PRIMO PIANO/LA TERRA TREMA IN ABRUZZO/Silone e la sofferenza creativa

di Stefano Vaccara

Stanislao G. Pugliese insegna storia alla Hofstra University, in Long Island. Tra due mesi uscirà il suo “Bitter Spring. A Life of Ignazio Silone” (Farrar, Straus and Giroux).  Martedì, il giorno dopo il terribile terremoto che ha devastato la provincia e la città dell’Aquila, sul New York Times è apparso un suo toccante commento titolato “Earthquake at the Door”, in cui l’accademico italoamericano affronta l’attuale tragedia ricordando il devastante terremoto che colpì l’Abruzzo nel 1915 (potete leggere l’articolo sul sito internet del NYT). Pescina, il piccolo paese della Marsica di cinquemila anime dove era nato nel 1900 Ignazio Silone, perse in meno di 30 secondi il 70% della popolazione. Perì tutta la famiglia di colui che allora si chiamava ancora Secondino Traquilli, tranne un fratello, Romolo, che salvò lui stesso dopo giorni disperati trascorsi a scavare.
Il Professor Pugliese, che ha collaborato spesso con America Oggi, ci ha concesso questa intervista per approfondire il tema della sofferenza nell’arte di uno dei maggiori scrittori italiani del Novecento, sempre così legato alla sua terra abruzzese.

La grande arte spesso si nutre di un grande dolore. Quanto la sofferenza del terremoto vissuta in età adolescenziale da Silone plasmò la sensibilità del grande scrittore?
«Il terremoto del 1915 segnò Silone per tutta la vita. È menzionato in tutti i suoi romanzi e in molti suoi saggi e anche nei brevi racconti. L’immagine e la minaccia dei terremoti si interseca con l’immagine e la minaccia dei lupi. Con la differenza che per Silone, i lupi si manifestano spesso con sembianze umane. Il dolore e la sofferenza quindi sono intrinsiche alla condizione umana. Ma è nel condividere il dolore che diventiamo veramente e pienamente umani».
In quale romanzo si trova di più il dolore della terribile esperienza vissuta a 14 anni?
«Anche se il terremoto è menzionato in vari passaggi di tutti i romanzi di Silone, il tema è affrontato di più in “Uscita di sicurezza”, una collezione di racconti autobiografici del 1965».

Silone fu fatalista riguardo ad una tragedia che aveva colpito una delle regioni più povere d’Italia del tempo?
«Leggendo Silone, si possono trovare passaggi del fatalismo contadino ma anche una lotta continua contro questo fatalismo, contro il destino. In Silone, c’é la sempre presente tensione tra la rassegnazione così tipica della cultura contadina e il desiderio di cambiare radicalmente la società umana; così si spiega la sua decisione di partecipare nella politica radicale. La tragedia, di cui egli si accorse troppo tardi, fu che Silone chiese alla politica qualcosa che la politica non era in grado di dargli. Alla fine, egli sentì il fallimento sia della politica che della cristianità istituzionalizzata. Chiamò se stesso “un cristiano senza Chiesa, un socialista senza partito”».

L’Italia del gennaio 1915, ancora non in guerra, unita da soli cinquant’anni: come fu vissuta a livello nazionale quel terremoto in Abruzzo? Arrivò la solidarietà dal Nord? Ci furono aiuti organizzati? Come Silone descrisse più avanti il comportamento di quel giovane Stato italiano e dei suoi neo cittadini difronte a questa tragedia, avvenuta solo 6 anni dopo quella di Messina...
«Poco dopo il terremoto, squadre di soccorso provenienti dal Nord apparsero a Pescina. La gente di quel piccolo paese era scioccata: un millennio di insularità aveva decretato che ognuno avrebbe seppellito i propri morti per cercare di riprendere il filo della vita dopo una calamità naturale; non c’era mai stata una tradzione di mutua assistenza. Ora, quei contadini della Marsica erano circondati da ben intenzionati volontari e lavoratori pagati dallo stato per aiutarli, ed erano semplicemente stupefatti. Un aneddoto rivela la grande distanza che c’era tra le vittime di quel terremoto e i loro benefattori: una settimana dopo il terremoto, rifornimenti cominciarono ad arrivare da Milano. Oltre i vestiti e il cibo, c’erano anche delle case prefabbricate, ma gli architetti del nord avevano costruito queste case facendo un ‘errore’: la cucina dei tempi moderni sarebbe stata usata soltanto per la preparazione del cibo, mentre l’attuale consumo del cibo sarebbe avvenuto nella “stanza da pranzo”. Le vettovaglie sarebbero state messe in cantina. La famiglia avrebbe trascorso più tempo nel “soggiorno”. Quando i contadini di Pescina entrarono in possesso di queste case, la prima cosa che fecero fu quella di distruggere con lascia e il martello le pareti interne. Non toccarono l’esterno, non volevano offendere la sensibilità dei donatori milanesi, ma all’interno riconfigurarono totalmente quelle case. La tipica famiglia contadina di Pescina, dell’Abruzzo e in genere del Mezzogiorno trascorreva la maggior parte del suo tempo nella cucina - di solito l’unica stanza riscaldata-. Quelle case prefabbricate, costruite per essere utilizzate solo per sei mesi, erano abitate anche mezzo secolo dopo da quel terremoto...».

