskey. McCloskey ci fa sapere che il “plate” (il “banco” tettonico) africano preme con sempre più vigore contro quello euroasiatico, e che l’Italia si trova nel bel mezzo, o poco più a ovest, della direttrice di questa immane collisione di cui non conosciamo (e mai potremo conoscere) la causa, l’origine, poiché causa e origine rientrano nel mistero stesso dell’esistenza della Terra e del Cosmo. Se ne deduce quindi che almeno mezz’Italia si trova fra il martello africano e l’incudine euroasiatica. Messina-Reggio Calabria 1909, Avezzano 1915, Valle del Belice 1968, Friuli 1976 e Irpinia-Basilicata 1980 qualcosa avrebbero dovuto pur insegnare a riguardo… Messina-Reggio Calabria 1909 e Avezzano 1915 qualcosa, sì, insegnarono: negli anni fra le due catastrofi - e anche in periodi successivi -  furono promulgate leggi e norme in cui si stabiliva con meticolosità “come” in quelle aree si dovessero costruire caseggiati, abitazioni, e “come” non si dovessero costruire caseggiati, abitazioni… Ecco: leggi e norme in seguito ignorate, o aggirate, in nome dello “sviluppo edilizio”. Dello “sviluppo edilizio” dai costi bassi e dai ricavi alti… Dello “sviluppo edilizio” avallato da ogni fazione politica… Avallato dalla “politica” che tradisce il proprio nobile e plurimillenario mandato: quello di migliorare sempre di più le condizioni di vita dei cittadini, di ridurre quanto più possibile i rischi, i pericoli, le insidie per i cittadini.

Ma quello che ci attende di nuovo è come un film già visto, già visto varie volte e che, tuttavia, si ripropone con sconcertante sistematicità: passato il tragico momento, si seguiterà a costruire con la sabbia (!), si continuerà a erigere fabbricati come tanti ne vediamo in Italia da almeno trent’anni, edifici pretenziosi e volgari, tirati via, vistosi, imponenti, ma fatalmente fragili; eppoi villini che solo all’apparenza sono villini: in realtà essi celano dentro di sè (ma neanche tanto bene…) una debolezza strutturale e un’approssimazione tecnica che lasciano esterrefatti. Come lascia esterrefatti l’insulto che essi recano al senso dell’estetica.
Il professor McCloskey ci spiega che sul piano geologico l’Italia è sulla “linea del fuoco”. Al “fronte”, quindi. Ma questo fra pochi giorni o poche settimane non interesserà a nessuno dei “campioni” della destra, del centro, della sinistra. Magari non gliene interessa nemmeno ora che in Abruzzo si continua con commovente lena a scavare fra le macerie e a contare i morti. I tanti morti. Dalla cui memoria non verrà però tratto il giusto insegnamento. Sarà come uccidere di nuovo le vittime dell’Aquila, di Paganica, di Onna. E come “assassinare”, forse, chi deve ancora nascere. Non è spaventoso?