Visti da New York

Scossa per la giustizia

Stefano Vaccara

Il popolo abruzzese e tutti gli italiani stanno dimostrando una pazienza e una compostezza rara. Vederli reagire come stanno facendo finora al terremoto che ha devastato l’Aquila e la sua provincia impressiona. Lacrime e grida di lancinante dolore per chi ha perso i propri cari e la casa, ma senza dar sfogo alla rabbia, che si sente nell’aria ma è come tenuta a freno. Poi quella dimostrazione di solidarietà e concreta partecipazione tra i cittadini di una ancora giovane nazione che si ritrova nella tragedia, con in prima fila coloro che sono immediatamente partiti volontari, lasciando lavoro e famiglia, a disposizione della protezione civile (leggete da pagina 4 il vibrante diario del Dott. Romolo Olivieri).Un altro popolo, anche vicino al nostro - viene in mente quello francese- lo immaginiamo non avere la stessa, come dire, bonaria pazienza...

Però con queste righe, nell’assoluta partecipazione alla sofferenza degli aquilani, non vogliamo più “attendere”, qui lo scriviamo e subito come la pensiamo. Se fossi uno dei genitori di quei studenti rimasti sepolti nel crollo della palazzina universitaria, accartociatasi come se fosse di carta pesta, una struttura costruita non nel Medioevo ma solo pochi anni fa, oppure se fossi uno di quei padri che con in braccio un figlio ferito ha trovato l’ospedale aquilano lesionato e quindi subito inagibile, un ospedale non progettato ai tempi di Federico II (magari fosse stato così...) ma ultimato nemmeno dieci anni fa, ecco che la rabbia salirebbe più forte di quelle scosse che da mesi (mesi!) tormentavano la zona sismica di una regione che già nel 1915 ebbe trentamila morti!

“Ho promesso, non li lasceremo soli” ha detto commosso il premier Berlusconi di aver ripetuto ai parenti delle vittime durante i funerali di venerdi. Ma il dignitoso dolore degli abruzzesi, non dovrebbe illudere la classe politica d’Italia. Quel “non lasciateci soli”, siamo come certi, non è solo l’implorazione di chi chiede un aiuto “materiale”, richiesta di soldi e mezzi per ricostruire una “new town”. Certo che quei soldi serviranno, ma i cittadini dell’Aquila devono pretendere e in tempi certissimi soprattutto la giustizia.

Una giustizia che dallo scorso lunedì dovrebbe stare nel cuore di tutti gli italiani. Perché se esiste ancora in Italia un “contratto sociale” tra stato e cittadini fondato sulla sicurezza (io mi privo di alcune “libertà naturali” ma tu, stato, mi assicuri protezione) ecco che senza giustizia rischia di diventare carta straccia. Altro che ronde anti immigrati, “perché ce lo chiede la gente”. Sentirsi sicuri vuol dire anche poter sapere che i propri figli a scuola non rischiano alla prima scossa nel paese più sismico d’Europa che gli crolli l’edificio addosso.

Se una spedita e senza reticenze inchiesta giudiziaria, dovesse appurare quello che ormai tutta l’Italia sospetta, e che cioé decenni di “malo affare” non si traducono solo in criminalità dedita alla droga, ma anche in sistema di corruzione pubblica, di complicità con chi ha avuto in appalto le “nuove” infrastrutture del paese per costruirle letteralmente sulla sabbia. Speculazioni dove la legge viene ignorata per poter realizzare quei margini di profitti alti e necessari alle tangenti. Anche questa, anzi soprattutto questa è mafia.

La casta non è più solo accaparramento di vergognosi privilegi. La casta ora ti ammazza. Dopo le lacrime di dolore, speriamo arrivi la forte scossa di rabbia. Per la giustizia e la democrazia.