Come ha descritto nel suo commento pubblicato martedì sul New York Times, Silone, che perse la madre nel terremoto del 1915, riuscì però a salvare la vita del giovane fratello. Pochi anni fa scoppiò in Italia “il caso Silone”, con alcuni storici che accusarono, in base alla scoperta di documenti, lo scrittore di essere stato una spia dei servizi di Mussolini. Tra gli studiosi che invece lo difesero - pur non negando del tutto tale possibilità – si sostenne che forse Silone, collaborando con il regime, in realtà stesse cercando di salvare il fratello rinchiuso in una prigione fascista... Silone avrebbe fatto qualunque cosa per suo fratello, già da lui salvato in quel terremoto?
«Si, penso che Silone, dalla Svizzera, forse in parte responsabile per l’arresto di suo fratello (egli aveva tentato di farlo arrivare in Svizzera), e si sentì tremendamente colpevole per aver messo Romolo in pericolo. Esiste un documento della polizia che dimostra esplicitamente come Silone, nel cercare di mitigare il destino di suo fratello, che amava moltissimo, cercò l’assistenza di Guido Bellone a Roma. Bellone non faceva parte dell’OVRA, ma della questura di Roma ed era incaricato del controllo dei sovversivi politici».

L’universalità della tragedia del terremoto, “destino” drammatico comune,  “giustiziere sociale” che non fa più distinzione tra ricchi e poveri: fu questo per Silone? Ma non sono sempre i più poveri a soffrire? Dopotutto, le case dei benestanti non resistevano meglio al terremoto? Significò veramente quella tragedia per il giovane comunista Silone l’ultima forma di giustizia sociale?
«Sembra vero che il ricco e potente riesca a sopravvivere meglio alla catastrofe, basti pensare a quello che accadde qui a New Orleans quando fu colpita dall’uragano Katrina e chiedersi: di chi erano i corpi che galleggiavano nelle strade inondate della città? Eppure certe volte anche i ricchi e potenti sono vittime. Ecco la descrizione che Silone fece, mezzo secolo dopo,  del terremoto della Marsica, durante una intervista a Paul Guth titolata “Quand Silone raconte sa vie,” apparsa nel Le Figaro Littéraire,  nel gennaio 1955:

“Ad un tratto c’era una nebbia fittissima. I tetti erano scoperchiati, i cornicioni caduti a terra. Nel mezzo della nebbia si potevano vedere bambini che, senza dire una parola, si spostavano verso le finestre. Tutto accadde in venti secondi, al massimo trenta. Quando la polvere si dissolse, ci apparve un nuovo mondo davanti. Case che non c’erano più, strade sparite, il paese raso al suolo... C’erano figure come fantasmi tra le rovine.... Un vecchio miserabile, lo strozzino del villaggio, era seduto su una roccia, avvolto in un lenzuolo come se stesse facendo la sauna. Il terremoto lo aveva sorpreso a letto, come gli altri. I suoi denti battevano dal freddo. Chiedeva da mangiare. Nessuno lo aiutò… Morì così… Vedemmo scene che sconvolsero ogni elemento della condizione umana. Famiglie numerose in cui soltanto il figlio idiota si salvò, l’uomo ricco che non aveva neanche una maglia di lana per ripararsi dal freddo... Dopo cinque giorni trovai mia madre. Era distesa vicino al camino, senza alcuna ferita visibile. Morta. Sono molto sensibile eppure non piansi una lacrima. Molti dissero che non avevo cuore, ma quando la sofferenza sovrasta qualunque altra cosa, le lacrime sono stupide… Mio fratello fu trovato durante un’altra ricerca, siccome aveva continuato ad urlare, la sua bocca era piena di polvere...” ».

Se ad una giovanissima vittima sopravvissuta a questo ultimo terremoto potesse consigliare un romanzo di Silone, quale scegliereste? E perché?
«“Il seme sotto la neve” è il romanzo di Silone più denso di speranza. Durante il periodo di grande consenso al Fascismo, quando l’intero paese sembrava favorire il regime e sostenere la sua guerra in Etiopia, quando sembrava che l’antifascismo fosse impotente, Silone intravide un “seme sotto la neve” di libertà, di solidarietà umana e dignità, basato non sulla politica, ma sulla semplice amicizia.
Ma forse anche “Severina”. Un romanzo pubblicato postumo, in cui Silone lavorava quando morì nel 1978. A Severina, una giovane iniziata al convento, viene ordinato di dare una falsa testimonianza in corte durante un processo per un giovane ucciso dalla polizia durante una manifestazione politica nell’Italia contemporanea. Lei rifiuta e in lei subentra anche una crisi di fede e di coscienza. Quando Severina  entra a far parte della protesta politica nelle strade, anche lei viene colpita mortalmente e in quel momento una suora gli chiede: “Severina, a nome anche della Madre Superiore, ti supplico di rispondermi: tu credi ancora?”
“Spero, suor Gemma, spero. Mi resta la speranza.”
Furono le ultime parole che uscirono dalle sue labbra. Siamo entrati in un periodo dove diventa sempre più difficile credere, ci resta almeno la speranza».