PRIMO PIANO/LA TERRA TREMA IN ABRUZZO/Impossibile prevederli, però...

Stefania Malacrida

Non c’è speranza di prevedere un terremoto”. Parole che bruciano, che tolgono fiato a chi cerca un colpevole nella sciagura capitata lunedì notte in Italia. Parole che però contano, perché vengono da un prestigioso centro geologico della California, la terra del “big one”, dove impazzano le lancette dei sismografi, dove la gente vive nell’ansia di una cupa certezza: si sa che la grande scossa arriverà, ma non si sa quando. Quando la casa diventerà una trappola? Quando sarà il momento di fuggire?

Secondo Thomas Jordan, direttore del Southern Californian Earthquake Center, la risposta non c’è. «Non abbiamo – dice –  alcuna tecnica affidabile di predizione nel breve termine. Disponiamo di strumenti che monitorano la situazione lungo la faglia di Sant’Andrea, e ogni volta che segnalano attività sismica, ci dicono che la probabilità di una grossa scossa aumenta. Tuttavia, si tratta sempre e solo di probabilità, mai di certezze».

Probabilità in che misura? Il 50, il 60%?
«Numeri infinitamente più bassi, siamo nell’ordine di poche unità percentuali, che per altro fluttuano nel tempo. Per fare un esempio, a sud di Los Angeles la probabilità che un terremoto avvenga nell’arco di un anno è dell’1%. Quando gli strumenti segnalano attività, la probabilità aumenta nelle settimane successive fino al 5%. Per questo dico che non è possibile prevedere un terremoto. La previsione si basa sulla certezza, o almeno su un’alta probabilità. E noi abbiamo a che fare solo con percentuali bassissime».

Eppure un sismologo italiano, Giampaolo Giuliani, dice di aver preannunciato il terremoto di lunedì a L’Aquila, individuando la presenza di una enorme quantità di gas radon.  
«Conosco il metodo, è una tecnica introdotta in ambito geologico negli anni Sessanta. Il radon è un gas radioattivo, che sprigiona dunque radioattività misurabile dai detector. Tuttavia troppe volte in passato è stata accertata la presenza del gas, anche massiccia, senza che ne seguisse una scossa. Viceversa, si ricordano casi di forti terremoti con scarse fuoriuscite di radon. E dunque, siamo da capo».  

Però la quantità di gas era eccezionale e inequivocabile. Cosa si poteva fare con questa informazione?
«Da un punto di vista scientifico, un ingrediente singolo serve a poco. La ricerca va oggi nella direzione di elaborare modelli complessi, basati su più fattori: i gas tellurici, certamente, ma anche la storia sismica nei secoli precedenti e lo studio della geologia attuale. Solo così si possono individuare probabilità basate su una molteplicità di elementi».

Poi ci sono i cosiddetti Early warning systems, sistemi di allarme immediato. Sono metodi validi?
«Certo, questo è un altro ramo di studi nuovo ed estremamente interessante. Sono strumenti che non prevedono il terremoto, ma lo rivelano già in atto nella sua fase incipiente, mentre emerge dal sottosuolo, pochissimo tempo prima che raggiunga la superficie. Si tratta di secondi, dai 3 ai 20, dipende dall’epicentro».

Una manciata di secondi può salvare la vita?
«Diciamo che è meglio di niente. Si possono mettere in atto routine anche elementari, come proteggersi sotto un tavolo, precipitarsi fuori casa se nelle vicinanze di uno spazio aperto. Si può chiudere l’erogazione di gas per evitare esplosioni. Devo però aggiungere che il terremoto in centro Italia sarebbe stato comunque problematico da allertare, perché violento, ma non abbastanza ampio. Seppur di magnitudo 6.3, non ha interessato un vasto raggio di territorio, cosa che ne avrebbe probabilmente limitato la percezione da parte dei sensori distribuiti in diversi punti dell’area sismica. Ciò non toglie che la ricerca debba continuare e che gli Early warning systems possano aiutare, se non in questo, in altri casi. Già presenti in Giappone e Taiwan, sono metodi adatti a nazioni con alta  densità abitativa e dunque anche all’Italia. In America ci stiamo lavorando».

Ci sono studi che la California conduce insieme agli scienziati italiani?
«Sì, abbiamo in corso un progetto proprio con l’INGV,  l’Istituto nazionale italiano di geofisica e vulcanologia, che comprende esperimenti su diverse parti della penisola e altre aree europee. Il progetto include l’Italia nel cosiddetto Collaboratory Study for the Earthquake Predictability, un laboratorio comune virtuale con l’obiettivo di integrare i dati e incrementare la prevedibilità di un terremoto, cioè la probabilità di predizione».

Ancora una volta la probabilità, questa parola così incerta...
«L’unica che abbiamo».